L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Quella strada verso il cimitero, versi per Luigi Tenco

Poesia e ricordi a Ricaldone

 

Luigi Tenco - La tomba a RicaldoneRicaldone. Gennaio a Ricaldone. Un premio di poesia. Quello dedicato al Maestro Guido Cornaglia. Ma gennaio, a Ricaldone - se ne ricordano i vecchi - è stato anche il mese dell'ultimo saluto a Luigi Tenco. Una domenica di gennaio, l'ultima del mese. Quella che dice 29. Il festival della canzone, a Sanremo, rispettava ancora il calendario: con la Pasqua a marzo, il 26, e le ceneri all'otto febbraio, i gorgheggi canori stanno fuori dalla quaresima. Che quell'anno, a Ricaldone, inizia prima.
Ma come si può, benedetto ragazzo, buttare la vita a meno di trent'anni? Quando la vita sembra prometterti fama e successi, e anche l'amore di una donna combattente (Dalida, destino avverso, ma lo si saprà anni dopo: chi c'era non ha bisogno della parentesi per capirlo), di un'eroina che sembra uscita da una tragedia greca?
La gente assisteva incredula, tra le lacrime. In quella folla anche Piero Milanese, che nel 2000, con la poesia Funeral a Ricaldon - Funerale a Ricaldone, si è assicurato il primo premio di poesia "Guido Gozzano" bandito dalla Biblioteca Comunale di Terzo.
Versi poco noti (in vernacolo alessandrino, con rime alternate) dalla circolazione ridotta, anche se già pubblicati in piccole riviste, che ora riproponiamo ai lettori, sottolineando l'incipit d'autore, vergato nientemeno che da Fabrizio de Andrè: "Lascia che sia fiorito, Signore, il tuo sentiero, quando a te la sua anima, e al mondo la sua pelle andrà a riconsegnare, quando verrà al tuo Cielo, là dove in pieno giorno risplendono le stelle...".
La data di quel transito in cielo molti la ricordano ancora: Hotel Savoy, ala minore, ore 2 e mezza del mattino del venerdì 27 gennaio.
E quella strada ne ricorda un'altra, quella "bianca come il sale", quella solita, che si accompagna a campi da arare, allo sguardo se piove o c'è il sole, per saper se domani si vive o si muore.

Ricaldone - Strada del cimitero

La strada "che si muore", quella verso il cimitero, a Ricaldone, è invece una delle più panoramiche: strano paese Ricaldone, collocato a mezza costa, mica come Maranzana, o Alice o Mombaruzzo che svettano. E l'asfalto, uscendo dal paese ti permette di dare ancora un ultimo sguardo alle case dei vivi, all'abside dell'Oratorio che è grande come la chiesa. Poi, passata una curva, il regno dell'ombra, il versante della collina a nord est, in ogni stagione qualche grado in meno (la sapevano bene, nelle annate nevose, i giocatori "alla boccia", quasi una gara alle biglie di bambini, non d'estate, sulla sabbia, ma d'inverno, con la neve che borda la strada, un circuito da percorrere in un certo numero di tiri, un pubblico, che sembra una processione, che discorre del più e del meno, nel sole di gennaio, il più bello e limpido di tutto l'anno...).
Un'altra processione, il 29 di gennaio 1967, canzoni e poesie che si vanno a sotterrare. C'è anche una storia d'amore che arriva al suo capolinea in questa lirica di Milanese, che ha uno speciale tono crepuscolare, con un parlare dimesso assimilabile nella versione italiana (con le rime sciolte) a Marino Moretti (cfr. A Cesena).
La proponiamo qui ai lettori.

Funeral a Ricaldón

di Piero Milanese

Funerale a Ricaldone

di Piero Milanese

"Lasa Signur ch'u sea fiurì u senté"
a ricord el paroli 'd na cansón
e tònta gént, duminica 'd genè
'ns la strà du simiteri a Ricaldón.

Andè a murì per na cansón 'd Sanremu
per in erur 'd cariera da cantónt
um bsogna avéini poca, esi di semu
l'era acsé chi pensavu i benpensònt.

Ma a són sicür ch'u j'era in'atra idea
'nt la gént ch'a l'era là 'ns cula salita
chi savu che el razón ed la puisea
del voti i son pü forti che la vita.

Me a j'era lé da sul, coi me magón
per Tenco, e la mé storia ansèma a té
e um girava 'nt la tèsta el só cansón
cula puisea che adess j'andavu a strè.

Duminica 'd genè ... zërda e grisur
la strà col ciotri sraji 'ndrént ai bógg
'sa fila lónga 'd gént ch'a j'ava atur
tücc con la tèsta basa e l'aqua a j'ógg.

At ó vista! Pü 'n là, col paltò scür
a l'impruviz, andrénta in teremot
ma aj'ó facc mustra 'd niente, aj'ò tnì dür
per nént emusiunèmi cme in fanciot.

Um è avnü cme l'istint ad defilèmi
nénta fèm vigghi, vója 'd scantunè
ma 't ai uardà, t'éi cursa a salütémi:
't la savi che lé 'n mèz a j'era mé.

A stava schiss, a j'ava '1 grup an gula
po' at ò ciamà cme t'avi facc a avnì
se t'eri con di amiz o bèle sula:
còn j'amiz ad tó pari, del Partì.

A só nént se per Tenco o d'j'att mutiv
che t'eri basinaja, t'avi j'ógg trist
uardònda méj am na so' acorcc, 't piònzivi
la prima vota piònzi ch'at ó vist.

U fava frigg, as eru pià sut brass
sentivu an po' 'd calur stònda dauzén
u giasón u scrusiva suta i nost pass
a capiva perché 't ava ausü bén.

It òn ciamaja, as suma salütà
"Augum-si - t'avi dicc - restuma amiz"
e prima 'd scapè véa, in bazén, sgagià
ch'at ó punzì la pél con i barbiz.

Lasa Signur ch'u séa fiurì u senté
cme chi dzivu el paroli dla cansón
per Tenco e per la gént ch'a l'era lé
'ns la strà du simiteri a Ricaldón.

"Lascia Signore che sia fiorito il sentiero"
ricordo le parole di una canzone
e tanta gente, domenica di gennaio/ sulla strada del cimitero a Ricaldone.

Andare a morire per una canzone di Sanremo
per un errore di carriera da cantante
bisogna averne poca, essere scemo
era così che pensavano i benpensanti.

Ma son sicuro che era un'altra idea
nella gente che era là su quella salita
che sapeva che le ragioni della poesia
a volte sono più forti della vita.

Io ero lì da solo, coi miei magoni
per Tenco, e per la mia storia con te
e mi giravano nella testa le sue canzoni
quella poesia che adesso andavano a sotterrare.

Domenica di gennaio ... gelo e grigiore
la strada con le pozzanghere gelate dentro i buchi
questa lunga fila di gente che avevo intorno
tutti con la testa bassa e l'acqua agli occhi.

Ti ho vista! Più in là, col paltò scuro
all'improvviso, dentro un terremoto
ma ho fatto finta di niente, ho tenuto duro
per non emozionarmi come un ragazzino.

Mi è venuto l'istinto di defilarmi
non farmi vedere, voglia di scantonare
ma hai guardato, sei corsa a salutarmi:
sapevi che lì in mezzo c'ero io.

Stavo zitto, avevo il nodo in gola
poi ti ho chiesto come avevi fatto a venire
se eri con amici o se eri sola:
con gli amici di tuo padre, del Partito.

Non so se per Tenco o altri motivi
che eri mogia, avevi gli occhi tristi
guardando meglio me ne sono accorto, piangevi
la prima volta piangere che ti ho visto.

Faceva freddo, ci siamo presi sottobraccio
sentivamo un po' di calore stando vicini
Il ghiaccio scricchiolava sotto i nostri passi
capivo perché ti avevo voluto bene.

Ti hanno chiamata, ci siamo salutati.
"Vediamoci - avevi detto - restiamo amici"
e prima di scappar via, un bacio, svelto
che ti ho punto la pelle con i baffi.

Lascia Signore che sia fiorito il sentiero
come dicevano le parole della canzone
per Tenco e per la gente che era lì
sulla strada del cimitero a Ricaldone.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 15 gennaio 2006

 

Scrivi alla redazione di Acqui Terme

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]