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Un acquese nel mare di Ross
per combattere i gas serra

Prima parte

 

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Terza spedizione scientifica in Antartide del dott. Marco Orsi

Il dott. Marco Orsi, dopo l'esperienza effettuata in Antartide nelle spedizioni del 2001 e del 2002, di cui L'Ancora ha riportato ampio e puntuale resoconto, è nuovamente partito per un'esperienza scientifica che lo riporterà nelle fredde aree polari del Mare di Ross ove si trova la base italiana di Baia Terra Nova, per effettuare una serie di rilievi scientifici nell'ambito del settore Oceanografia e Geologia Marina.
In particolare questo gruppo si occupa di determinare la capacità degli oceani di assorbire la CO2 atmosferica, uno dei più pericolosi gas serra immessi in atmosfera dalle attività umane. Nel corso del viaggio verrà anche collaudato il prototipo di uno strumento progettato dallo stesso dott. Orsi per la misura dei flussi orizzontali di particelle negli oceani, strumento che deve essere considerato una novità scientifica a livello mondiale.
L'Ancora seguirà puntualmente il viaggio del dott. Orsi, che in questo primo resoconto ci racconta l'inizio della sua avventura, avvenuta il 28 dicembre con partenza da Acqui Terme per la Nuova Zelanda, prima tappa del suo viaggio con scalo a Singapore e a Sidney e poi il lungo viaggio in nave che lo ha portato ad attraversare tutti gli oceani meridionali del pianeta.

"Il tappeto nella cameretta è ingombro di giochi mentre Mario corre felice tra l'autopista che stiamo montando e il cartone animato che scorre sulla Tv, il riso felice e cristallino dei suoi due anni e mezzo riempie questa sera di fine dicembre in Italia, la mia ultima notte prima della partenza per l'Antartide.
Lo guardo e rifletto su quante cose sono cambiate dall'ultima notte prima della scorsa partenza per la spedizione, anche allora partivo per un lungo periodo ma avevo molte meno responsabilità verso le persone che lasciavo qui, o almeno erano adulti e consapevoli anche loro della mia partenza e del futuro ritorno, ora il dubbio di fare la cosa sbagliata mi assale e mi mette ansia… chissà se ho fatto al scelta giusta chissà…
Il giorno dopo all'aeroporto, raggiunto con un po' di difficoltà per via della neve che cade abbondante sull'autostrada (ma se uno si preoccupa per un po' di neve a Ovada è meglio che in Antartide non ci vada…) ci moviamo verso Roma e incontriamo gli amici che arrivano da tutte le parti di Italia. Subito un po' di amaro in bocca vedendo che mancano due colleghe che dovevano partire con noi, ma sono state costrette a lasciare l'università avendo trovato all'ultimo un lavoro nel privato che garantisce almeno uno stipendio decoroso e fisso; purtroppo di questi tempi, con i continui tagli alle spese, la vita dei cosiddetti precari della ricerca si è fatta sempre più dura, ai limiti del sopportabile e così qualcuno non ce la fa più e molla.
Ci imbarchiamo e voliamo su Francoforte da dove inizia il viaggio vero e proprio; sono circa 28 ore di aereo che, con le soste nei vari aeroporti del mondo diventano quasi due giorni passati tra gate, check in e lunghissime ore fermi su di un seggiolino che ha poco da invidiare per comodità a quello di una Formula 1.
In compenso negli aeroporti si tocca con mano la festante multietnicità di questo nostro mondo del XXI secolo sempre in moto da un continente all'altro.
L'aeroporto di Singapore, ad esempio, è una sorta di immensa città a se stante in cui composizioni floreali segnalano i gate e spandono nell'area profumi multicolori, in mezzo ad un incredibile bazar di negozi e negozietti strapieni di articoli elettronici e marchi di lusso occidentali in cui efficientissimi commessi dagli occhi a mandorla cercano di venderti nel minor tempo possibile più roba che possono.
Ma è la gente che percorre questi aeroporti che è stupefacente ai miei occhi: orientali di media taglia inframmezzati da indiani altissimi con saari e turbante in testa, qualche polinesiano capitato li chissà come, a sua volta mischiato a occidentali molto anglosassoni che quasi stridono in questa festa di razze del Pacifico.
In tutto questo microcosmo agli antipodi, miracolo della tecnologia moderna, si telefona tranquillamente a casa con il proprio cellulare (ma chissà i costi...) e riusciamo tutti a sentire le voci di mogli e figli meglio che se stessimo chiamando da Alessandria ad Acqui.
Il tempo è poco e dopo un veloce giro, e qualche acquisto, si torna sull'aereo ove si riparte per Sidney (ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo della terra) con la solita sequela di gate, controlli, security briefing, decollo, cena… ma a casa sono le 3 del pomeriggio…. e sonnellino finale sotto la coperta nel nostro abitacolo di Formula1 volante.
Io a dire il vero dormo molto poco, l'eccitazione e la gioia del viaggiare lasciano poco scampo anche su tratte così lunghe così ne approfitto per aprire il computer e buttare giù queste poche righe per rinverdire una tradizione con i lettori de L'Ancora che ha accompagnato tutte le mie due spedizioni precedenti.
Dopo tutto questo arriva finalmente l'ultimo aeroporto, ritiriamo i bagagli e usciamo fuori al sole di una calda e splendente estate neozelandese; fa un po' di effetto passare dal freddo e dalla neve della nostra fine anno ai babbi Natale in calzoni corti e ai ragazzi in ciabatte che qui festeggiano un Natale che arriva in piena estate.
Comunque non c'è molto tempo quindi, sempre più storditi dal viaggio e da 12 ore di fuso orario da smaltire, saliamo sul pulmino che ci aspetta e dopo una breve corsa, finalmente al molo appare la sagoma familiare della nostra nave, l'Italica…"

Marco Orsi nel mare di Ross - Antartide
L'arrivo in base l'11 gennaio 2006
"...l'Italica si insinua lentamente tra i lastroni di ghiaccio galleggiante mentre arriviamo finalmente in vista delle coste antartiche.
Dopo quasi due settimane di viaggio dalla partenza da Acqui e 10 giorni di nave finalmente siamo in vista della costa, il sole miracolosamente ci accoglie e accende questi paesaggi di colori fantasmagorici e di luci abbacinanti come da nessun altra parte al mondo; in pieno sole e verso il mezzogiorno poi è proibitivo uscire senza occhiali scuri pena irritazioni e danni non sempre simpatici agli occhi.
A fianco a noi scorrono luoghi già visti ma che a appaiono ancora magici: Cape Russel, Cape Confusion, il ghiacciaio Campbel che si protende in mare per chilometri e chilometri originando fantastici scenari, Adelie Cove con la sua pinguinaia e poi finalmente l' Hell's Gate e la base italiana di Baia Terra Nova, la nostra meta e soprattutto la nostra casa dall'altra parte del mondo.
I neofiti non stanno più nella pelle, ma anche noi veterani, che facciamo finta di niente, un po' di emozione la proviamo di sicuro, in fondo tornare qui a distanza di qualche anno dove abbiamo vissuto alcuni dei periodi più intensi della nostra vita dà più di un emozione e anche un po' di legittima soddisfazione.
Arrivati davanti la base iniziano le operazioni di scarico con cui la nave rifornisce la base di cibo, carburante e materiali per le attività da svolgersi; qui iniziano i problemi perché a causa della stagione calda in maniera eccezionale il pack davanti la base si è già sciolto tutto. Bisogna quindi scaricare tutti i container e le cisterne di carburante con il pontone che compie l'ultimo tragitto dalla nave fino a terra; sono 4 giorni di duro lavoro notte e giorno in cui anche gli scientifici sono chiamati a dare un mano come manovalanza polivalente a bassa specializzazione ma a bassissimo costo.
Si lavora 24 ore al giorno divisi in turni da 12 ore svolgendo compiti da marittimi, a me ad esempio toccano gli ormeggi del pontone quando arriva sotto bordo per svolgere le operazioni di carico. Noi diamo una mano ma è in questi momenti che giganteggiano gli uomini dell'equipaggio, ufficiali e marittimi, turni di lavoro massacranti, dalle 12 ore in su a svolgere i compiti più pesanti, portati a termine sempre con la serenità d'animo esemplare di chi ha speso una vita sul mare e considera la fatica fisica e la dedizione come normale complemento della vita di tutti i giorni.
Ho provato a scendere sul pontone a dare una mano ai 3 uomini a bordo, 2 ufficiali e 1 marinaio in quel turno, ma dopo tre ore sono risalito perché la fatica si faceva sentire e il rischio di farsi male cominciava a diventare sensibile; loro invece fanno 12 ore con il pontone che balla sotto i piedi su di un mare ribollente di schiume bianche ad arrampicarsi su e giù da un container ultraballerino per agganciarlo alla gru senza battere ciglio.
Comunque nonostante la fatica e la nostra relativa imperizia le operazioni procedono senza intoppi per questi 4 giorni dopo i quali usciamo da Terra Nova finalmente pronti a iniziare la campagna oceanografica vera e propria; tutto sembra come prima, in realtà qualche cosa è cambiato perché dopo questi giorni e notti trascorsi gomito a gomito si è creata una stima e fiducia reciproca tra l'equipaggio e coloro che hanno dato una mano che rende il gruppo molto più unito; così se capita di salire in timoneria durante una guardia non si è più gli ospiti ma uno del gruppo e quindi si possono anche ascoltare storie di vite vissute sui mari che non sono tratte da un libro di Hemingway, ma dalla vita dei vari Salvatore o Antonio tutti rigorosamente di Monte di Procida che è dall'età di 16 anni che bazzicano i mari e che sicuramente hanno dormito più notti in una cuccetta di una nave che nel letto di casa propria…
Sono storie di avventure e di amori per i mari del mondo che si rincorrono di ricordo in ricordo riempiendo il tempo di una lunga guardia nella immota alba antartica mentre pilotano con maestria la nave tra i lastroni di pack e i residui di iceberg che pullulano sul mare".

Marco Orsi
urs@geologi.it

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Pubblicato su L'Ancora del 15 e del 22 gennaio 2006

 

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