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Acqui Terme. Arturo Ottolenghi nacque nella nostra città il 19 aprile 1887, essendo pronipote del mecenate Jona che, con le sue elargizioni, contribuì a far bella e ricca di risorse la nostra città. Dopo viaggi e studi all'estero, in particolare in Germania, ad Hannover e Monaco di Baviera (come da tradizione di famiglia: abbiamo qualche mese fa ricordato, nella dodicesima puntata ("L'Ancora" 27 luglio 2003) delle penne acquesi gli itinerari europei - ed extra - del melanconico Raffaele Ottolenghi), nel 1914 Arturo si sposò con Herta von Wedekind zu Host, figlia di Paolo (nato in Sicilia), console tedesco in quella terra e, soprattutto, fondatore di una società commerciale - con sedi a Palermo e Venezia - in seguito associata alla famiglia Rockfeller nella Standard Oil. Votata all'arte (fu scultrice e studiò a Roma con Stoltenberg; fu ospite del padiglione dell'arte decorativa italiana all'Expo di Parigi nel 1925; fu alla Triennale del 1930, lavorando ad arazzi e tessuti d'arte poi acquistati anche dal Louvre), Herta era continuatrice di una tradizione di famiglia. Questa, oltre a conservare a Berlino una collezione delle opere di Arnold Boecklin, annoverava il poeta e drammaturgo Frank (cui attinse Luigi Pirandello); anche Jula von Knorr, sorella di Herta, esercitò l'arte fotografica con notevole talento. Brevettato un sistema per la duplicazione dei disegni astratti nell'arredo (che fu adottato in tutta Europa), i davvero geniali Arturo e Herta decidono di abbellire la dimora di Monterosso coinvolgendo Arturo Martini e i progettisti Ferruccio Ferrazzi, Marcello Piacentini e Giuseppe Vaccaro. Una "fabbrica" che diede lavoro, dalla fine degli anni Venti con straordinaria continuità alla manodopera acquese.
Fermo il cantiere durante i tempi cupi della guerra, i lavori a Monterosso riprenderanno subito dopo e nemmeno la morte di Arturo (31 agosto 1951) interromperà il progetto, che troverà in Herta e nel figlio Astolfo Ottolenghi due tenaci continuatori.
È questa la biografia ufficiale del Conte Arturo, per Acqui quasi un signore del Rinascimento che ha sbagliato secolo, e che ha incontrato sulla sua strada prima il pregiudizio razziale, quindi la persecuzione vera e propria. Di questa figura, straordinaria nella generosità, dai modi affabili e gentili, che reagisce al Male attingendo ai valori civili (l'esperienza della direzione della nuova "Gazzetta d'Acqui", nel 1946, ne è testimonianza) ecco un ritratto che dobbiamo alla cortesia di Mons. Giovanni Galliano, arciprete della Cattedrale.
Ancora una penna tra gli "Ottolenghi"
Monsignore ci riceve a metà di una mattinata nevosa di gennaio. Senza appuntamento: essere parroci vuol dire essere disponibili. Sulla scrivania - sarà un caso - il libro di Pansa, I figli dell'Aquila, che ha vinto l'"Acqui Storia" 2003.
Due rapide spiegazioni sul motivo della visita ed entriamo in argomento.
Chi era il Conte Arturo Benvenuto Ottolenghi?
- Un uomo generoso. Un personaggio davvero eccezionale. Non ha nessun dubbio Monsignor Galliano, quando gli chiediamo lumi sull'esperienza che il mecenate intraprese nelle vesti di editore. - Sì, la sede della "Gazzetta d'Acqui" il Conte l'aveva ricavata nello stabile del ricovero. E il giornale doveva essere un modo per rimettere le cose a posto dopo i torti subiti durante la guerra. Anche se si trattò di una esperienza limitata nel tempo: non ricordo con precisione, ma nel 1947 tutto doveva essersi concluso. È l'unico momento in cui Monsignor Galliano ha qualche titubanza. I protagonisti di quegli anni sembra li abbia salutati ieri. Dunque, dopo Raffaele Ottolenghi, scrittore dottissimo, biblista ma vicino all'idea socialista, un "giornalista" legato alla realtà cruda, al quotidiano della guerra ma d'area opposta
- Arturo Ottolenghi, ebreo battezzato, ad Acqui aveva fatto sempre del bene. Era la tradizione di famiglia. Erano sorti il campo sportivo, nuovi lavori erano stati compiuti al ricovero, altri erano stati intrapresi per rendere più umano il carcere. E aveva ricevuto encomi anche dal regime [Ne dà menzione, ad esempio, "Il Corriere d'Acqui" del 28/29 marzo 1931, Plauso del Governo al Cav. Arturo Ottolenghi, attraverso il prefetto Milani, che augurava al Nostro ogni bene dopo l'ultima cospicua donazione per le sistemazioni del Ricovero, motivo di "cordiale riconoscenza"].
Nel segno dell'arte
- I restauri dell'episcopio li aveva finanziati lui, nel 1938, per il 25º del Vescovo Delponte, ma già nel 1941 erano venuti gli operai del comune per rimuovere una lapide che ricordava la generosità dell'Ottolenghi. In quell'occasione era stato lo stesso Vescovo [Don Galliano ne era segretario], a letto malato, svegliato dai primi colpi di martello, a dover saltar giù per fermarli. Ma non è che un episodio tra i tanti che vide il Vescovo acquese avverso al regime [e questo aggettivo compare in una delle carte riservate di Mussolini, inviate a Salò nel febbraio 1945, riguardanti Mons. Dell'Omo]. D'altronde il titolo di Conte gli venne dalla Santa Sede. L'Ottolenghi aveva finanziato il progetto per una nuova porta di S.Pietro, quella che sarà realizzata da Pietro Manzù nel 1964 [ma il concorso era stato annunciato il primo luglio 1947, del 1948 il primo bozzetto dell'artista, nel 1952 assegnazione ufficiale del lavoro, quando Arturo è morto da un anno: il tema riguarda il Trionfo dei Santi e dei Martiri della Chiesa- n.d.r.].
Il Conte ritirò i vecchi legni, che la leggenda addirittura attribuisce a Costantino e li sistemò a Monterosso. Dovrebbero esser ancor là
Anche l'organo a due corpi contrapposti [dovrebbe essere quello realizzato dalla Ditta Tamburini, nel 1962, a trasmissione elettrica, a quattro manuali, un centinaio di registri] della Basilica Vaticana - ricorda Don Galliano - vide un suo finanziamento.
Il dopoguerra ad Acqui
E dopo la Liberazione?
- Era andato in America, a salutare il figlio. Ma non si era dimenticato dei due suoi compagni con cui aveva condiviso la reclusione - continua Mons. Giovanni Galliano - A loro aveva donato un milione di lire e io stesso avevo seguito, su sue direttive, la pratica presso il Credito Italiano, affinché in sua assenza tutto potesse andare a buon fine. Era un uomo dai grandi gesti.
E poi cosa accadde? - Tornato ad Acqui, sentì l'esigenza di una stampa libera da condizionamenti. Per poter dare libero sfogo alle urgenze del momento.
Non facile, immagino, anche se la guerra era finita.
- Tante le ruggini, se non proprio le ostilità, appena sopite. E da noi la fortuna di avere capi partigiani di buon senso. Ma non ci fu l'esecuzione del colonnello medico Pomaro Ombres responsabile di atti di tortura ai danni di molti partigiani, nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile? - Vero. Lui fu trasportato su una carriola per mezza Acqui prima d'esser ucciso; la sua casa venne razziata, moglie e figlia portate al Castello, e messe in cella con delinquenti comuni. Ricordo un dialogo acceso con Mancini [Pietro Minetti], ero il cappellano della sua divisione. Gli dissi che stavano diventando come i fascisti: va bene la giustizia, ma occorreva anche la pietà. Alla fine mi gridò, arrabbiato: "Va bene, va bene! Portatele dove vuoi, non voglio sapere
". Non era facile trovare per le due donne un rifugio ad Acqui. Alla fine furono ospitate dalle Suore Francesi. Restarono lì due mesi, e poi - anche attraverso l'opera del maggiore USA - cattolico, precisa monsignore - John Donahue (un legalista, che poco andava d'accordo con il CNL) riuscirono a recuperare parte dei loro beni. Ma questo, che io sappia, fu l'unico atto grave dopo la Liberazione. Altrove ci furono scoppi di violenza incontrollata.
E Arturo Ottolenghi ? - A parte il suo impegno "civico" col giornale, a parte il lavoro (era un uomo di genio: brevettò varie tecniche per la lavorazione della frutta; poi c'era la tenuta di Monterosso che dava pane a un centinaio di lavoranti, tra vigne e opere d'edilizia di un cantiere sempre aperto; poi - come il fratello Camillo Jona, uno dei più abili giocatori di borsa di Parigi - Arturo possedeva azioni di una multinazionale petrolifera come la ESSO), continuò a dar esempi di straordinaria generosità. Ripianando i debiti di chi (tanti in quegli anni) si trovava in cattive acque, e venendo in soccorso della Chiesa acquese: si va dal trovare una sede (nel ricovero) per gli scout, alle provvidenziali elargizioni che contribuirono ad erigere il santuario della Pellegrina. E imponente fu il concorso della cittadinanza, riconoscente, ai suoi funerali [immortalati dall'obiettivo di Mario Barisone: si tennero il tre settembre 1951. L'album fotografico, conservato in copia fotostatica presso la Sezione Locale della Biblioteca Civica è testimone di una imponente partecipazione di popolo e di un corteo che si snodò per la città, passando attraverso il ghetto e Piazza Bollente, Corso Italia, via XX settembre
]
Tacere o rivelare?
Monsignor Galliano confessa di avere ancora tante cose da dire su guerra e dopo guerra. Ma, anche a distanza di sessanta anni, non se la sente ancora.
- La storia non si può cambiare; e per una fonte orale che tace, decine di fonti scritte sono disponibili. I protagonisti, nel bene e nel male, vengono fuori.
Ma le memorie - integrali, senza reticenze - su quei tempi ritengo opportuno e saggio aspettare ancora a pubblicarle.
Una decisione difficile, che - si capisce - non soddisfa il nostro parroco. Che non troverebbe neppure conforto dalla scelta opposta. A mons. Lorenzo Delponte Giovanni Galliano ha dedicato l'ultimo libro. Il vescovo della guerra civile Giuseppe Dell'Omo è stato il suo successore.
(servizio a cura di G. Sa.)
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