L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Sergio Saroni o l'ossessione del vero

  "I colori delle cose non solo cambiano fisicamente ma anche a seconda dei nostri stati d'animo e della nostra età": così scrive con il consueto acume Federigo Tozzi in un suo romanzo. Ed è appunto questo che ci è venuto in mente, d'acchito, nel vedere le tempere e gli acquerelli di Sergio Saroni esposti nella bella mostra di Casa Felicita, a Cavatore. I colori sono innaturali e la realtà ne risulta tanto più stranita e smagata quanto più precisa, all'apparenza, ne è la raffigurazione. La temperie cromatica è del tutto soggettiva (e suggestiva) e si riverbera sulle cose con la forza di una scarica elettrica che sembra farle fremere e vibrare di ulteriori, incipienti significazioni. Come se la scorza superficiale che le fascia e racchiude fosse sul punto di dissolversi per rivelarne l'intimo segreto, l'essenza.
Ma il rapporto di Saroni con la realtà non è né facile né scontato. All'inizio anch'egli soggiace al travaglio generazionale che - sull'onda dell'esistenzialismo e del pragmatismo - porta l'arte a divorziare dalla ragione, a tagliare i ponti con la realtà, cercando in se stessa - nella sua materia, nei suoi segni, negli esempi di non lontane e pur superate stagioni avanguardistiche - i propri referenti. La crisi del linguaggio diventa il linguaggio della crisi. L'impressionismo, privato di ogni cordialità comunicativa, si coniuga con l'espressionismo più violento, disarticolando le forme, destrutturando la sintassi figurativa, spogliando i tradizionali mezzi di espressione di ogni implicito valore semantico. Gesti, macchie, segni, impuntature e sottolineature grafiche si affrancano da ogni vincolo estrinseco. La realtà è ormai avvertita come mero limite esistenziale, irredimibile, irrappresentabile. E l'arte cessa di essere specchio - sia pure alienato e infedele - della vita per farsi vita essa stessa e gridarne l'insensatezza, il vuoto, l'assurdità. Saroni aderisce dunque, nella sua prima stagione, all'informale, come testimoniano alcune prove grafiche degli Anni Cinquanta, per lo più Senza titolo, dove la violenza del segno non oblitera però del tutto i residui naturalistici o antropomorfici, che affiorano, ora come scampoli onirici, ora come tracce mnestiche, nell'esasperato e talora ironico sbizzarrirsi degli inchiostri e dei colori. Per questo la critica ha parlato di "informale naturalistico". Fondamentali devono essere state le lezioni di Gorky e di Bacon. Ma a Saroni, in fondo, premeva altro. Egli sentiva il bisogno di riallacciare i rapporti con la tradizione e di superare l'intransitività del linguaggio che i nipotini di Wittgenstein continuavano a ribadire fino alla nausea. Stanco di un'arte segregata in se stessa, negativa e isterica, capace di dar voce solo alla propria disperazione o di dire, tutt'al più, con Montale, "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", egli si decise allora a giocare la sua pascaliana scommessa, per uscire dall'impasse o dall'impotenza in cui rischiava di soffocare: "Non credo che il rapporto tra il pittore e il mondo sia del tutto perduto, come molti pensano; anzi penso che lo sforzo della nostra generazione sia proprio quello di rafforzare, di riallacciare questo legame; con una pittura che, valendosi di tutto l'apparato culturale datoci dalle generazioni precedenti, tenti un racconto con un linguaggio attuale ma nello stesso tempo più semplice e umano. In sostanza non credo nei sofismi intellettualistici ma in una pittura che, per lo meno, percorra nuovamente una strada della realtà".
Era, la sua, una presa di posizione decisamente coraggiosa, una scelta che lo metteva in rotta di collisione con tanti maîtres à penser dalla coda di paglia. Egli imboccò senza esitazioni la strada della "nuova figurazione", rifiutando di opporre sofismi a sofismi, convinto che il modo migliore di confutare l'asserita crisi del linguaggio fosse appunto quello di riannodare il dialogo: con la tradizione, con il mondo, con la realtà. Si trattava di cercare una nuova sintesi, sottraendosi all'appeal delle mode correnti, smarcandosi dai condizionamenti ideologici, recuperando la fiducia nel "fare" e nel "comporre" per eccellenza, quello teorizzato e praticato, all'epoca, da vari poeti cui "il negativo non toglieva il respiro" (Viviani) e pertanto non si vergognavano più di esibire ed esporre con "tranquilla naturalezza" anche un'interna conflittualità o scissione. In fondo una voce "silicea" o "raggelata" era pur sempre preferibile a un borborigmo o a un grido indiscriminato.
Alla disgregazione del soggetto si poteva in qualche modo ovviare per via tecnica: la "techne" smaliziata di Saroni era perfettamente in grado di adeguarsi alle intermittenze del reale, alla sua disarticolazione, alla sua caotica discontinuità, sopperendo ai vuoti, alle assenze, al disordine entropico che lo minacciava. Non si trattava, infatti, di un semplice ritorno all'ordine, ma di riprendere a descrivere e a raccontare fidando in qualche superstite corrispondenza biunivoca tra linguaggio e realtà. Certo, occorrevano pazienza, tenacia, perseveranza. Provare e riprovare, in vista di un lavoro ben fatto, tecnicamente inappuntabile, dignitoso nella sua coerenza. Iniziava così per Saroni un'autentica avventura, ardua e perigliosa, che lo portava a confrontarsi ancora una volta con la sfuggente ambiguità del reale, nel tentativo di reperire, al di là e al di sotto delle apparenze, l'anima segreta e indistruttibile delle cose.
Tra i temi prediletti dall'incisore ne spiccano due: quello della caccia e quello del groviglio. Il primo è enunciato dallo stesso Saroni, che in esso vede una metafora del suo "fare" artistico. Egli parla infatti della tensione occorrente per l'inseguimento e per la cattura di una preda (cfr. A. Benzi, V. Gatti, P. Mantovani, Saroni. L'ossessione del vero, Albenga 2006, p. 28, nota 12), dando alla metafora venatoria una connotazione esistenziale che ritroviamo, ad esempio, nel Franco cacciatore di Giorgio Caproni, un poeta che presenta singolari affinità con il nostro incisore. Ebbene, la caccia induce l'artista a mettere a fuoco diversi soggetti, ma si esaurisce in una panoplia di nature morte, in una impressionante rassegna di vacui fenomeni, di effimere parvenze. L'oggetto vero del desiderio è altrove, inaccessibile. Sotto la mira dell'incisore cadono passeri morti, girasoli spenti, inerti frutti staccati dal ramo, grovigli di fili, di sterpi, di foglie, di piume, di stecchi. Sunt lacrimae rerum.
La vita o, meglio, il suo senso profondo si sottrae all'inseguimento, si nasconde, sfuma: sotto lo spillone dell'entomologo resta una serie di reperti funerei, struggenti nella loro disarmata miseria, e non sai se l'algido distacco con cui Saroni li descrive e li disseziona sia una forma dissimulata di pietà o una sorta di compiaciuta, sardonica meditatio mortis. Certo è che, nella sua inquieta e drammatica quête, l'incisore rischia di smarrirsi e fors'anche di perdersi nella selva selvaggia del mondo: là dove egli cerca platoniche essenze, strutture di limpida razionalità, la realtà si aggroviglia, disegna labirinti, esibisce viluppi e intrichi senza fine.
Per uscirne, egli dà fondo a tutte le sue risorse: tenta cioè di razionalizzare il quadro, assemblandolo per aggiunte, ma anche per sottrazioni, dilatandone cronologicamente le misure, complicandone la spazialità, in una sorta di montaggio e di smontaggio che procede ora per elisioni e per ellissi, ora per metonimie e per sineddochi. Non è solo un'operazione pluriprospettica, in cui la composizione sia l'esito unitario di plurime, studiate costruzioni-decostruzioni: è anche il tentativo di giocare a rimpiattino con una realtà che illude, elude, si mostra e si nasconde. Questo è visibile in alcune incisioni, per lo più acqueforti e acquetinte, come Dalla terrazza, La donna nel bagno, Velosolex, Figurina, etc., dove ricorre l'immagine della chiesa dei Cappuccini, che nella sua perentoria e nitida geometria rappresenta simbolicamente l'aspirazione dell'artista a districare l'inestricabile, a individuare le armoniche strutture sottese al caos del mondo, la segreta filigrana che lo innerva.
Ebbene, sia quest'immagine, sia la tecnica che intreccia composizione e scomposizione, ritornano nella serie dedicata al pittore e alla modella, dove però la cifra emblematica è un'altra, quella della mistica rosa, inattingibile nella sua quiddità, che si staglia al centro, in alto, mero noùmeno, struggente oggetto di un desiderio destinato a rimanere inappagato. Lo sforzo dell'artista si configura dunque come una titanica lotta con l'angelo. La verità cui egli anela è solo un miraggio, un'imprendibile gibigiana.
Non resta, allora, che cambiare tattica: invece di inseguire la preda di balza in balza, di groviglio in groviglio, in una caccia serrata che, per quanto vi si approssimi, non perviene mai alla cattura, attenderla al varco. Ci sono, infatti, dei momenti in cui le cose - per dirla con Montale - "sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto". Questo avviene nelle atmosfere sospese in cui l'ansia di assoluto dell'artista si propaga febbrile al mondo circostante, in un'onda cromatica che investe e sfarina le cose e pare dissolverne le forme. Il molteplice si compatta in unità e le apparenze fenomeniche, colte nel loro trepido trascolorare, sul punto di eclissarsi nel nulla, si aprono a ulteriori significazioni.
Da questo rogo del reale, in una sorta di mistica ekpyrosis, sembra finalmente sprigionarsi la verità. È l'eternità dell'istante, che candisce il mondo nella luce di un'epifania pacificatrice: quella che vediamo nelle ultime prove, nelle serigrafie a colori, nelle tempere, negli acquerelli, ma anche in acqueforti e acquetinte come Il vigneto ligure, Tralcio di vite, Cesto con frutta, Paesaggio con la grande nuvola.
Il miracolo si ripete: per vederlo, basta inerpicarsi lungo le pendici che portano a Cavatore; lassù Adriano Benzi, puntualmente assistito da validi collaboratori, ha per l'ennesima volta ammannito un banchetto di raffinate vivande. Un anfitrione così, "chi sa / se nemmeno ce l'ha / una grande città".

Carlo Prosperi

Pubblicato su L'Ancora del 23 luglio 2006

 

Scrivi alla redazione dell'Ancora

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]