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A Ricaldone ricordato Renato Ratti
pioniere dell'identità del vino piemontese

 
Ricaldone. Secondo il presidente del Consiglio Provinciale di Alessandria, Adriano Icardi, fu "Un grande uomo del vino, e dunque una grande figura amante dell'arte e della cultura. Perchè chi ama il vino non può non amare arte e cultura"; secondo Ezio Rivella, suo compagno di banco, "un uomo pragmatico, un attento osservatore, una persona che sapeva cogliere l'essenza delle cose e guardare oltre, guardare lontano, e vedere il futuro"; secondo Elio Archimede "un precursore, un anticipatore, che già 30 anni fa lavorava su progetti"; secondo Ezio Pelissetti, "un uomo coraggioso, coerente e cocciuto, capace di convincere gli altri delle qualità delle proprie idee e di rimettersi in gioco, lui per primo ogni giorno". Secondo Luigi Rosso, che fu suo intimo amico, "un personaggio che in Langa è virtualmente irripetibile".
Tutto questo, e molto di più, era Renato Ratti, figura storica nell'ambito della viticoltura e dell'enofilia, che a quasi nove anni dalla sua scomparsa, avvenuta nell'autunno 1988 all'età di soli 54 anni, è stato ricordato con un importante convegno, organizzato dalla Cantina Sociale di Ricaldone e svoltosi venerdì scorso, 8 giugno, presso la "Cà di Vein", con la partecipazione di importanti relatori, coordinati dalla dottoressa Giusi Mainardi.
Due ore di lavori, sono serviti ad esplorare, con riferimenti, fatti, aneddoti, la vita e l'opera di quello che ancora oggi è visto come lo storico direttore del Consorzio dell'Asti. Ad aprire la conferenza, dopo il rituale saluto del presidente della Cantina Sociale, Zoccola, è stata proprio la dottoressa Mainardi, con un discorso che ha ripercorso le tappe salienti della vita di Ratti, dalla nascita, nel 1934, alla morte, avvenuta appunto nel 1988, passando per le esperienze lavorative in Brasile e, dopo il suo ritorno in patria, il grande impulso da lui dato al settore del vino in Piemonte.
A seguire, la toccante testimonianza personale del commendator Ezio Rivella, che ha ricordato tra l'altro come, dietro pressione del commendator Gancia, Ratti scelse di non recarsi più a Roma, dove gli era già stato attribuito un incarico in Federconsorzi, decidendo invece di rimanere in Piemonte, e dedicandosi in primo luogo ad un grande vino fino ad allora sottovalutato: il Barolo. "Fu lui - ha ricordato Rivella - a insegnarci come vendere il nostro prodotto. Allora vendevamo il Barolo a 1500 lire la bottiglia, ma Ratti pretese di alzarne il prezzo, sostenendo che non era giusto deprimerlo vendendolo come prodotto dozzinale, per tutti, ma che questo vino doveva invece diventare un prodotto per estimatori".
Come quasi sempre gli accadeva, aveva ragione. Come quando evidenziò, parlando con Elio Archimede, la necessità di creare un vero e proprio sistema editoriale, un organico insieme di pubblicazioni per il vino piemontese, di cui la regione aveva bisogno, "e che oggi, a distanza di vent'anni, non esiste ancora", o come quando diede vita al Dizionario dei Vini, "un'opera che forse ora si potrebbe pensare di rimaneggiare, ma che a distanza di tanto tempo mantiene ancora un fascino ed una autorevolezza ineguagliati".
Ma la figura di Ratti viene ancora oggi sempre accostata alla carica di direttore del Consorzio dell'Asti, e proprio della sua opera in quelle vesti ha voluto parlare Ezio Pelissetti. "Ratti divenne presidente del Consorzio nel settembre 1976 - ha ricordato Pelissetti - in un momento molto delicato, quando chiunque avesse anche un solo vigneto iscritto all'elenco poteva fare dell'Asti Spumante. Questo ovviamente aveva causato un calo di immagine e di qualità del prodotto, e lui fu capace di creare un baluardo, di proporsi come uomo delle regole, ma soprattutto di fare accettare queste regole da tutti".
Si rese conto di due necessità: la prima, quella di assicurare controlli su tutta la fase produttiva, dal vigneto alla cantina (argomento ancora attuale), e la seconda, quella di valorizzare il prodotto, di imporlo per le sue qualità.
Ci riuscì, tanto che il marchio del Consorzio, San Secondo a Cavallo, divenne un marchio che era da solo garanzia di qualità, quasi un valore aggiunto. Propose l'Anagrafe Vitivinicola Regionale, ma soprattutto raggiunse un accordo interprofessionale in difesa del Moscato, riuscendo a stabilire accordi per sancire la stabilità dei prezzi alla compera e alla vendita, su livelli dignitosi per tutte le parti in causa: "Un risultato diplomatico forse ineguagliabile". Quindi, in chiusura di intervento, una anticipazione importante e doverosa: "L'anno prossimo, nel 20º anniversario della scomparsa di Ratti, il Consorzio dell'Asti lo ricorderà con iniziative di primissimo piano".
In ultimo, la testimonianza più toccante, quella di Gigi Rosso, enologo e amico di Ratti, che ha ricordato, con un velo di commozione "una persona che anche quando accettò di andare in Brasile non dimenticò mai il suo Piemonte, Quando alzò il prezzo del Barolo disse: "Non lo devono bere tutti, lo deve bere chi lo apprezza": aveva compreso un fatto semplice ma essenziale: che il vino è fatto di humus e animus, e trova valore anche e soprattutto nel significato che ognuno gli attribuisce".
Dichiarato concluso il convegno, il presidente della Cantina Sociale di Ricaldone, Zoccola, ha proceduto quindi alla consegna dei premi 2007 ai neolaureati di tutta Italia autori di una tesi in materia di viticoltura o enologia, che hanno messo la propria tesi di Laurea a disposizione del Centro di Documentazione per la Viticoltura e l'Enologia, vero fiore all'occhiello della Cantina Sociale. (M.Pr)

Cantina e centro documentazione per viticoltura ed enologia

Renato Ratti pioniere del vino Piemontese

Ricaldone. Dopo Usseglio-Tomasset, dopo Italo Eynard e Giovanni Dalmasso, Ricaldone, la sua Cantina e il centro di Documentazione per la Viticultura e l'Enologia hanno celebrato un altro pioniere del Vino piemontese.
Si tratta di Renato Ratti, ben conosciuto anche nell'Acquese.

Un ritratto a più voci

E conosciuto non solo grazie alla sua fama. Ai suoi libri. Alle sue magistrali conferenze. Alle direttive regionali dell'Assessorato Agricoltura (sono i tempi di Bruno Ferraris) che citavano il suo nome e provenivano dalla sua vulcanica attività.
Ma anche grazie a quegli interventi "diretti" che lasciavano il segno. Sia che parlasse a tecnici, a enologi, ai responsabili del marketing (diremmo oggi: allora la parola non c'era ancora, ma il concetto sì, nella testa di chi era proiettato verso il futuro), sia si rivolgesse agli aspiranti onavisti. E, allora, nell'esperto tecnico si incarnava il divulgatore (nostra fonte è il dott. Salvatore Ferreri, ai tempi del primo corso ONAV organizzato in città) capace di appassionare la platea "raccontando" le storie delle "aride" etichette.
E divulgazione fu, per Renato Ratti, la parola chiave a metà degli anni Settanta, quando uscì ad esempio la Guida ai vini del piemonte (copertina studiata da Gian Carlo Ferraris, il grafico canellese che insegna presso l'Istituto Statale d'Arte "Ottolenghi" di Acqui Terme), parola chiave in quanto, con il consueto anticipo sui tempi, il Nostro aveva compreso che occorreva vendere non solo quanto era contenuto nella bottiglia, ma anche quanto vi stava al di fuori: la storia di un territorio, le tradizioni, le fatiche degli avi, il patrimonio folclorico della gente contadina, insomma, con un'altra parola inventata decenni dopo, quell'identità che - nei tempi della globalizzazione - oggi diventa valore positivo e distintivo.
Insomma occorrevano le parole "di vino" (ma anche le vignette, certe volte "rompicoglioni", di cui era maestro, e di cui Elio Archimede ribadisce ancora l'intatta attualità), i "discorsi intorno a...", la consapevolezze di un tradizione grande, grandissima anche se sepolta sotto un'abitudine alla fatica che i nostri bisnonni maledicevano.
Ma leggiamo, allora, dall'introduzione dell'opera del 1977 qualche riga esemplificativa.
L'opera [il suo testo] tende ad orientare [chi leggerà] attraverso una analisi del processo di evoluzione nei secoli, ed una ricerca delle cause e dei motivi della attuale situazione, confermando le caratteristiche enoiche della regione.
I vini piemontesi sono da secoli una realtà palpitante, ed è sembrata giusta una loro catalogazione ufficiale per favorirne una conoscenza ordinata a vasti settori ad essi interessati.
Tracciata la storia, descritto l'ambiente, i terreni, i lavori al vigneto e di cantina, i vitigni basilari, di ogni vino a Denominazione di Origine Controllata vengono indicate le origini, le caratteristiche, la produzione, la validità nel tempo.
Poche parole che fanno una poetica.
Il vino fatto di Humus [fertilità, dalla terra bianca o rossa che sia] e di animus [la cultura]. Le altre frasi celebri, con quella volontà di "guardare il problema non dal fondovalle, dal pollaio, ma dalla cima della collina". Ecco poi la "Di Vina Commedia", tre parole che riassumono un mondo, affidata ad uno semplice schizzo, che proprio per le linee essenziali ha successo.
La vigna Inferno, i sacrifici tra le zolle, lo spettro della tempesta, le insidie delle malattie, ma poi il Paradiso cantina. La gioia nello stappare la bottiglia e nel percepire, con ogni senso, che la fatica non è stata mal impiegata.
Ma il Renato Ratti - Alighieri non era sono un rapsodo. Ma anche un uomo concreto. Capace ad esempio di riposizionare il barolo sul mercato (triplicandone il prezzo) in tempi non sospetti quando "i vini di punta" erano altri.
Capace di realizzare l'accordo interprofessionale (un fatto di civiltà: vivo doveva essergli il ricordo dei mediatori che nell'Ottocento si portavano via il vino dalle cantine per quattro soldi).
Di stigmatizzare le scorciatoie: distillare è una sconfitta; garantire la qualità vuol dire pesare le uve, accertare le provenienze, ma non è che un passo "a monte"; a valle c'è la bottiglia finalmente numerata.
Capace di cancellare dal Piemonte i vini da tavola (una questione di produzioni e di rese), sostituiti dalle DOC.
Un uomo ottimista, sicuro di sè, certe volte anche un provocatore. Il fautore delle visite alle cantine, disponibile verso il cliente, meritevole di attenzione, ma nei cui confronti è bene conservare un certo aplomb, senza il ricorso al meretricio.
Ma anche l'uomo dell'anagrafe vitivinicolo: perché "i furbi ci sono sempre"; perché l'onestà deve essere un valore fondante. Che aveva il pregio di non innamorarsi delle proprie iniziative, ed era disponibile "laicamente" a modificare, e - quando serviva - a rivoluzionarle. Un uomo, beninteso, fallibile. Talora cocciuto e decisionista.
Ma il fautore primo, a ben vedere, di quella grande stagione (ma purtroppo non la vide) che si apre a metà degli anni Novanta e che riscopre il vino. "I due tre bicchieri che fanno bene". Il bere bene. La riconsiderazione della nobiltà delle nostre produzioni.
A cui segue l'attuale, figlia di quel "non accompagnamento al mercato" (così Ezio Pelissetti) per cui l'equilibrio tra domanda e offerta non viene mai raggiunto.
E che si sente orfana di chi oggi potrebbe "dare una mano" a risollevare il destino.

Una biografia più tradizionale

Renato Ratti, enotecnico (Scuola di Alba, diploma nel 1953) è nato il 23 ottobre 1934 a Villafalletto (CN) e ha risieduto in Piemonte.
Dopo una esperienza in Brasile (operò per dieci anni a Recife) per conto della Cinzano, e ulteriori viaggi in Francia e in Italia, a La Morra, alla Abbazia dell'Annunziata, si dedica alla produzione di vini famosi delle colline intorno, le Langhe, quali Barolo, Nebbiolo, Dolcetto, Barbera.
Sempre nell'Abbazia dell'Annunziata ha realizzato il "Museo Ratti dei Vini di Alba", meta di visite di appassionati enofili.
Direttore dei Consorzi di Tutela dei Vini piemontesi (Asti Spumante, Barolo, Barbaresco, Barbera d'Asti, Freisa d'Asti) del vino gli interessano non solo i problemi tecnici, ma anche gli aspetti socio economici organizzativi oltre a quelli culturali, di ricerca storica.
Collabora a vari periodici con articoli di carattere tecnico e di problemi generali vitivinicoli.
È autore di numerosi saggi, ed alla storia della vite e del vino ha dedicato particolari studi. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi Della vigna e del vino nell'Albese, Civiltà del vino ed il Manuale del bevitore saggio.
A lui la gente del Monferrato è particolarmente riconoscente per il rilancio del San Secondo a cavallo, il logo storico dell'Asti che dagli anni Trenta identifica il nostro Spumante. (G.Sa)

 

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