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"Cent'anni di veleno"
Il caso Acna, l'ultima guerra civile italiana

di Alessandro Hellmann

 

Acqui Terme. Si è tenuto, presso la Libreria Terme, nel pomeriggio di giovedì 5 gennaio, vigilia dell'Epifania, un incontro con il giornalista e scrittore Alessandro Hellmann, autore del romanzo inchiesta Cent'anni di veleno - Il caso Acna: l'ultima guerra civile italiana (Stampa Alternativa, 2005) e con l'attore Andrea Perdicca (formazione presso la scuola del teatro stabile di Genova, oggi professionista impegnato in una produzione di "Narramondo" che offrirà una trasposizione scenica delle pagine che raccontano la storia dei veleni in Valle Bormida). E proprio due monologhi dallo spettacolo Il fiume rubato (che si ispira ai modi del teatro di Paolo Paolini, affidandosi alla regia di Nicola Pannelli: oggi è in cantiere, vero e proprio "work in progress", ma presto sarà "provato" a Savona, diventando disponibile nel giugno 2006) hanno incorniciato l'incontro, coinvolgente e davvero formativo.

Quando la gente racconta
La storia dei veleni sconfitti

Parlare di Valle Bormida ad Acqui: ti aspetteresti il grande pienone, invece l'uditorio è assai selezionato. (L'attesa è tutta per la lettura di Harry Potter che di lì a poco sarà allestita nella stessa libreria: anche i quotidiani hanno dato grande risalto all'evento; parlare di veleni è storia scomoda, specie sotto Natale...). Venti persone o poco più. Le brutte storie attraggono poco.
Ma, cosa assai rara, le parti si invertono: è il pubblico, in gran parte ambientalista, a testimoniare, e Alessandro Hellmann assume il compito di moderatore.
Se il libro intende ripercorrere la storia di una vicenda di inquinamento che abbraccia oltre cento anni, dal 1882 al 1999, anno di chiusura dell'Acna, l'incontro acquese ha focalizzato inizialmente la sua attenzione su un episodio: quello dei tanti presidi esercitati dagli uomini e dalle donne della Valle sull'area più prossima al fiume.
Una vicenda, questa, esemplare: davvero in tale occasione il termine "guerra civile" non è iperbolico: liguri contro piemontesi, operai e sindacalisti da un lato, schieramenti per una Valle Pulita dall'altro, diritto alla salute contro diritto al lavoro, grande politica spesso ondivaga, qualche sindaco coraggioso, le squadre antisommossa di carabinieri e polizia sempre contro, con tanto di gratuite schedature.
Insomma: ad un secolo dalla cannonate di Bava Beccaris (Milano 1898), la sensazione di uno Stato non mediatore, ma schierato. Un episodio che, a detta di alcuni presenti, ha sancito la sconfitta degli inquinatori: impiegare la forza, la violenza, la prevaricazione ha reso consapevoli molti, "dall'altra parte", che l'Acna era indifendibile.
E, allora, interessante apprendere dalla viva voce dei protagonisti le "avventure" per prelevare il percolato, le cose in lambretta, in procura o all'USSL con le preziose boccette, i viaggi della speranza a Roma, per incontrare gli onorevoli che non scendono dai seggi del Parlamento, con le donne della Valle Bormida che spazzano la Piazza di Montecitorio al termine della manifestazione e i giornali che, il mattino dopo, ne parlano come un vero e proprio letamaio.
La guerra è così. È una guerra per davvero che -purtroppo - come tante famiglie sanno, ha i sui morti: le neoplasie, come stabilisce un oncologo del Sant'Orsola, sono più numerose rispetto all'interland industriale di Milano, e dire che da noi il territorio è agricolo. O meglio, era; perché "grazie ai fenoli" non solo i cavedani nell'acqua hanno vita breve, ma anche il vino diventa cattivo.
Una storia piena di trabocchetti, quella dell'ACNA, anche quando sembra terminata: l'equivoco del RESOL, la bonifica oggi da completare e da compiere bene, se no si torna indietro di decenni, ma non solo da noi: anche a Catania, a Brindisi, a Foggia dove ci sono situazioni simili, e l'Eni è coinvolta in prima battuta.
Ma sono gli episodi vissuti dai testimoni a catalizzare l'attenzione: quando i lupetti acquesi, negli anni Settanta (periodo in cui va di moda l'inchiesta sociale, cui i nostri scout si applicano con diligenza) si recano sul greto della Bormida, presso la fabbrica, sul terreno del demanio, incontrano i carabinieri . "Ma avete chiesto il permesso?": è questa la domanda subito rivolta loro. Quanto alle risposte, alcune sono tra le più surreali: un dirigente della fabbrica giunge ad attribuire "la colpa" dell'inquinamento ad un fiume dalla portata troppo piccola; sono inquietanti e tragiche le storie che narrano di alcuni operai che deliberatamente sabotavano le ventole degli aspiratori per guadagnare qualche lira in più con l'indennità di rischio; e di altri che correvano con le pale a spostare i materiali più tossici senza la fastidiosa maschera, per terminare velocemente gli sgomberi, per imboscarsi a dormire o per tornare alle occupazioni di casa, con il compiacimento della ditta che quello sporco lavoro lo voleva finito; ci sono poi USSL che divulgano analisi in cui il Bormida sembra avere l'acqua pura del Ticino, e altre aziende sanitarie prossime alla fabbrica che promuovono splendide e articolate inchieste sul fumo (ma perché non sul problema vero: l'acqua rossa, le leucemie, i tumori, con la loro emergenza che è ben più forte dei tanti uomini a libro paga per difendere l'industria).
Ci voleva il ricordo del caso ACNA per innescare una riunione del genere. C'è chi evoca - per scherzo - la carboneria, chi gli alcolisti anonimi: occorre spurgare anche le tante umiliazioni, le botte prese, la sensazione - a lungo convinzione - che il mostro fosse davvero invincibile. E fa un po' tristezza pensare che quella battaglia di ieri sia già, in buona parte, dimenticata oggi...quando non è vinta del tutto.
La morale: l'ACNA, pur con il male che ha fatto, è entrata nell'identità della Valle: è dunque anche questa guerra è da tramandare. Ai giovani. Soprattutto.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 15 gennaio 2006

 

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