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I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni - (1)

 

Quella storia di Renzo e Lucia che se ne va "alla deriva"

Lucia (Eleonora Trivella) e Renzo (Maurizio Novelli)
Lucia (Eleonora Trivella)
e Renzo (Maurizio Novelli)

È iniziata "con il piede giusto" la lettura scenica de I Promessi Sposi in Biblioteca Civica. (Se fosse Dante - Inferno cap.II - Non diremmo che "il piè fermo era il più basso"; e la citazione crediamo sia appropriata ricordando gli esordi di una avventura iniziata cinque anni fa sul palco della Fabbrica dei Libri).
"Leggere è eleggere": ovvero scegliere - tra mille distrattori - di porre l'attenzione su qualcosa che è in grado di arricchirti. Dalle mille e mille opere che potrebbero essere suscettibili di attenzione, salta fuori una regina. E se questa si avanza tra la magnifica principesca compagnia dei "classici", che non tradiscono mai, il piacere dell'ascolto, della visione, della lettura è assicurato.
Abbiamo appena cominciato, e stiamo già divagando.
Riproviamoci. Ritorniamo al nostro inizio d'articolo.
La prima delle sette puntate della lettura scenica de I Promessi Sposi ha convinto. Bella la cornice (cento persone), efficace come di consueto l'introduzione di Carlo Prosperi, gradevole l'ora abbondante di lettura recitata fornita dagli attori.
Nessun dettaglio è stato lasciato al caso. Ricordate le assi scricchiolanti su cui si muovevano gli attori l'anno passato per le letture dedicate a Carducci & D'Annunzio et cetera? Anch'esso è stato risistemato per l'occasione.
Ricordate la grande allegoria delle tre cantiche che faceva da sfondo alla recitazione dantesca? Essa è stata raccolta, al modo con cui sui velieri, son ripiegate le vele sulle antenne per mezzo delle sartie. Tanto che, per un momento, sorge il dubbio di aver sbagliato serata. Si leggerà Manzoni o il Gordon Pym di Poe, o il Moby Dick di Herman Melville (Achab come l'Innominato, stesse ossessioni?).
Al posto di fiamme sulfuree e isole dalle cime altissime, sorgenti dal mare, e angeli e cieli otto, ecco le plance nelle quali Erika Bocchino ha riassunto, a matita e carboncino, altrettanti momenti della storia milanese del secolo XVII.
Il sipario non c'era e non c'è. Ma immaginiamo venga tirato.
Prima vengono i saluti da parte dell'Assessore per la Cultura Dott. Carlo Sburlati (che ricorda la fortuna critica sempre vivissima del romanzo, sottoposto ad interpretazioni anche estreme come quella - nichilista - di Aldo Spranzi, e annuncia la nascita di una nuova, terza sezione del Premio "Acqui Storia", dedicata alla memoria di uno dei fondatori, Marcello Venturi, che proprio al romanzo storico sarà dedicata). Seguono quindi le parole di introduzione del dott. Enzo Roffredo. Giusto una accenno alla genesi dell'idea, la raccomandazione di spegnere i cellulari, e di rimandare gli applausi alla fine.
Segue l'intervento di Carlo Prosperi, al solito puntualissimo nel far rilevare il fenomeno della "deriva dei testi". (Precisiamo: l'Autore non è responsabile del loro destino, a meno che non alleghi un "manuale di istruzioni". Ma per fortuna un romanzo non è come una lavatrice). È il relativismo che abbraccia l'opera d'arte. Insomma: l'interpretazione può, anzi deve, essere non unanime.
E lo si vede bene passando in rassegna le etichette (utili, utilissime: seicento pagine riassunte in una parola) appioppate al capolavoro (perché così dovrà esser chiamato): romanzo della Provvidenza, epopea degli umili e degli oppressi, romanzo storico contro la storia.
Ed è un bel filo da inseguire, così come quello della giustizia. Da quella che dovrebbe esser propria dei ministri di Dio o delle gride, all'interpretazione del diritto dell'Azzeccagarbugli. Che si trasforma anche in rovescio: a ben (machiavellicamente) maneggiar le norme, non ci sono colpevoli o innocenti. A quella che rende Renzo (o toh: bel profeta l'avvocato) il più gran rivoluzionario della giornata di San Martino, il nemico numero uno per lo Stato di Milano, per giungere allo ius dispensato a capriccio dall'Innominato, giusto per dimostrare potenza e autorità.
Per certi versi c'è sì la teodicea, la manifestazione di Dio, ma "temperata" da una sana dose di realismo.
E allora l'interpretazione di Barberi Squarotti va non solo "specificata" (I Promessi = romanzo contro la storia [degli uomini]; altra cosa la Creazione, che si specchia nel paesaggio edenico del lago di Como e del territorio di Lecco), ma anche accoppiata a quella di Ezio Raimondi (I Promessi come romanzo senza idillio, con un lieto fine "parziale", che significa abbandonare i patri luoghi).
Ancora qualche considerazione sulla lingua (quella del narratore è un compromesso tra la dialettale che Renzo, uomo "di piccolo affare", avrà usato per narrare i suoi straordinari casi, e il lambiccato idioma, grondante di superlativi e maiuscole, del manoscritto dell'Anonimo) e la piece inizia.

Don Abbondio (Massimo Novelli) e Perpetua (Ilaria Boccaccio)
Don Abbondio
(Massimo Novelli)
e Perpetua
(Ilaria Boccaccio)

Otto scene e un prologo. C'è Elisa Paradiso quale (ottima) voce narrante; doppie parti per Maurizio (primo bravo; Renzo) e Massimo Novelli (Abbondio prima, Azzeccagarbugli poi; personaggi ben caratterizzati, differenziati: impagabile il secondo che gonfia le gote e rumina sentenze, e poi introduce, quando serve, un bel registro in falsetto), Alberto Calepio (secondo bravo), Ilaria (Perpetua) e Monica (Agnese) Boccaccio. Infine Eleonora Trivella, che dà viso, "con le trecce trapassate da lunghi spilli d'argento" e sembianza a Lucia Mondella.
Applausi vivissimi. La prima sera è un successo.

Giovedì 29 gennaio sempre in biblioteca

Promessi Sposi: seconda puntata

C'è qualcosa di carnascialesco ne I Promessi Sposi. E chi ha partecipato alla prima serata di lettura se n'è già accorto.
Comico il taglio di molte scene, e risa soffocate a stento in parecchi momenti, proprio perché la recitazione ravviva quella parola che, sulla pagina, sulla carta, rimane tendenzialmente fredda. Se non gelida.
Caro Ministro Maria Stella Gelmini, perché non paga un corso di aggiornamento sulle tecniche di recitazione a tutti i suoi docenti di Lettere?

Tutti in maschera

Cambiare le carte in tavola, fingere per salvarsi: è la filosofia di vita di Abbondio, bugiardo "sbugiardato".
E "bugiardo matricolato", per certi versi, è anche l'Anonimo che interpreta la Storia come un corredo di palme & allori riservato ai campioni, ossia generali, re e imperatori. Mascherata la Cultura del Seicento (che nega la peste: ecco i libri di Ferrante), "una birberia" la scrittura.
Da commedia degli equivoci, da scambio di maschere (nonostante non compaia il ciuffo, distintivo dei bravi; ma questa è la prova che l'aria di braveria - e Manzoni lo dice - il nostro ragazzone filatore di seta se la portava dietro sempre: è un segno di quei tempi, un po' come oggi il telefonino) l'incontro tra Renzo (il servo sciocco) e l'Avvocato ("Oh, signor dottore [non Balanzone], come l'ha presa: l'è proprio tutta a rovescio).
Poi, a Milano, Ambrogio Fusella "di professione spadaio", ma solo per la fantasia; è il birro che farà "cantare" Renzo e riuscirà, per poco, ad arrestarlo; quindi Renzo, proprio lui, che - fuggitivo - assume su di sé le generalità di Antonio Rivolta.
Da romanzo "nero" (ma qui siamo ormai nel cuore dell'opera) la vicenda che ruota attorno al rapimento di Lucia (cap. XX). L'Innominato che prova sempre più noia e schifo per il delitto, ma è ormai schiavo del suo personaggio e non rinuncia al suo costume di criminale sanguinario; un Rodrigo "umile", ad arte, che esagera le difficoltà dell'impresa (così l'altro meglio abbocca); la monaca con le sue apparenze da "colomba" e la complicità scellerata; gli sgherri mascherati che rapiscono Lucia…
Anche il Griso (il Grigio: e grigi sono anche gli occhi di Abbondio), certo il Griso Traditore, che venderà come Giuda Rodrigo ai monatti, appartiene alla compagnia.
Senza parlar della razzaccia degli osti…
Maschere, maschere e ancora maschere.
Travestimenti. L'apparenze che ingannano. Ora assunte con consapevolezza. Ora imposte dal contesto sociale. Dall'onore (ossessione di Rodrigo: sua prigione). Dalla volontà di potenza (Innominato).

Altri inganni

Ora che in Biblioteca si sta preparando un secondo appuntamento, il 29 di gennaio (sempre giovedì, cioè a sei giorni dall'uscita in edicola di questo numero del giornale), la commedia delle maschere giunge ad uno degli episodi più eccellenti. Quello della notte degli inganni.
Vale la pena ricostruire la cronologia del romanzo per verificare come Manzoni narri "molto per minuto".
7 novembre 1628: Abbondio e i bravi; 8 novembre: matrimonio mancato e Renzo dal Dottore. Prima serata (del 15 gennaio 2009) a condensare in lettura 4 capitoli.
Ora (e veniamo al 29 gennaio) attese nuove scene. 9 novembre: La comparsa di Cristoforo e il conforto prestato ai perseguitati di Olate; il duello - verbale - con Rodrigo alla bicocca. E poi, dopo gli accordi con Tonio e Gervaso, la notte, assai imbrogliata, del 10 novembre. Con cui, di fatto, finiranno le vicende del borgo, prima dell'apertura dei grandi spazi delle città (Monza e Milano).
Ma è della sua macchina teatrale carnascialesca che il buon Don Alessandro doveva essere altamente compiaciuto.
Certo i bravi - alias mendicanti o pellegrini - in agguato.
Tonio e Gervaso,e poi Agnese, e i promessi "mascherati".
Nel capitolo VIII sembra proprio di vedere l'Autore (il nipote del Beccaria, insomma l'uomo in carne ed ossa immortalato anche dal D'Azeglio) che dà forti pacche di compiacimento sulle spalle di un autore implicito (ovvero l'autore ideale, l'idea di narratore che ci costruiamo indipendentemente dalla biografia reale) che sembra avere più di un tratto in comune con il Goldoni.
Qui occorre proprio citare: il matrimonio per sorpresa ha preso una brutta piega per i personaggi, ma non per il pubblico di un ipotetico teatro.

La realtà "relativa & diversa" che sembra…

"In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione: Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi si era introdotto di soppiatto… ha tutta l'apparenza di un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso.
Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato [ma ci voleva poco]… parrebbe la vittima; eppure in realtà era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo.. così andava nel secolo decimo settimo".
Parole magistrali. E, soprattutto, di magistrale ironia. Perché, alla fine, Don Alessandro ci vuol impartire una piccola lezione di vita. E della sua complessità. Tanti punti di vista, tante verità. Che vale tanto per la Lombardia ottocentesca e austriacante (pensiamo al rapporto tra liberali, carbonari, mazziniani e istituzioni governative).
Quanto per il presente.

Da Rodrigo a Lucia rifletttori sui personaggi

Seconda serata manzoniana, in Biblioteca Civica, giovedì 29 gennaio, e ancora un centinaio di spettatori a fare da cornice alle letture. Apre Enzo Roffredo, e non riesce a nascondere la gioia per la risposta che il pubblico sta offrendo all'iniziativa (la quale, sia detto, nata dalla passione, coltivata sì da uno spirito filodrammatico, ma coinvolgente, ha costi veramente irrisori: tanto che un biglietto d'ingresso di un euro - a spettacolo - permetterebbe di ammortizzarla interamente).
Gli applausi, il riconoscimento del lavoro svolto sono il miglior viatico per un lavoro non semplice. Questo il senso dell'intervento.

I pregi della lettura trasversale

Poi tocca a Carlo Prosperi. Che sviluppa il tema del romanzo senza idillio. I soldati spagnoli e le loro malefatte, quindi gli accenni alla carestia, che cadono subito dopo l'apertura centrata sulle meraviglie del Creato.
Anche il pusillanime Abbondio, così simile agli ignavi danteschi, o l'iroso Ludovico contribuiscono a fornire un quadro negativo.
Confermato dal palazzotto di Don Rodrigo (e infatti di lì a poco Cristoforo e il tirannello si incontreranno: è la scena suggellata dal "Verrà un giorno"). Una bicocca che è il "covile di fiera", luogo di un [piccolo] Drago (rappresentato oltretutto sommariamente: poco poco sappiam di lui), capriccioso alquanto, che attende il suo San Giorgio. E gli avvoltoi inchiodati ai battenti sono ben poca cosa rispetto all'aquila che contraddistinguerà l'Innominato il Grande.
Nel feudatario di Olate l'ossessione di non sfigurare rispetto agli avi magnifici, ritratti in pompa magna nella quadreria.
Nell'Innominato quella per l'altezza. Sete di dominio. Volontà di potenza. Tanto colore romantico.

Anche una questione… di stili

Potrebbe essere un romanzo nero. Ma non lo è. Oppure d'avventura. E' talora tragedia. Ora commedia. Ora pagina da libro agiografico, che narra le vite dei santi. Ora subentra la descrizione da saggio di Storia…
I Promessi Sposi sono multi stile. E la notte degli inganni ha il sapore di una scena tratta dall'opera buffa.
Indizi sparpagliati, ma significativi. Stilemi che rimandano all'iterazione: "Zitti zitti"; "Adagio adagio"; "Piano piano".
Vero. Verissimo. Proviamo a sviluppare il discorso del prof. Prosperi con qualche esempio.
Attingiamo al melodramma.
Don Giovanni di Mozart, libretto di Lorenzo Da Ponte. Il dissoluto a Donna Elvira (scena dodicesima dell'atto I): "Zitto, zitto! ché la gente/ si raduna a noi d'intorno./ Siate un poco più prudente:/ Vi farete criticar".
Ancora Mozart. Dalle Nozze. Conte, Rosina e Figaro, sul finire dell'atto secondo: "Zitti, zitti, piano, piano,/
non facciamo confusione;/
per la scala del balcone/
presto andiamo via di qua".
E ancora da computare, nella Cenerentola di Rossini, un altro "Zitti, zitti piano piano"; e poi l' "adagio adagio" da La gazza ladra, il "zitti zitti moviamo a vendetta" del Rigoletto…
Don Rodrigo come Don Giovanni (ci sta) e come lui punito; paesani come i servitori dell'opera buffa che ne sanno una più del diavolo… Persino una zimarra addosso ad Abbondio, prepucciniana.

Sul palco

L'introduzione orienta al meglio la recitazione che segue: Elisa Paradiso è la voce narrante; Enzo Bensi è Rodrigo, e poi Tonio; Maurizio Novelli è Renzo, a suo fratello Massimo toccano le parti di Abbondio e Cristoforo, Monica Boccaccio dà sostanza ad una convincente Perpetua. Poi ci sono anche, per altri ruoli - di contorno, ma non meno importanti - Maria Grazia Cirio, Alberto Calepio e Felice Cervetti.
Infine ecco Eleonora Trivella nei panni di Lucia.

In cerca del personaggio

Inutile negarlo: è quello di Lucia il personaggio più difficile da rendere. Tremendamente difficile. E lo si comprende affrontando la lettura del testo, capitolo dopo capitolo. Lucia è di una statura superiore ad Agnese e a Renzo (per la coerenza, per la certezza della Fede, per intelligenza) e non è un caso che accanto a lei Manzoni sistemi spesso personaggi "altolocati": principesse prigioniere in convento, aristocratici votati al crimine, ma pur sempre di nobili radici; un cardinale in odore di santità…
Ma forse alla Mondella un brutto servizio lo ha fatto per anni la critica: attribuendole - semplicisticamente - etichette "povere": bella baggiana intoccabile, spray della noia, algida Angelica, donna di virtù inossidabile. Che semina conversioni, oltretutto. Troppo perfetta. Troppo compìta. Una santa. Lontana della concezione "corrente", umana, della donna. È quasi creatura celeste.
Una bella "rilettura" del suo personaggio nel saggio di Giorgio De Rienzo premesso ai Promessi Sposi pubblicati nella collezione I grandi romanzi de il "Corriere della Sera". Titolo: Lucia, altro che vittima: una vera femminista.
Possibile? Altro che. Rossori che vogliono dire buona salute e anche, ben mimetizzate dal pudico Alessandro (forse un po' geloso: a Renzo mai un bacio!), le pulsioni d'amore perfettamente compatibili con l'osservanza della Fede, con un alone di serenità, un'aura speciale cui è difficile essere impermeabili. Per comprendere Lucia occorre tener sempre presente la notte al Castellaccio dell'Innominato. Il voto di verginità. Con cui ella sacrifica quanto ha di più caro.
"O bara con la Madonna, donandole cosa di poco conto - chiosa De Rienzo - o sacrifica il suo desiderio, nascosto ma forte, d'essere veramente amata".
Questa, forse, la chiave per capire il personaggio

L'appuntamento di giovedì 12 febbraio

Ancora i Promessi Sposi in scena in Biblioteca Civica. Giovedì 12 febbraio, alle ore 21, sempre con ingresso libero, la terza puntata delle letture coordinate da Paolo Repetto e che si avvalgono della regia di Enzo Roffredo, cui si deve anche una efficace riorganizzazione del testo.
Sul palco Massimo e Maurizio Novelli, Monica e Ilaria Boccaccio, Maria Grazia Cirio, Alberto Calepio, Elisa Paradiso e Eleonora Trivella, Felice Cervetti, Carla Delorenzi, Enzo Bensi.

Invito alla serata

Finiscono le vicende borghigiane (con il cap. VIII) e il romanzo si apre ai grandi spazi: dai monti alla pianura. Dal paesello alla città. Anzi: alle città. Monza. Milano. Terre di Spagna (e Rodrigo ha tutta l'aria di essere un hidalgo). Bergamo, nel territorio della Serenissima.
Si comincia dall'Addio monti.
Di cui è bene sottolineare un aspetto strutturale: rappresenta non solo "un effetto cornice" in rapporto alla pagina paesaggistica dell'esordio (Quel ramo del Lago di Como…), ma anche una sorta di ricapitolazione. Lucia che interpreta sé stessa, la fanciulla perseguitata che si distacca da quanto considerava mai separabile da lei, e un po' presta la voce a Don Alessandro, che ci parla come in quei "cantucci" che son i cori delle tragedie.
Un riassunto lirico simbolico, questo. Che illumina i luoghi deputati del romanzo di Olate: la chiesa ("dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore, dov'era promesso, preparato un rito"); la casa (anzi la casetta, con la chioma alta del fico, e l'amata finestra) di Lucia; l'abitazione di Renzo ("la casa sogguardata alla sfuggita, non senza rossore": è quella dei futuri sposi) e poi il palazzotto di Don Rodrigo (con la sua torre piatta, paragonato ad un feroce che "ritto nelle tenebre veglia un delitto").
Ma è tempo di guardare avanti. Il romanzo è (di nuovo) a un bivio, come nel primo capitolo. Un bivio metaforico. Il lettore-spettatore costretto ora a seguire la storia di Lucia. Ferma in convento.
Ora quella di Renzo, camminante per eccellenza, o se preferite lingera, viandante, pellegrino che si appresta ad entrare in Milano, che tanto somiglia ad un Inferno suddiviso in più gironi (e qui si sente davvero l'assenza di un Virgilio…).
Compaiono anche simboli trasversali ai 38 capitoli dell'opera.

La macchina e Babele

I Promessi sono intessuti di riferimenti "babeliani". E non poteva essere altrimenti in rapporto alla lettura "romanzo degli umili". Ecco la dialettica alto/basso.
Il primo dato da cogliere è quello che concerne la visione, di lontano, del Duomo di Milano. "Renzo vide quella gran macchina sul piano, come se non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto [corsivi nostri]. Ma, dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolar il sangue, stette lì alquanto a guardar tristemente da quella parte, poi tristemente si voltò, e seguitò la sua strada".
Siamo al cap. XI, e queste parole sono da affiancare a quelle pensate da Lucia, sull'imbarcazione che lascia Pescarenico, tre capitoli prima. E' l' Addio monti di Renzo. Più concentrato. Meno lirico. Ugualmente significativo.
Nel piano "città tumultuose, le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade" [un labirinto] che pare levare il respiro.
È l'indizio della fobia manzoniana. Della paura nei confronti delle città "superbe e affollate" (così il Fermo e Lucia).
Ma non è innaturale paragonare la montagna di Dio a quella degli uomini. Il Duomo. Le sue guglie. Che Manzoni non ama. Le pietre eterne contro i mattoni friabili degli uomini. Soprattutto il Duomo come una nuova torre di Babele, per una città che metterà a disagio Renzo proprio in considerazione delle "lingue" [dell'inganno: Ferrer, Ambrogio Fusella, l'oste] che verranno praticate.
Anche gli epiteti della cattedrale non sono neutri: il Duomo è una macchina. Il critico Salvatore Nigro ci ricorda che macchina [fatale] era anche il cavallo di Troia; macchina è la persecuzione "mossa da quel prepotente di Rodrigo" (inizio del cap. XVIII), poi ci sono gli attrezzi "abbominevoli" [sic] della tortura (cap.XXXIV). Macchina anche la scala che fa la sua comparsa nella piazza antistante la casa del vicario di provvisione. 11 novembre, San Martino.
Ancora una volta la ricerca dell'ebbrezza dell'altezza (e poco importa che la scala abbia funzione di un vero proprio deus ex machina - ancora: ma allora è una persecuzione - per il povero montanaro chiaccherone.
Ancora una volta un ordigno del generale errore - la superbia - che prospera un po' dappertutto. Dall'architettura ai costumi spagnoleschi. Babeliano il Conte Zio, e anche il Padre Provinciale. Babeliano Napoleone ne Il cinque maggio (ei si nomò: ma il nominare è proprio dell'esordio del Libro della Genesi, non è certo prerogativa umana).
Babeliano anche l'Innominato. Il senza nome (quasi Manzoni non voglia farlo trovare dalla Provvidenza. Colui che non si può chiamare… e invece…), "arbitro" (come il Bonaparte) delle vicende altrui, il suo castellaccio arrampicato sulla cima di un poggio, "un nido d'aquila"(cap. XX).
Ma è bene fermarsi. Il resto nella serata delle letture, introdotte dal prof. Carlo Prosperi.

Renzo e Lucia belle letture

È unico l'appuntamento di febbraio con I Promessi Sposi. E cade giovedì 12 (terza puntata). Biblioteca Civica meno gremita del solito (influenza? Vero: la conferma dalle assenze a scuola), ma pubblico sempre numericamente confortante.
Quanto all'attenzione, be', sembra di essere in un gran teatro. Silenzio "denso", teso, vivo. Indizio di interesse.
Sono le nove e quindici, e la rappresentazione ha inizio, aperta dal Dott. Enzo Roffredo che ricorda l'impegno del personale (ridotto; ridottissimo) della Biblioteca Civica. Che, però, non manca mai di far giungere il suo apporto indispensabile.
Quindi tocca al prof. Carlo Prosperi. "Non un commento - precisa - che dovrebbe prevedere spazio più ampio, ma brevi osservazioni".
Come al solito, efficacissime.

Dentro il testo
Vola alta Lucia…

Dunque: ecco la storia al bivio. Con Lucia - perseguitata come nei romanzi di De Sade - che percorre una strada simbolicamente "alta".
Il Destino prepara per lei incontri con personaggi di rango elevato. Che privilegio.
Prima una nobilfanciulla, sia pur reclusa, incarceratasi - sì, proprio da lei stessa - nel convento di Monza (la Monaca De Leyda, di nobile famiglia spagnola); quindi un criminale dal sangue blu come Francesco Bernardino Visconti (più noto, ossimoricamente, con il nome di Innominato), per terminare con una coppia d'alto affare: Don Ferrante e Donna Prassede, titolari di una esclusiva casa nobiliare. "Che sia una principessa?", penserà la vecchiaccia, incaricata, dal rapitore senza nome, di confortar Lucia, in quel nido d'aquila (ecco qui le vette orgogliose, superbe), in quel luogo così inospitale e pauroso che è il castellaccio. "Che sia una principessa?" è la domanda che potrebbe farsi anche il lettore, se la storia di Lucia uscisse non dalla penna del Manzoni, ma dal volume delle Mille e una notte, o da una fiaba occidentale (Cenerentola insegna).
Lucia, pur con i suoi semplici tratti, ha la particolarità di venire sempre, stilnovisticamente, a "miracol mostrare".
Effetto ugualmente provato da Monaca e Innominato, ma con conseguenze diverse.
Perché, se non si sa dire sì o no, è impossibile uscire dalle trappole dell'abitudine, dei vecchi circùiti.
Ecco perché la Monaca continuerà a prestarsi alla banalità del Male. E l'Innominato rovescerà, invece, la sua vita.

Un montanaro in città

Per Renzo un itinerario "basso", nel dedalo di una metropoli in tumulto. Ecco la catabasi, la discesa agli inferi. E discesa dalle sue montagne, qui positive, "dantesche", illuminate dalla Luce, così simili a quelle dei Salmi, al Sinai luogo di incontro con Dio dell'Antico Testamento. Le vette son spazio incontaminato e puro.
Un Renzo più accorto (pur sradicato, esiliato, sballottato), dei disordini di San Martino (11 novembre 1628) sarebbe stato solo spettatore. Un testimone. Invece, eccolo travolto dal vortice. Dalle onde di quel mare, in cui fa naufragio. Colpa anche delle situazioni stranianti. Paradossali. La dimensione è quella carnevalesca. Che rovescia "i saperi di base" che della città Renzo possedeva (per via indiretta, crediamo; per sentito dire).
Cittadini spocchiosi? Ma no. Il primo incontro induce Renzo a cambiare opinione. "Toh: si incontrano gentiluomini". Ma Renzo non sa - ed è il narratore onnisciente a riferircelo - che quello era il giorno in cui le cappe [nobiliari] si inchinavano ai farsetti [della povera gente].
La farina che sembra neve, sparpagliata abbondante per strada, e non riposta come bene prezioso nelle madie; le strade deserte; i gabellieri distratti; addirittura il pane (prima scambiato per ciottoli) abbandonato sugli scalini - ma questo è il paese di Bengodi? - vanno ad interagire sul buon senso paesano. Che via via abbandona questo povero, inesperto Renzo. Montanaro dentro. E poi nell'abito. E come montanaro riconosciuto.
Che, all'inizio, non se la cava male. "Consumate le scorte, bruciati i forni, i Milanesi con cosa e dove faranno il pane? Nei pozzi?". Ma poi questo carnevale fuori stagione, al pari del vino, viene ad ubriacare l'uomo. Ben prima della sosta alla Luna Piena. La famosa osteria. Le naturali difese dell'individuo - che poggiano sulla prudenza, sulla cautela - cedono. Ecco Renzo indifeso. Nei guai. E così diverso da Ferrer, in cui alberga qualcosa di shakespeariano. Ferrer, tenace come il metallo, strumento di governo, prototipo dell' "homo politicus" di Machiavelli, che si giova di una popolarità mal acquisita, cui neppur lontanamente il montanaro può essere avvicinato.
Quanta scaltrezza e astuzia, quanto bifrontismo, che si esprime nella doppia lingua.

Il "recitar leggendo"

Puntata densa e "lunga" (si conclude alle ore 22.40). Ricca di monologhi e duetti imposti dalla fabula. Per dar vivacità si mescolano le carte: Massimo Novelli (talora) come narratore; Elisa Paradiso cui è affidata la parte della Monaca di Monza; il buon esordio di Carla Delorenzi nei panni di Agnese, una vivacissima scena d'insieme a rendere la folla irrequieta.
Si nota, poi, come la lettura dell'Antonio Ferrer di Massimo Novelli vada - e clamorosamente - in una direzione opposta a quella "severa & paludata" che Carlo Prosperi aveva introdotto nella sua introduzione. Ma lo capiamo: questa versione un po' caricaturale e caricata, pur non esattamente filologica, è concessione "ludica" in una serata non facile.
Se la cavano bene anche Lucia Trivella con l'Addio Monti, che dà sostanza al carattere di questa anomala eroina, Alberto Calepio ed Enzo Bensi alle prese con più personaggi, senza dimenticare Maurizio Renzo Novelli, e le parti ben rese da Felice Cervetti e da Maria Grazia Cirio. Ora pausa doppia. Lungo il sonno di Renzo alla Luna Piena.

Questa volta tocca a Renzo con la giustizia

Appuntamento da non perdere quello del 5 marzo, alle ore 21, all'insegna dell'arresto e della fuga. Ovviamente quella di Renzo, alle prese con le insidie della grande città di Milano, e poi lesto a riprendere la strada di Bergamo.
Come di consueto la serata verrà aperta da una breve introduzione di Carlo Prosperi, e poi proseguirà con i contributi offerti dalla compagnia filodrammatica guidata da Enzo Roffredo e che annovera Enzo Bensi, Ilaria e Monica Boccaccio, Alberto Calepio, Felice Cervetti e Maria Grazia Cirio, Carla Delorenzi, Massimo e Maurizio Novelli, Elisa Paradiso e Eleonora Trivella.

Il romanzo di un camminante

Il nome Fermo, il primo scelto da Don Lisander, poco si addiceva al protagonista della primitiva storia milanese del secolo XVII. E non si addiceva perché andava a richiamare scopertamente una qualità statica che fa a pugni con la dinamicità del Nostro. Che è uomo dell'orizzontalità, sempre in moto, dei percorsi grandi, che macina chilometri e chilometri prima per raggiungere Milano, e poi per arrivare alle terre della salvezza, oltre l'Adda, sotto la bandiera del leone di San Marco.
Mutato il nome in Lorenzo, Manzoni poteva dirsi assai più soddisfatto: evocare il santo della graticola era come anticipare la storia - intessuta di peripezie, prove, pericoli; sempre "sui carboni" - tutta ancora da narrare di questo filatore che, oculatamente, si "era fatto massaio" (ma senza grandi fortune: tutti ricordano le condizioni della sua vigna quando farà ritorno ad Olate, dopo l'esilio).
Ma un terzo nome si accompagna al personaggio: ed è quello di Antonio Rivolta, che richiama tanto il camaleonte Ferrer politico astuto lasciato due settimane fa in carrozza con il pavido vicario di provvisione (ma Renzo, ingenuo, piccola pedina della storia, non riesce a giudicare correttamente, non mette a fuoco: Ferrer per lui è un eroe), quanto le agitazioni milanesi - le rivolte del pane - che si spegneranno con una restaurazione fatta di forche e di condanne esemplari.
Renzo, per fortuna sua, sarà già lontano dalla grande Milano, ma non potrà esimersi dal vedersi sbalzato di nuovo sul palcoscenico dei grandi eventi: diventerà lui, nelle vulgate, il principe degli agitatori, il ribelle per eccellenza. Ancora una volta un ribaltamento. La vittima, il debole, l'oppresso che è trasformato in carnefice, perseguitato dalla giustizia.
Un'altra capriola dopo quella dall'Azzeccagarbugli. E dopo i rovesciamenti della notte degli imbrogli: Renzo vittima che può benissimo sembrare assalitore a chi è ignaro dei precedenti; Abbondio mite curato sforzato in casa propria.
Inutile dire che è ancora una osteria, quella di Gorgonzola, il luogo in cui Renzo riesce ad apprendere qual razza di malfattore sia divenuto.
"C'era una lega, tutte cabale dei navarrini, di quel cardinale di Francia dal nome mezzo turco… La giustizia aveva acchiappato uno in un'osteria [rieccoci: la Luna Piena]…la giustizia, che l'aveva appostato, gli mise le unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere…ma i suoi compagni che facevan la ronda intorno vennero in gran numero e lo liberarono". E infine quella frase del mercante a suggello - "quando la pera è matura convien che caschi" - che mette i sudore freddo a Renzo. Perché la pera in questione è lui stesso.

In nome della legge

Il filo rosso è sempre il pessimismo di Manzoni. Che si coglie affrontando il problema - attualissimo - della difficoltà di ricostruire la Storia. Della possibilità che essa sia falsificata. Qualcosa di simile era già accaduto alla tavola di Rodrigo.
Poi c'è il grande tema - trasversale a tutto il romanzo -della giustizia. Tarlata. Corrosa.
Ma cos'è la giustizia che il mercante elegge a soggetto dinamico nelle frasi di cui sopra? Dovrebbe essere la negazione dell'arbitrio. E invece ogni grida (si vedano quelle relative a bravi) contempla misure soggettive, a discrezione.
I Promessi Sposi si possono così vedere come oscuro romanzo dell'arbitrio, viaggio che comincia già al tabernacolo del cap. I ("ma lor signori son troppo giusti" dice Abbondio ai bravi), prosegue nella confessione delle miserie della legge - "la forza legale non proteggeva in alcun modo l'uomo tranquillo" - e consuma il suo delitto nelle menzogne della canonica e poi nello studio dell'avvocato ("a sapere maneggiare le gride nessuno è reo e nessuno è innocente").
Senza contare che legge significa violenza. Mica il contrario! E non c'è bisogno di scomodar il caso limite della tortura.
Esporre Lodovico alla giustizia significa prevedere l'esercizio della vendetta. Solo il saio e l'umiltà la evitano. E il pensiero violento corre più volte anche nella mente di Renzo. È l'abito del secolo.
Dovrebbe la giustizia essere trasparente, e invece si mette in maschera. Abbondio appare come falso prete, l'Azzeccagarbugli falso avvocato; anche il birro Ambrogio Fusella è camuffato. Il podestà è servo.
Manzoni, nelle Osservazioni sulla morale cattolica, aveva chiarito come ogni potere ingiusto, per far male agli uomini, dovesse aver bisogno di cooperatori in grado di rinunciare alla legge suprema di Dio e dello Stato.
Nel romanzo una gran schiera. Il segno della fallibilità umana. Orizzonti angusti.
Da cui solleverà solo un biblico Cristoforo (nel lazzaretto, cap. XXXV).
"Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu [Renzo], verme della terra, tu vuoi far giustizia!"
Con il pane del perdono, è questo, della Parola, il rivoluzionario viatico che il frate lascerà ai suoi cari.

(Giulio Sardi)

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(pubblicato su L'Ancora del 25 gennaio, 8 febbraio, 22 febbraio, 1º marzo 2009)

 

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