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Percorsi di senso nella poetica di Gaetano Ravizza

 
Italicus - don Virginio Icardi
Gaetano Ravizza
"Scrivere di un poeta dimenticato a vent'anni dalla sua morte, sul quale mai nulla è stato pubblicato, significa ricostruire una storia con un paziente lavoro di ricerca e di incastri. Poco alla volta prende forma un disegno, una struttura che connette. È ciò che mi sta succedendo con Gaetano Ravizza fino a pochi mesi fa, per me, soltanto un nome conosciuto attraverso i racconti di mio padre ed ora divenuto un interlocutore in grado di stimolare la mia curiosità di ricercatore dilettante. Le testimonianze orali di coloro che lo hanno conosciuto insieme ai pensieri delle sue liriche, che si estendono su uno spazio temporale di circa 40 anni, tracciano il profilo di una personalità complessa, di un intellettuale eclettico e controcorrente rispetto al suo tempo e alle grandi tensioni ideologiche del dopo guerra.
Ravizza, dalla sua casa di Salita S. Guido, per mezzo secolo, ha osservato e raccontato la realtà da una visuale del tutto particolare coltivando l'utopia visionaria di un'arte poetica, che nella sua immaginazione, avrebbe dovuto sollevare l'umanità ad un livello di consapevolezza superiore in vista di una fratellanza universale.
Nelle sue liriche compaiono e si incontrano diverse tradizioni. In particolare, la neoplatonica, la romantica e la teosofica. Egli rende omaggio agli autori che continuamente rilegge (Dante, Leopardi, Mazzini, D'Annunzio, Steiner) ricercando una sintesi di pensiero alquanto interessante ed avvincente. Questo moderno sofo-poeta, così amava essere definito, può considerarsi un esponente locale del vasto mondo dell'irrazionalismo.
La sua poesia è essenzialmente una lirica di ricerca ed evocazione religiosa, che lo guida in un'inquieta e a volte maniacale ricerca di Dio costellata da significative ridondanze.
È per lo meno singolare che Acqui Terme abbia dato i natali ad un poeta così tenacemente pervaso dal fervore del mistico. L'esperienza estatica (in senso medievale) alla quale Ravizza tende va tuttavia letta non solo come sentimento individuale, ma anche come esigenza antropologica caratterizzante un'epoca, un'idea che di tanto in tanto, nel corso della storia affiora come fenomeno liminare, ma con il quale è necessario dialogare e confrontarsi. Tale ideale riguarda il raggiungimento dell'assoluto attraverso il superamento dell'io che forse non significa soltanto un ritorno all'indistinto originario, al mondo prelogico dell'infanzia, ma che fondamentalmente può essere letta anche come il tentativo di proteggere quello stesso io dai pericoli di essere assorbito nelle ragioni spersonalizzanti della tecnica e dello scientismo.
Per questo è forte l'anelito all'assoluto. Per Ravizza Dio si raggiunge grazie ad un rapimento estatico, ad un indiamento che è superamento dei sensi. Nella sostanza significa abbandonare l'io che intrappola la coscienza in una sterile circolarità senza sbocchi se non quello della sofferenza.
Forse proprio per questo bisogno di fuggire al male di vivere Ravizza si avvicinò al misticismo dimostrando una sete di infinito, grazie alla quale, con alterne fortune ed entusiasmi, scoprirà gli studi filosofici sperimentando anche i sentieri più esotici. Dal suo eremo solitario sognava l'India ed il Tibet come luoghi ideali grazie ai quali sperimentare la pace e la serenità che forse mai raggiunse.
Egli è autore dai forti contrasti; il suo umore in modo bipolare fluttua tra periodi di ardente passione per le cose della vita e forti depressioni; un intellettuale diviso tra il bisogno di elevazione spirituale ed il malessere esistenziale con il quale dovrà convivere fino alla fine dei suoi giorni.
In opposizione da un lato alla fredda visione delle scienze positive e dall'altro ai dogmi della religione cattolica nei confronti della quale entra spesso in aspra polemica, Ravizza propone una terza via che a suo parere dovrebbe costituire l'antidoto agli orrori della società moderna che rende l'uomo schiavo del profitto e delle fedi devozionali. Sono la bellezza e la perdita del sacro che fanno difetto al mondo che Ravizza pensa di rendere migliore grazie al potere evocativo del verso.
La sua poesia è essenzialmente ispirazione finalizzata al raggiungimento dell'assoluto. Da ciò si intuisce la concezione romantica di Ravizza rivolta al potere creativo della fede vista come facoltà suprema dell'uomo in opposizione ai sensi e all'intelletto; il fine della poesia è quello di raggiungere la visione divina. Il valore religioso del gesto poetico più che rispecchiare la realtà la svela nella sua essenza soprannaturale. Chiaro è dunque l'intento di rendere l'arte un concetto sacrale ed il poeta/artista una figura che potremmo definire sacerdotale.
A vent'anni dalla sua morte ci piace ricordare Gaetano Ravizza infaticabile ricercatore di un assoluto al quale tese per tutta la sua esistenza. Contro il materialismo, ma anche contro la semplice religione dogmatica o devozionale egli cercò fino alla fine dei suoi anni la salvezza nella ricerca spirituale inseguendo il sogno di un mistico connubio divinizzante in grado di sollevarlo dagli affanni di una vita di solitudini e marginalità. Ravizza è una figura che alterna slanci metafisici a più prosaiche difficoltà quotidiane fatte di alcol e solitudine dove accanto agli afflati mistici si può trovare il dolore di chi, solo, soffre, portando su di sé le stimmate del vate incompreso.
La sua produzione poetica, assai prolifica, ci consegna il profilo di un uomo che seppe frequentare pensieri eterodossi e cercare originali contaminazioni fra sistemi filosofici e religiosi nella speranza della divina illuminazione. Il Tibet vagheggiato più che un luogo geografico rappresentò una sorta di spazio mentale al quale fare ritorno con la speranza di rendere il suo cuore e la sua mente la cenere spenta di cui parlano i testi dei mistici orientali.
Possiamo dire che mai nessun sogno fu più disatteso di questo, ma come tutti i sognatori e visionari Ravizza ci insegna che più che la meta è importante il cammino, ed il suo fu sicuramente percorso con il coraggio e l'incoscienza di chi fino alla fine dei suoi giorni non rinunciò a sognare alla possibilità di trasmutare la propria caduca e dolorante vita in quella di un uomo partecipante dell'immortalità olimpica attraverso un'autotrascendenza che è via verso quello spazio sovrannaturale dove l'uomo consumato dal fuoco spirituale sa elevarsi all'attimo dell'unio mystica".

Pierpaolo Pracca

Pubblicato su L'Ancora del 23 luglio 2006

 

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