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Il libro sul cimitero ebraico di Acqui Terme presentato
a Palazzo Robellini domenica 6 settembre

 
Cimitero ebraico di Acqui Terme
Cimitero ebraico di Acqui Terme
Cimitero ebraico di Acqui Terme
Cimitero ebraico di Acqui Terme
Visita, guidata dalla prof.ssa Luisa Rapetti, al cimitero ebraico di Acqui Terme.

Il cimitero ebraico di Acqui Terme

Acqui Terme. In occasione della decima Giornata Europea della Cultura Ebraica, domenica 6 settembre, alle ore 17.30, presso la sala maggiore di Palazzo Robellini, verrà presentato il saggio di ricerca della prof.ssa Luisa Rapetti Il cimitero ebraico di Acqui Terme.
Si tratta di un volume di ampio formato, di oltre 330 pagine, edito dalle Impressioni Grafiche, la casa editrice della nostra città, che registra anche (per il capitolo Le rilevanze iconografiche delle tombe) la collaborazione di Lucilla Rapetti. L'edizione dell'opera è stata possibile grazie al sostegno della Provincia di Alessandria, del Comune di Acqui Terme, e della Fondazione CRT.
Ma la fitta pagina dei ringraziamenti è segnale dell'ampiezza di una ricerca che si è dipanata soprattutto tra Piemonte e Lombardia, tra centri di cultura ebraica e università, biblioteche e archivi storici e notarili.
In particolare alla prof.ssa Tiziana Mayer e al prof. Stefano Fumagalli è da ricondurre l'opera di traduzione e commento delle epigrafi ebraiche, elemento basilare della pubblicazione. L'ing. Andrea Chiarlo ha curato la redazione del posizionamento delle lapidi ad oggi e della tavola planimetrica dell'area.
Domenica 6 settembre, come detto, il volume - che riannoda strettamente il presente alla storia e alla identità - sarà presentato alla città dal Presidente della Comunità Ebraica di Torino Dott. Tullio Levi, dal Documentalista della Biblioteca Civica Lionello Archetti Maestri, dal prof. Marco Dolermo, storico della presenza ebraica nella nostra città.
Introdurrà il pomeriggio l'Assessore alla Cultura dott. Carlo Sburlati.
Significativamente le pagine sono state dedicate - leggiamo testualmente - "ai testimoni che negli anni hanno accettato di rievocare volti e momenti di vita degli ebrei acquesi, salvaguardandone la memoria".
Si tratta di Adolfo Ancona, Renato Armeta, Augusta Bachi, Monsignor Giovanni Galliano, Giacomo Ghiazza, Fausta Giuso Ghiazza, Marco Menegazzi, Maria Maino, Dante Mignano, l'avv. Giacomo Piola, la prof.ssa Floriana Tomba, Giovanni Battista Zanetta.

Uno Spoon River con la stella di David

Un altro libro, di straordinario spessore, per riscoprire la storia della città.

Uno sguardo indietro

Speriamo di non far torto a nessuno, ma crediamo davvero vada sottolineata la vivacità degli studi che ha accompagnato gli ultimi quindici anni, segnati inizialmente dalla paziente ricostruzione di Don Pompeo Ravera dedicata ai Vescovi d'Acqui (EIG, 1998), proseguita con la ristampa anastatica delle Antichità, ovvero la Storia d'Acqui del Biorci (EIG; 1998), dall'uscita de Tra Romanico e Gotico (EIG, 2004, curata da Carlo Prosperi e Sergio Arditi), dalla pubblicazione di tre cartolari da parte di Paola Piana Toniolo (l'Alberto nel 2001, quello di Guido dei Marchesi d'Incisa nel 2004, quello del Carlevarius nel 2008), dalla tesi di Roberta Bragagnolo, dedicata alla Storia del Teatro ad Acqui, trasformata in opera divulgativa nel secondo numero monografico di ITER (2005), rivista che ha poi dedicato, con il determinante apporto di Giacomo Baroffio, un altro volume (con CD) al canto gregoriano acquese.
Né sono da trascurare gli atti dei convegni dedicati alla figura di Guido Vescovo (EIG 2003 e 2007), o la ricerca dedicata dalle scuole alla memoria di Cefalonia (edita in cd-rom nel 2005), il volume dedicato alla Raccolta archeologica Scovazzi (De Ferrari, 2007), o quello (con DVD allegato) uscito in occasione del Sessantesimo della Resistenza, curato da Vittorio Rapetti.
Infine, di Francesco Dolermo, nel 2005, La costruzione dell'odio, uscito per i tipi di Zamorani, fotografia dei rapporti tra ebrei, contadini e diocesi di Acqui tra l'istituzione del ghetto del 1731 e le violenze di 1799 e 1848.
Nel mosaico di ricostruzione che si sta, anno dopo anno, componendo, il saggio di Luisa Rapetti non solo è l'ultimo, ma forse il più atteso. Sia per la lunga opera di ricerca, durata anni, sia per l'oggetto cui le fatiche son state dedicate: una comunità praticamente annientata dalle persecuzioni post 1943, e che - per questo -ha lasciato anche tracce, documentarie e materiali, decisamente labili, granello di sabbia rispetto ad una tradizione sedimentata, almeno, nel corso di quattro secoli e mezzo (risalendo al 1478 la prima testimonianza della presenza ebraica in città).
E anche in epoca apparentemente non sospetta (luglio 1971, tempi civili, in apparenza) la comunità ebraica subì l'ultimo pesantissimo sfregio, quando alla vigilia della giornata che la avrebbe eletta monumento nazionale, la sinagoga dei Portici Saracco venne vandalizzata in modo irreversibile.
Né vanno taciute le condizioni di incuria in cui ha versato il cimitero ebraico, con disfacimenti che è legittimo pensare non imputabili solo al tempo. Sta di fatto che non poche steli (specie del Settore B, di provenienza dal Vecchio cimitero, sito nell'area oggi approssimativamente compresa tra Via Ghione, Via Trucco e Corso Bagni, ma anche nel settore delle sepolture più recenti) risultano spezzate.
Ma annientare uomini, incendiare registri o cancellare pietre non significa annullare la storia.

Un altro grande Ottolenghi:
il rabbino Bonajut (†1850)

Non è un caso, allora, che nel romanzo più acquese (e dell'Acquese) di sempre, il più noto, i Sansôssi di Augusto Monti (che scrive ad inizio anni Trenta), proprio a metà libro, si stagli la figura di un savio natano monferrino. Un ebreo pisternino. Isaia Debenedetti, detto Graziadio. Personaggio (crediamo) di fantasia.
Ma "storici " gli eventi da lui narrati. Leggiamo allora dalla pagina 307 del libro riedito da L'Araba Fenice di Cuneo.
"Era dunque del Quarantotto, quella primavera, subito dopo lo Statuto. L'editto [di emancipazione, 29 marzo]. La guerra. Feste e tripudi e giubilo. Il ghetto aperto. Tutti fratelli, Sacchi di meliga largiti dagli ebrei ai poveri di Acqui, seicento lire dell'Università israelitica al Comune per armar la Guardia Nazionale. Ottolenghi, il rabbino, in piazza a braccetto d'un prete, lui con il tricorno in testa e quello con il suo cappellaccio. Preci e Te Deum [di rito israelitico; eccoci al 6 di aprile]. Sparate e luminarie".
E poi, poco dopo, a Pasqua [quella ebraica, 23 e 24 aprile] "la voce" di un bimbo rapito. Da chi? Dagli ebrei. Assassinio rituale. Per gli azimi. Il caos. Un pogrom sfiorato.
Ricorderà Raffaele Ottolenghi "…e il mio povero padre [Bonajut, † 1899] dové traversare tutta la città accompagnato [in prigione: una misura per far sbollire gli animi] dalle maledizioni di quella folla briaca di avidità del saccheggio, che gli lanciava l'accusa infame… per tre giorni stettero le nostre famiglie ebree chiuse nelle loro case".
(Si può ben comprendere, allora, l'anticlericalismo di Raffaele, che specie con gli ultimi suoi scritti sulla Rivista di Storia Arte e Archeologia per la provincia di Alessandria - 1916, Sull'abate Guido della Porta discendente della famiglia ebrea Ottolenghi -, appoggiandosi all'autorità di Angelo Brofferio, non si fece scrupolo di attaccare le radicali iniziative di conversione del Vescovo Contratto.)
Ma vale la pena di tornare al romanzo. E al libro di Luisa Rapetti. Che ha la funzione di un grande registro anagrafico, una sorta di antologia di Spoon River con la stella di Davide, in cui - talora in maniera sommaria, talora con straordinaria precisione, si vanno a comporre 323 identità. 323 volti che riemergono dal passato.
Così all'Ottolenghi rabbino citato dal Monti si può con ogni probabilità restituire l'identità di Abram Bonajut Azaria, e il suo cippo davvero possiede le caratteristiche che segnalano l'eccezionalità della figura del sepolto, per cultura e saggezza, tanto che si suppone egli stesso autore della splendida epigrafe in versi, che inizia richiamando la vita come tempesta, e l'uomo come nave di cui si spezza l'albero.
E' lui, commentatore dei testi sacri, custode di una preziosa biblioteca, probabile autore delle opere Lo spavento di Isacco e La casa di Giacobbe, il fratello del bisnonno di Raffaele socialista.
Senza contare che quando Augusto Monti, qualche pagina dopo, ricorda il tipografo X, di nome ebreo, "che stampava la "Gazzetta", ed era risaputo, ma stampava anche "L'opposizione", di nascosto si credeva" [dobbiamo dar retta a Monti?], viene naturale pensare alla figura di Salvador Dina, di cui si fornisce un ricco cammeo, tipografo editore, che per quasi mezzo secolo, dal 1871 al 1918 legò la sua attività alle pagine settimanali della "Gazzetta d'Acqui".

Pur dilungandoci un poco, crediamo di aver mostrato l'utilità pratica, concreta di un volume che davvero mai finisce di raccontare. E che offre mille spunti alle future ricerche.

La giornata della cultura israelitica
Acqui, il cimitero e la comunità ebraica

La decima Giornata Europea della Cultura Ebraica - celebrata in Piemonte a Torino, Asti, Biella, Alessandria, Chieri, Ivrea, Mondovì, Vercelli, Trino e Cherasco - domenica 6 settembre ha vissuto momenti importanti anche nella nostra città.
Con il tradizionale momento di visita al Cimitero di Via Salvadori, e poi con la presentazione del documentatissimo libro che la prof.ssa Luisa Rapetti ha dedicato, dopo alcuni anni di lavoro, a questo luogo della memoria.
Nel pomeriggio di domenica, la sala conferenze di Palazzo Robellini non è riuscita a contenere un foltissimo pubblico, che ha in parte occupato anche le scale di accesso.
All'incontro - insieme con l'Autrice - hanno preso parte, in qualità di relatori, la dott.ssa Tagliacozzo, che rappresentava il presidente della Comunità Ebraica di Torino Dott. Tullio Levi; il prof. Marco Dolermo, Lionello Archetti Maestri, e l'Assessore alla Cultura dott. Carlo Sburlati.
Parole di saluto sono poi state indirizzate all'uditorio dal prof. Adriano Icardi, tra i primi a sostenere la ricerca.

Un libro fondamentale

Ci sono gli archivi di carta. E ci sono quelli di pietra. Ma il patrimonio rappresentato dal cimitero ebraico di Acqui, sino a ieri, risultava muto.
La prima finalità dell'opera, disponibile ora in libreria, è quella di offrire, nella traduzione italiana, grazie all'appassionato lavoro di Tiziana Mayer e Stefano Fumagalli, una completissima traduzione delle steli e dei cippi.
E poiché ogni marmo porta curatissime indicazioni biografiche, il cimitero è "casa di viventi", poiché davvero tanto, di quelle esistenze, sopravvive.
E con questo si restituisce il profilo complessivo di una comunità che ricoprì funzioni importanti nella amministrazione e nel tessuto economico, nel progettare la città ottocentesca, nell'attivare iniziative di servizio e solidarietà.
Luisa Rapetti, illustrando la sua ricerca, ha parlato di un viaggio, di un iter conoscitivo che si proponeva sempre nuovi traguardi, che allargava il campo sempre più, e di un prepotente bisogno di cercare.
Che non è però il solo scopo dell'opera, concretizzatasi dopo tante fatiche. Conoscere significa valorizzare e tutelare.
È vero: da oggi con il bel volume EIG è sì disponibile un nuovo strumento di indagine, ma anche di "protezione", di salvaguardia di un repertorio di informazioni che rischiava di essere prima o poi perduto (e proprio sulle dispersioni recenti si era soffermato Carlo Sburlati nella sua introduzione, puntando il dito sul destino di spogliazione di Villa Ottolenghi; ma da non dimenticare ci sembrano anche le vicende che si legano alle leggi razziali e alla successiva deportazione).

Un'acquisizione, e un punto di slancio per nuove ricerche

In una parola, l'incontro di domenica scorsa andava a racchiudere profonde valenze etiche e civili, e a dimostrarlo era la presenza di tanti testimoni che, come è stato detto, "hanno accettato di liberare la memoria".
Acconsentendo alla fatica del ricordo.
Apprezzamenti al volume (in particolare per la completezza, per la documentazione attenta) sono venuti dalla dott.ssa Tagliacozzo, che ha anche ricordato le tante iniziative edilizie di recupero attivate dal 1985 in Italia, dopo decenni di noncuranza; da Lionello Archetti Maestri (che ha rievocato il vano impegno di "Italia Nostra" per conservare la Sinagoga acquese, cui si accedeva dai Portici Saracco; il disagio della sua prima visita al cimitero israelitico in stato d'abbandono; accennando poi ad un suo impiego concreto, dopo il recupero completo, come risorsa storico culturale, aperta alle visite tramite l'inserimento in un progetto di rete, con una possibile musealizzazione).
Assai apprezzato l'intervento del prof. Marco Dolermo, che dopo aver evidenziato il cambio di rotta nella ricerca successivo agli anni Ottanta (da una prospettiva di emarginazione della comunità con la stella di David, alle indagini sul sistema di equilibrio cristiano-israelitico), ha posto in evidenza la figura di Rasia Soltz (1839-1908) "che studiò e si impratichì e percorse i sentieri di bene e di sapienza", e che dunque - caso assai raro - pare abbia avuto, lei donna, accesso allo studio del Talmud.
Con lei si apre un possibile filone di ricerca che riguarda gli ebrei dell'Est che giungono in soggiorno in Liguria, ma poi vengon tumulati ad Acqui.
E un altro interessantissimo percorso potrebbe - per Luisa Rapetti e per la sorella Lucilla, preziosa collaboratrice - ora riguardare lo studio comparato dei cimiteri israelitici piemontesi, per trarre informazioni d'insieme sui momenti della emancipazione.

La casa dei viventi

Più volte è stata citata nel corso della presentazione di domenica 6 settembre, al pari dell'opera di Cino Chiodo dedicata alle "stelle disperse".
È la pagina di prefazione al volume Il cimitero ebraico di Acqui Terme curata da Paolo De Benedetti.
Che, dopo aver ricordato la predilezione dell'Antico Testamento per nomi e genealogie, "segno fondamentale della benedizione di Dio", così conclude: davvero la pietra tombale costituisce simbolicamente una piccola, ma vera vittoria sulla morte.
"Perciò chi con animo consapevole percorre i nostri cimiteri ebraici (che spesso sono in luoghi in cui non esistono più comunità ebraiche) in realtà scopre la vita. Anzi: molte vite.
L'imponente ricerca di Luisa Rapetti è proprio la conferma di questa funzione vitale dei cimiteri: la raccolta e la descrizione delle lapidi, corredata da una ricchissima documentazione, fa salire - direi - dalle tombe una folla di persone, alcune ancora note, altre vissute più in ombra o in tempi più remoti, e svela dietro a ciascun defunto l'esistenza della famiglia, l'intreccio di parentele reciproche, la situazione sociale di appartenenza. Il volume, arricchito da numerose immagini, rivela una eccezionale conoscenza della vita ebraica, dei suoi riti, della sua "teologia", e riesce a cogliere ciò che di questi aspetti emerge figurativamente dal simbolismo funebre. Per tutte queste ragioni, anche chi non avesse particolari legami con quella che fu la tradizione ebraica di Acqui, scoprirà in questo libro il fascino dell'ebraismo piemontese, la ricchezza spirituale delle piccole città, l'insegnamento che queste voci ci trasmettono e l'aiuto che ci offrono per vivere e morire".

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 6 e del 13 settembre 2009

 

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