L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Quando Acqui contava quanto il capoluogo

Saracco, Giolitti, Rattazzi e l'identità alessandrina

 
Da sinistra a destra:
Zanardelli, Giolitti, Saracco
Acqui Terme. Giovanni Giolitti nella satira politica. La nascita dell'Italia odierna: questo il titolo della mostra allestita dal 22 gennaio al primo di febbraio alla Galleria Carrà di Palazzo Guasco in Alessandria, promossa dal Centro Europeo Giovanni Giolitti d'intesa con Regione, Provincia di Alessandria, varie istituzioni pubbliche e private, e con l'alto patronato del Presidente della Repubblica.
Nell'ambito di questa iniziativa il convegno L'età giolittiana nell'alessandrino, destinato ad un pubblico studentesco, che tenutosi giovedì 29 gennaio, introdotto dal Prof. Adriano Icardi, assessore provinciale per la cultura, ha visto in qualità di relatori i docenti universitari Aldo Mola e Guido Ratti.
Di particolare interesse entrambe le relazioni: se la prima approfondiva alcuni aspetti della biografia minuta e della multiforme opera dell'uomo di Dronero (cui Mola ha dedicato uno studio da poco disponibile in libreria e che ci auguriamo partecipi alla prossima edizione dell' "Acqui Storia"), la lezione del prof. Ratti ha cercato di "fotografare" luci ed ombre della provincia di Alessandria nel periodo giolittiano.
Le molteplici citazioni relative ad Acqui e ai suoi uomini di punta (a cominciare da Saracco e dagli Ottolenghi) ci spingono a delineare il quadro che segue.

La viabilità, innanzi tutto

L'apertura al mondo: da qui Guido Ratti ha voluto cominciare la sua esposizione, citando l'alessandrino Pietro Savio cronista di una spedizione in Giappone del 1873. Non un caso isolato: i nostri "maggiori" amavano viaggiare (nella inchiesta delle "penne" abbiamo ricordato gli studi fuori patria di Maggiorino Ferraris e Raffaele Ottolenghi, ma anche le avventurose spedizioni di Giacomo Bove).
E ricordando la genialità del nicese Cirio e di Borsalino con le sue commesse in tutto il mondo, i miracoli imprenditoriali della Valle Scrivia, la dinamicità delle aziende vinicole (a cominciare dalle acquesi Beccaro e Debenedetti), dei cementifici, delle Terme acquesi, l'esito non può essere che quello della vivacità della "grande" provincia di Alessandria (che allora inglobava anche Asti, divenuta autonoma nel ventennio).
L'aveva disegnata (e voluta) Urbano Rattazzi - l'uomo già artefice con Cavour, del "connubio" - nel 1865. E Alessandria, prima per produzione vinicola e cerealicola, ai primi posti nel comparto della produzione seta con i suoi bachi, al pari di Cuneo e Novara cercò presto di porre rimedio al "Torinocentrismo". In primo luogo dotandosi di efficaci comunicazioni ferroviarie e di un sistema di servizi di tram a vapore (o a cavalli) per le tratte più brevi.
Anche se il sogno di una dorsale del basso Piemonte non riuscì a concretizzarsi (e questo spiega ancor oggi la difficoltà di comunicazione tra le nostre zone e il cuneese), il miracolo in parte fu realizzato.

Un itinerario comune:
dalla "piccola" alla grande patria

E l'artefice fu da noi, in gran parte, Giuseppe Saracco (classe 1821) nella capitale via via Segretario generale delle Finanze, Ministro dei Lavori Pubblici con Depretis (1887-89) e Crispi (1893-96), Capo del Governo nell'anno del regicidio (1900), presidente del Senato (1898-1904); ad Acqui Sindaco per oltre 25 anni; ad Alessandria per più di 40 anni (dal 1874 alla morte, il 19 gennaio 1906), presidente del consiglio provinciale.
Per Ratti (e Aldo Mola concorda) le somiglianze tra Giolitti e il politico di Bistagno sono più evidenti delle differenze.
Vero che proprio un intervento parlamentare di Giolitti, contro "la frugalità" saracchiana - l'uomo delle noci, che "rosicchia come un topo" (così la satira socialista) - che continuava ad andare a Roma in terza classe, che non faceva mistero di una politica economica tesa al risparmio e al congelamento dei salari - contribuì, nel febbraio 1901 a far cadere l'allora capo del governo. Vero che nel 1904 fu Giolitti (divenuto primo ministro) e non Saracco (presidente del Senato) a rogare la nascita dell'erede Umberto a Racconigi, compensata da un consistente assegno (40.000 lire: equivalgono a cinque annualità di un prefetto) e dal collare dell'Annunziata (che Saracco aveva ricevuto qualche anno prima): di qui una non più sopita ostilità, di cui si sono avuti strascichi ancora nel 1999. In quell'anno alcuni cimeli acquesi furono attesi invano nel cuneese.
Ma Saracco - come Giolitti - è uomo che lavora per il territorio in modo concreto (certo venendo a compromessi), che impone i suoi uomini nell'amministrazione locale, e che, soprattutto, non demonizza le opposizioni, ma vede in queste una occasione di stimolo.
In fondo molte idee dell'uno passano all'altro: c'è una comunanza di interessi che porta entrambi a consistenti investimenti sull'istruzione (specialmente tecnica e professionale, con la fondazione di scuole di agricoltura e d'arti e mestieri: ad Acqui l'istituto "Jona Ottolenghi" nasce nel 1882; diffuso è il costume di premiare i migliori allievi con borse di studio, assegnate nella ricorrenza della Festa dello Statuto) e nel rinnovamento delle città - non più racchiuse dalle vecchie mura - di cui sono indizio le tante fornaci e le nuove costruzioni (scuole, ma anche caserme, che catalizzano commerci e alimentano le imposte daziarie, mentre gli stessi soldati assicurano un inesauribile pubblico agli spettacoli).
Saper amministrare - e qui attingiamo alle parole di Mola - è anche saper vedere: Giolitti e Saracco sono due osservatori: essi mantengono il legame con la gente (specie la loro), osservando le scarpe rotte o le toppe nei pantaloni, e di qui attingono idee preziose per il loro operare. Che si basa anche su una ottima conoscenza della macchina dello Stato.
Bando agli idealismi alla Salvemini, dunque.
È la concretezza a dar longevità al tempo giolittiano e a quello di Saracco, che coincide - almeno nell'ambito locale - con un'età. Assai florida per Acqui, e assai invidiata dal capoluogo: il "sire" Saracco per gli alessandrini conduce una amministrazione "partigiana" che culmina (ma è un esempio tra i tanti) nella tardiva realizzazione della Alessandria- Ovada, non inserita nel 1885 nel progetto che collegherà invece Acqui con Asti e Genova.
Tra Giolitti e Saracco (ma molto più vicino al primo) si collocherà Urbanino Rattazzi (nato nel 1845), nipote del Rattazzi senior, tanto per cambiare un altro avvocato (quello degli uomini di legge è un partito trasversale fortissimo anche alla Camera), pronto a cogliere proprio l'eredità di Saracco nell'ambito del Consiglio provinciale, ma prima uomo di fiducia di re Umberto. Ma anch'egli è colpito (come Giolitti) dagli strali de "L'asino", il ben noto settimanale satirico, che gli affibia il nomen di "Suburbano" non avendo dubbi su un suo coinvolgimento nell'affaire della Banca Romana (1892).

Il progetto culturale

La vivacità pubblicistica che contrassegna Acqui (qualcosa è emerso dall'inchiesta sulle origini del giornalismo cittadino: non ci sono solo "Giovane Acqui", "Gazzetta" e "Bollente", ma anche il "Corriere d'Acqui", le "Cronache acquesi" e "L'Ancora" fondata nel 1903: ma sono solo i più longevi - N.d.R.) è da estendere a tutto il territorio. Centinaia le testate (certo molte dalla vita brevissima, spesso legate alla contingenza delle elezioni), tra le quali anche un giornale delle comunità ebraiche, "Il vessillo Israelitico".
E se ad Acqui nasce il quindicinale specializzato "La Gazzetta del Contadino", a Casale si fa ancor meglio con due testate di interesse nazionale quali "ll coltivatore" (che nel 1904 compie mezzo secolo) e "Italia vinicola e agraria", settimanale di enologia, commercio vinicolo e viticoltura pratica che, come il precedente, si deve alla intraprendenza di Arturo Marescalchi.
Quanto agli studi, se è Don Gasparolo a fondare la "Rivista di Storia Arte e Archeologia", va detto che decisivo sarà nei suoi primi anni l'apporto degli acquesi: il Marchese Vittorio Scati, Carlo Chiaborelli, Raffaele Ottolenghi non solo contribuiranno - con le loro ricerche numismatiche, con le relazioni sugli scavi, con appassionate esplorazioni negli archivi - a fare della nostra città la civitas romana delle provincia (un ruolo che Tortona sentirà usurpato), ma rinverdiranno i fasti napoleonici che dovrebbero culminare con il primo centenario di Marengo (che fallirà poiché i socialisti al potere - con sindaco l'orologiaio Paolo Sacco - non finanzieranno le celebrazioni previste).
La strada consolare Aemilia Scauri, i santi vescovi (tra cui naturalmente Guido d'Acqui), Aleramo, la tradizione comunale e gli statuti, Napoleone, Carlo Alberto e la devozione sabauda: intorno a questi temi si cerca un comune modo di sentire del territorio.
Leone Ottolenghi incrementa la Biblioteca pubblica di Alessandria: ma questa famiglia ebraica, con Jona, Raffaele, Belom (ad Acqui) e Donato (ad Alessandria) innesca i circoli virtuosi del mecenatismo e della ricerca culturale.
L'alessandrino diventa anche terra di artisti: da Morbelli ai Bistolfi, con Leonardo a Casale e Luigi acquese, da Monteverde al Barabino al Pellizza, dal tenore Giovanni Battista De Negri (cui dedica una monografia l'ultimo "Quaderno de L'Erca" del giugno 2003) al nostro - quasi sconosciuto - Luigi Montecucchi allievo del M° Battioni, dal direttore Franco Ghione al Perosi.
Ad Acqui Maggiorino Ferraris (parlamentare, ministro, direttore di "Nuova Antologia") è il primo presidente della Biblioteca Circolante. Negli orfanotrofi prosperano le attività artigianali.

Nelle campagne

Esiste una Alessandria felix, dunque? Si, sembrerebbe, pur mettendo in conto un capoluogo spesso contrastato dalle oligarchie degli altri centri, che non rinunciano agli antichi privilegi.
Molti pregi del territorio gratificano solo l'esigua fascia dell'alta borghesia.
I ceti contadini (costituiti da pochi proprietari e tanti braccianti, che cercheranno tenacemente la proprietà della terra) vivranno nelle campagne le malattie della vite e del baco, piangeranno per l'altissima mortalità infantile, migreranno chi oltralpe, nelle terre francesi, chi oltre l'oceano. Qualcuno farà fortuna, ma altri cadranno dalla padella alla brace (il governo protesterà, nel 1887, per la semischiavitù imposta in Brasile ai nostri connazionali; nel 1892 una trentina di nostri manovali in Francia saranno ammazzati a colpi di vanga, rei di aver accettato minimi salari).
E la diminuzione della statura media, riscontrata nel quinquennio 1894-1999 diventa indizio di un deperimento delle popolazioni. Ecco spiegata la diffusione dell'idea socialista e del sindacalismo prima, quindi del Fascismo eterodosso (quello della sinistra, il più rivoluzionario).
Non è un caso che nel 1899 sia proprio Alessandria a divenire il primo capoluogo di Provincia retto da una giunta socialista, e che Raffaele Ottolenghi tenti una analoga scalata (ma fallirà) l'anno successivo ad Acqui, contendendo a Maggiorino il seggio romano di parlamentare.
Saracco, Ferraris, Ottolenghi Rattazzi: uomini diversi nelle idee, ma "radicati", a pieno coscienti dell'identità della loro terra. Un presupposto fondamentale per "fare amministrazione".

(Giulio Sardi)

Bibliografia

Per approfondire, con il catalogo della mostra Giovanni Giolitti nella satira politica, curato da Dino Aloi per i tipi de Il pennino (Torino 2003), consigliamo la lettura del saggio di Lucio Bassi 1900-1915. Verso la grande guerra, un'opera che nasce dai verbali del consiglio provinciale e dalle cronache della pubblicistica, edita dalla Provincia di Alessandria nel 1997.
Utile anche la consultazione dei siti www.giovannigiolitti.it e lancora.com (archivio delle monografie, con un ricco repertorio di notizie sulla Acqui di fine ottocento).

Pubblicato su L'Ancora del 15 febbraio 2004

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]