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Convegno nazionale ad Acqui Terme
dedicato al sen. Giuseppe Saracco

 
Giuseppe Saracco - Acqui Terme
Il monumento al senatore Giuseppe Saracco, dello scultore Giulio Monteverde, nei giardini di Acqui Terme
Acqui Terme. C'è grande attesa per il convegno nazionale di studi dedicato al tema "Giuseppe Saracco tra vita locale e scenari nazionali", che si terrà venerdì 2 e sabato 3 marzo 2007. Il convegno è stato promosso nell'ambito delle celebrazioni che il Comune di Acqui Terme, d'intesa con il Comune di Bistagno, hanno indetto quest'anno in onore di Giuseppe Saracco, il grande statista. Sarà nuovamente presente all'evento il Vice-Presidente del Senato, Milziade Caprili. L'iniziativa ha ricevuto un'importante attenzione da parte delle massime istituzioni dello Stato. Accanto ad una lettera del Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera, giunte in occasione della Cerimonia di Commemorazione dedicata a Saracco, in occasione del convegno è infatti giunto il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, nonché della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero delle Infrastrutture e del Ministero dei Trasporti, accanto a quello della Regione Piemonte e della Provincia di Alessandria. L'iniziativa si avvale per altro del contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.
Il programma prevede alle 15 di venerdì, in piazza Italia, la deposizione di corona commemorativa dinanzi al monumento a Giuseppe Saracco, quindi inizieranno le relazioni nella sala Belle Epoque del Grand Hotel Nuove Terme.
Sabato 3 marzo, al mattino, la seconda sessione presieduta da Umberto Levra. (red.acq.)

Finanze, pensioni e deficit
Giolitti contro Saracco

Acqui Terme. Chi era Giuseppe Saracco? Alla domanda tutti sanno rispondere. Il sindaco più famoso di Acqui. Il presidente del Senato dal 1898 al 1904. L'amico di Iona Ottolenghi.
Di lui il monumento di piazza Italia, ideato da Giulio Monteverde da Bistagno, e tanti aneddoti, incentrati sulla parsimonia (le grandi nevicate degli inverni di un tempo, il Sindaco-Senatore a Roma, la giunta acquese che non sa cosa fare, Saracco che ordina di aspettare perchè a portar via la neve ci penserà la primavera...).
Meno conosciuta la sua attività parlamentare e di governo. Celebre (anche perché riportato da alcuni libri di storia delle superiori: un plauso al vecchio Camera -Fabietti), semmai, il discorso di Giovanni Giolitti contro Giuseppe Saracco del 4 febbraio 1901, che contribuì alla caduta del Nostro, reo di aver chiuso le Camere del Lavoro di Genova.

Giolitti vs Saracco: piemontesi contro

"Noi lodiamo come una gran cosa la frugalità eccessiva dei nostri contadini [per inciso: Saracco è l'uomo delle noci consumate come pasto, del viaggio in treno in carrozza di terza classe per risparmiare]. Anche questa lode è un pregiudizio" - afferma Giolitti. "Chi non consuma, credetelo pure, non produce. Il governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un'ingiustizia, un errore economico e un errore politico...".
Insomma la visione economica di Giolitti e di Saracco era antitetica.
La cicala e la formica verrebbe da dire: per uno il risparmio è imprescindibile quando si può realizzare; per l'altro, liberista, la circolazione del denaro è essenziale, senza contare che stipendi più generosi possono rendere amiche dello Stato (ecco l'aspetto politico) quelle classi medio basse (che iniziano a sentire il vento del socialismo) "le quali costituiscono la maggioranza del paese" e che la tendenza autoritaria (si veda l'operato di Crispi) porta a considerare non con la dovuta imparzialità (ecco il richiamo all'ingiustizia) quando al tavolo siede anche la controparte industriale, o borghese che dir si voglia.
Dunque il tema economico è foriero di scontri. E questo da sempre.
Dal 1901 torniamo indietro alle tornate parlamentari di fine maggio 1893. Le posizioni si capovolgono rispetto alle precedenti. Capo del governo è Giolitti, al suo primo incarico (tra l'altro con una procedura regia giudicata dal Farini, allora presidente del Senato, al limite della legalità).
Il punto di forza dell'uomo di Dronero? Opporsi energicamente alle nuove tasse (e così Giolitti si era preso la responsabilità di far cadere il governo Di Rudinì).
Eran poi seguite nel novembre, il giorno 6 per la precisione, 1892 le elezioni della Camera (ricordiamo che il Senato, come sancito dallo Statuto Albertino era di nomina Regia) da cui Giolitti era uscito assai rafforzato.
Dal dicembre la materia bancaria inizia a preoccupare il governo (sarò proprio lo scandalo della Banca Romana a portare alle dimissioni di Giolitti, nel novembre successivo: intanto si parla della creazione della Banca d'Italia), ma in quanto alla politica economica la linea di Giolitti è netta: meno tasse, risanamento del deficit senza gravare sulle finanze degli italiani.
Eccoci al maggio 1893: il dibattito verte sui provvedimenti da prendere sulle pensioni civili e militari. Un argomento, allora come oggi, scottante. A prendere la parola, ripetutamente, il senatore Giuseppe Saracco da Acqui. (G.Sa)

Un intervento del 30 maggio 1893
La parola al sen. Giuseppe Saracco

Signori senatori !
Che io sappia, rade volte o forse mai, affermazione più recisa, e starei per dire più ardita, fu lanciata dalle cime del potere in mezzo ad una nazione raccolta ne' suoi comizi elettorali, siccome quella con la quale nello scorso autunno gli uomini chiamati dalla fiducia sovrana a reggere la cosa pubblica domandavano il giudizio del paese sopra gli intendimenti del Governo.
Se ben vi ricorda, questi valentuomini portavano al corpo elettorale politico la buona novella, che a ristabilire l'equilibrio stabile e permanente fra le entrate e le spese dello Stato, punto non occorreva domandare al paese nuovi sacrifizi di danaro.

Contro la "finanza creativa"

Con una innocente operazione di credito, la quale non doveva nemmanco lasciare sul mercato veruna traccia dell'esser suo, la nuova Amministrazione si proponeva, e ne impegnava la sua fede, di restaurare la fortuna pubblica senza torcere un capello al contribuente italiano [oggi si dice: "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani": il senso è, però, lo stesso].
Poteva forse avvenire che a togliere, a debellare, come mi pare dicessero, le ultime vestigia del disavanzo e preparare i mezzi necessari onde affrontare il poderoso problema della riforma tributaria, occorresse trovare una dozzina di milioni [di lire, ovviamente] a un bel circa. Ma neanche di ciò il contribuente doveva darsi pensiero perciocché il Governo teneva in serbo un disegno di legge (che per verità dopo sette mesi non si è visto ancora) per avocare allo Stato il monopolio del petrolio, il quale doveva procacciare alla finanza il desiderato soccorso, senza pesare tampoco sui consumi.
Innanzi a promesse così affascinanti, le sorti della battaglia elettorale non potevano rimanere incerte un sol giorno. Onde avvenne che nella pienezza della vittoria, insofferente di nuovi indugi, impaziente di tradurre in atto il sapiente e fortunato disegno, il Ministero non si peritò di promuovere il decreto reale del 13 novembre che, ritoccato in molte parti dalla Camera elettiva, si presenta oggi in veste interamente nuova alle deliberazioni del Senato.
Io debbo adesso, per incarico dei miei colleghi, aggiungere nuove considerazioni di diverso ordine a quelle che già mi era ingegnato di raccogliere nel modesto lavoro che ebbi l'onore di presentare al Senato in nome della Commissione permanente di Finanze, nel fine di chiarire più ampiamente le ragioni che la persuasero a consigliare il Senato ad accogliere alcune modificazioni al titolo primo del presente disegno di legge.
Ma, o signori, io dovrò necessariamente parlare il duro ed aspro linguaggio della finanza (Movimenti): dovrò essere quel piagnone di cui vi parlava pur dianzi l'onorevole mio amico il senatore [Maggiorino] Ferraris, e temo molto che dovrò mettere a troppo dura prova la pazienza del Senato. Ma io debbo pur fare il mio dovere, e cercherò di farlo come so e come posso, se voi, o signori, mi vorrete onorare della vostra benevola attenzione che caldamente domando ed invoco [...].

Il deficit dello Stato
come problema strutturale

Innanzi però di prendere ad esame i numeri esposti dall'onorevole ministro del Tesoro [si trattava di Bernardino Grimaldi], che mi compiaccio chiamare mio amico personale, io debbo per debito d'ufficio ed anche un po', se volete, per antiche memorie, volgere per poco lo sguardo indietro, onde percorrere e misurare a grandi tratti il cammino percorso nel campo della pubblica finanza da quel giorno che ho chiamato e chiamerò ancora fatale, nel quale prevalse nei consigli della Corona, e si accreditò in paese la dolce persuasione, che si potessero col blando e molle rimedio delle economie e delle riforme superare le difficoltà finanziarie di quel tempo, che lungamente nascoste, erano apparse in un tratto di una gravità eccezionale.
Al pari di ogni altro, dovrò anch'io portare il mio tributo di lode al grande amore col quale le diverse amministrazioni che si sono succedute al Governo della cosa pubblica si sono ingegnate ad avvicinare possibilmente, anzi più di quanto si potesse, i numeri dell'entrata con quelli della spesa.
Riconosco piuttosto, e mi piace confessare, che lo spirito di economia introdotto in tutti i rami della cosa pubblica, colla parola prima, e poi coll'esempio, rimarrà titolo indelebile di onore della passata Amministrazione [quella del Di Rudinì: ma Saracco con altri moderati piemontesi aveva promosso una dura campagna stampa contro le previste eccessive spese militari]. Ma tant'è, l'eredità del passato era così grave, tali e tanti erano gl'impegni che si dovevano e rimangono ancora in gran parte a soddisfare, che fino i più valorosi dovevano fallire alla prova.
Quattro anni sono scorsi e dopo quattro anni la condizione della finanza è ancora la stessa, anzi non è più la stessa, imperciocché le condizioni generali della finanza si sono singolar mente aggravate. Io so bene che le mie parole saranno considerate come quelle della vecchia ed inascoltata Cassandra, ma devo compiere quello che stimo il mio dovere verso me stesso prima, e poi verso di voi, che benevolmente mi ascoltate; e mi conforta il pensiero che la verità contiene sempre in sé stessa i suoi grandi e severi insegnamenti. (continua)

L'eloquenza di Saracco

Come parlava Saracco? Solo la lettura di un unico testo, di per sè, non sarà significativa, né può giovare la mancanza dell'integralità.
Ma è, indubbiamente, un punto da cui partire. L'impressione è quella di una conoscenza di ogni artificio della retorica.
Ampie le volute del suo discorso, sapiente - e tagliente - il ricorso all'ironia (la buona novella di Giolitti, i richiami antifrastici all'insofferenza dei nuovi indugi, all'impazienza di un esecutivo... lento e indolente), e all'autoironia (Saracco piagnone, termine con cui si richiama il domenicano Savonarola che l'Italia umbertina aveva eletto vero martire; Saracco-Cassandra).
Moderato nell'orientamento politico, Saracco lo è anche nel discorre: oltretutto nel 1893 ha 71 anni: la parola non è combattimento, ma persuasione, educazione, rispetto per l'avversario. È la parola di chi si sente, soprattutto, padre della patria, erede di quella moralità che appartenne alla Destra cavouriana, ora alterata dalla recente età del trasformismo. La coerenza tra i vari periodi e l'aggettivazione ricca sostanziano un parlare forbito (e studiato) che pare poter davvero coinvolgere - con richiami diretti - l'uditorio. In questo numero de "L'Ancora" l'introduzione (4 pagine) al discorso del 30 maggio (in totale 65!).
Prima di addentrarsi nelle questioni minute e tecniche (i conti dello Stato) è fondamentale catalizzare l'attenzione. Vediamo come.

La fonte

II testo è tratto dai Discorsi del Senatore Saracco, pronunziati nelle tornate del 31-31 maggio e del 2 giugno 1893, un libretto di 112 pagine stampato a Roma da Forzani e C. Tipografi del Senato.
Sul frontespizio (doppio) due annotazioni autografe di Saracco (Iona Ottolenghi; Al Caro Iona. S[aracco]).
Proprio dalla Biblioteca Ottolenghi viene la copia che abbiamo avuto la possibilità di consultare.
Nei prossimi numeri del giornale ulteriori stralci dal discorso del 30 maggio 1893.

Ricerche d'archivio, riduzione e titoletti a cura di Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 4 marzo 2007

 

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