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Quando il duca Carlo Emanuele assediò Bistagno

 
L'affresco di Savigliano del 1615.
Il particolare raffigurante Terzo.
Bistagno. Un altro affresco di Savigliano racconta dei fatti d'arme delle nostre parti. Si tratta dell'assedio di Bistagno del 1615, che al pari di quello di Mombaldone si può attribuire alla bottega di Giovenale Boetto e di Jean Claret.
Se certissime sono le identificazioni per le battaglie di Crevacuore (1617), di Tornavento (1636) e di Mombaldone (1637), torre e rocca di Terzo indicano chiaramente come sia l'Assedio di Bistagno del 1615 il soggetto di Palazzo Taffini d'Acceglio che riproduciamo qui accanto.
I soldati sabaudi (rinforzati da un nutrito gruppo di mercenari francesi), provenienti da Canelli, avevano già provveduto (così riferisce Domenico Testa nella sua Storia del Monferrato) a prendere d'impeto il castello il Bubbio, lasciato semidistrutto, e aspramente combatterono tra Monastero Bormida e Bistagno, in una lotta che fu resa più dura delle avverse condizioni del tempo.
La primavera piovosa (come ricorda Vittorio Scati, che nel 1894 diede alle stampe la relazione del medico Alessandro Arcasio, oggi disponibile in ristampa anastatica nel volume Stralci di vita e costumi monferrini in Valle Bormida, allestito da Pier Dario Mottura) non poco complicò l'iniziativa sabauda, che si protrasse da sabato santo al mercoledì successivo. Ovvero dal 18 al 22 aprile.
E i colori e le immagini saviglianesi sembrano cogliere con assoluta fedeltà i punti nodali degli eventi bellici. Fanteria e cavalleria, guidate da Carlo Emanuele, in sella al cavallo bianco, il duca che voleva strappare la terra ai Gonzaga, stanno sulla sponda meridionale del fiume. Una stranezza?
No. Perché se è vero che le truppe calarono da Roncogennaro, e l'artiglieria seguì la strada per la strada più piana del Borgo, il capitano sabaudo non aveva mancato di presidiare tutti i punti cardinali.
A tramontana i cavalieri erano giunti a San Paolo, alle Chiosse, alle fornaci di Castellaro; a levante a Monte Marone, al Bricco e alla Morra; a sud, oltre il fiume, anche la zona della Tinazza a Montecrescente era presidiata, così come la strada delle Valanche, il fossato dell'Erca e i castagneti della Torcella.
Ma lo scorcio dà modo al pittore di inquadrare la piazzaforte di Terzo, da dove giungeranno gli aiuti spagnoli del Marchese di Ynoyosa, in cui si concentravano, di lì a poche ore, migliaia di uomini. E davvero imponenti sembrano le fortificazioni del paese sopra le rocche, e di Montabone da cui si erge un campanile che sembra quello di una cattedrale. Certo il realismo fa difetto, ma intanto l'affresco ci consegna un inedito paesaggio della Val Bormida del secolo XVII.
Parzialmente nascosto dal tronco di un albero in primo piano (un topos che si riconosce anche nella battaglia di Mombaldone; identica è la posizione, sulla sinistra di chi guarda, e le fronde son tagliate) è, invece, l'abitato di Bistagno, verso il quale si avviano le truppe - sorvegliate da un ufficiale (sarà forte Vittorio Amedeo?) in sella ad un enorme cavallo nero, preso di spalle - pronte a calcare il ponte di barche appositamente costruito.
E allora, poiché gli spalti bistagnesi son annebbiati dagli spari della fucileria, dagli scoppi delle mine, dai colpi ricevuti dai due cannoni savoiardi che hanno incominciato a battere la fortezza, non resta che affidarci alla descrizione dell'Arcasio, che racconta di mura intervallate da sei possenti torri, con le difese che descrivono un triangolo e vedono sul vertice meridionale il castello, in cui era anche installato il comando del Marchese di Mortara, castello provvisto di porta verso il centro abitato, mentre le altre due aperture nella cinta erano rispettivamente a levante e a ponente.
E proprio nel maniero, a fronteggiare il fiume, si era messa "una buona mano di scelti moschettieri, li quali da quel luogo eminente e superiore al guado della Bormida chiunque passava arditamente offendevano, di maniera che quelli di dentro a buoni colpi di artiglieria e moschettate il nimico molto lontano ritenevano, senza poter essere da loro offesi né tampoco dalla loro picciola artiglieria, la quale faceva pochissima breccia e leggerissima passata".
Ma perché un evento bellico come quello di Bistagno, che si risolse con un nulla di fatto per l'arrivo dei quindicimila spagnoli da Alessandria, condotti da Governatore di Milano (anzi: in una mezza sconfitta: un migliaio di soldati di Carlo Emanuele rimasero sul campo, a fronte di irrisorie perdite tra gli assediati: Arcasio dice tredici morti e altrettanti feriti; il grande cannone, "l'arma risolutiva" sabauda mai giunse dal quartier generale di Cherasco sotto gli spalti dove era atteso) rientrò nell'epopea dinastica?
Forse perché il piccolo Ducato dimostrava di poter competere con un grande Stato Europeo, oltretutto divenuto alleato potente nella guerra "manzoniana" scatenata dal problema della successione del Ducato di Mantova.
E allora da un lato i Savoia potevano vedere nell'assedio di Bistagno una vittoria sfuggita per un pelo, che aveva dimostrato le qualità dei comandanti ma anche degli ingegneri militari che compirono tutto quanto previsto dall'arte dell'assedio.
E dall'altro potevano omaggiare l'alleato recente, che a corte era rappresentato da Maria di Soissons, sposa di Tommaso di Savoia.
Quanto al teatro di guerra, pochi furono vantaggi - come ovvio - dell'"impresa di Carlo Emanuele I".
"Le ruine e rubamenti fatti sopra il finaggio di Bistagno come anco a Cascinasco, ed in tutte le altre terre di questo contorno, sono tali, che senza occasione legittima, vedendosi questi poveri luoghi ruinati e maltrattati, sono degni di misericordia e compassione" .
Ma questo è un particolare che quadro tace.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 3 settembre 2006

 

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