| |
Acqui Terme. La giornata della Memoria, quella del 27 gennaio, istituita dal Parlamento Italiano con la legge 211, del 20 luglio 2000, "in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti", e che poi ha assunto un significato ancora più vasto, rammentando le valenze distruttive di ogni persecuzione razziale, antica o recente, sollecita la ricerca del Male anche nei luoghi più insospettati. Così, può capitare di individuare fatti dimenticati, o rimossi, scorrendo le pagine un aureo libretto, quello di Alessandro Hellmann. Si tratta di Cent'anni di veleno. Il caso Acna, l'ultima guerra civile italiana, Viterbo 2005, Stampa Alternativa, euro 10).
Dovrebbero leggerlo davvero tutti in valle, a cominciare dagli studenti, per individuare insospettate connessioni tra due colossi chimici italiani che a prima vista non diresti mai avessero avuto nulla a che fare tra loro. Invece la storia "vecchia" di Acna e IG Farben (la fabbrica che produceva il gas usato dai nazisti nei campi di sterminio, il famigerato Zyklon-B), e, poi, anche la storia più "nuova", è tutto sommato simile. E se i due complessi furono, attraverso l'amicizia dei due regimi dittatoriali, uniti da una relazione di partnernariato, oggi i due "mostri" continuano a manifestare una formidabile resistenza alla cancellazione.
L'Acna negli anni del regime
È nel 1931, quando il dinamitificio della Valle Bormida, ormai convertito alla chimica, si trova in cattive acque, anche per la poca scaltrezza del proprietario Rinaldo Panzarasa, che aveva urtato la sensibilità di qualche gerarca fascista. Viene così svenduto alla Società Montecatini, con una partecipazione della IG Farben. "Un nome che sa di lassativo o di associazione caritatevole" - dice ironico Alessandro Hellmann ma, come si osserverà, è solo tutta apparenza. A Cengio muta l'acronimo (da Aziende Chimiche Nazionali Associate, ad un meno inquietante Aziende Colori Nazionali e Affini: a chi non piace l'arcobaleno?), ma non la sostanza dell'inquinamento delle acque, dell'aria e - conseguentemente - delle persone, operai e non. Nel 1931 Hitler non è ancora al potere, ma la IG Farben è attiva eccome. Si è formata tra il 1916 e il 1925 e la genesi così complessa va ricercata nella sua natura di "cartello" di aziende che, dopo il Trattato di Versailles (1919, che conteneva le durissime condizioni di pace imposte alle Germania sconfitta nella prima guerra mondiale) non riuscivano a sopravvivere da sole, non reggendo la concorrenza. Ecco allora nascere la IG (che significa Interessen Gemeinschaft; ovvero Comunità d'interesse, come dire che l'unione fa la forza, insieme si vince) che raduna 6 marchi industriali che anche noi, a distanza di quasi cento anni conosciamo eccome: Agfa, Basf, Bayer, Cassella, Hochst e Kalle. Non a caso si tratta di industrie che rappresentano l'eccellenza della ricerca tedesca: e così in questi anni c'è chi inventa l'aspirina, chi diffonde materiale fotografico in tutta europa, chi finanzia i progetti del premio Nobel Paul Erlich, un medico che scopre come curare la sifilide; nasce poi la novocaina. Insomma: la IG Farben è strategica, e durante la Repubblica di Weimar, al cancelliere (1923) e poi ministro degli esteri (1923-26) Gustav Trasemann (un paziente mediatore artefice del patto di Locarno e del trattato di neutralità con l'Urss: questi i motivi che lo faranno andare a Stoccolma, per il Nobel, ma questa volta per la pace, nel 1926) viene attribuita una frase significativa: "Senza IG e senza carbone non si può fare una politica estera". Ma torniamo all'Acna. Nel 1938 "è l'unica azienda del gruppo Montecatini - citiamo Hellmann da p. 18 - ad applicare in maniera rigorosa le leggi razziali, perché i tedeschi della Farben su queste cose sono proprio tedeschi: e allora via subito tutti gli ebrei! Molti di quegli ebrei in realtà, continueranno al lavorare per la Farben per il resto della loro vita. Ma nello stabilimento di Auschwitz". Rieccoci in Germania. Il riarmo tedesco negli anni trenta è opera della Farben e senza le sue notevoli capacità (e qui attingiamo ad una Inchiesta della Domenica del "Sole24 ore" del 2 febbraio 2003, curata da Beda Romano), "senza il suo potenziale di ricerca, il suo savoir-faire tecnologico e, in generale, senza il suo potere economico, la Germania non sarebbe mai stata capace di cominciare la guerra il primo settembre 1939". Così una relazione alleata alla fine del conflitto.
Ma non saltiamo i passaggi. Nel 1944 Auschitz diventa una delle più grandi fabbriche della Germania. Si producevano benzina e gomma, entrambi prodotti sintetici. Tra i "dipendenti" anche Primo Levi. Un terzo prodotto, abbondante, è la morte: e questo, tristemente, accomuna il destino della IG a quello dell'Acna, un piccolo campo di concentramento nostrano - sì, in effetti è solo una metafora, innocua in apparenza - ma i risultati concreti, alla fine, sono più o meno gli stessi. Provatevi a chiedere: quanti saranno stati i malati di cancro negli ultimi decenni, nell'intera valle? E poi, il parallelo continua con le vicende affini del negazionismo (non è vero che ad Auschwitz si moriva così, in schiavitù; non è vero che l'Acna inquina) sino ad arrivare alle chiusura /non chiusura dei due stabilimenti. Ognuno, da noi, sa come il problema della bonifica del sito dell'Acna sia ancora aperto e problematico. E dunque l'Acna continua a far paura. Anche in Germania la IG Farben ha avuto una vita lunghissima. Sino al 2004. E pensare che era stata posta in liquidazione nel 1952, poco dopo i processi di Norimberga che portarono 23 dirigenti (13 condannati) sul banco degli imputati: ma i comportamenti criminali ci sono stati anche da noi....(invece nel 1946 l'Acna, materna e bipartisan, assume reduci , ex internati e partigiani). Cinquanta anni per chiudere la IG, sino all'ultimo quotata in Reichsmarch, la moneta dei tempi del Fuhrer.
Speriamo, allora, che da noi in fretta possa venire solo la chiusura della vicenda. Presto una valle integralmente bonificata.
Il passato, con le sue sofferenze e i suoi insegnamenti, invece, non va archiviato.
Giulio Sardi
Pubblicato su L'Ancora del 5 febbraio 2006
|