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L'emigrazione in Valle Bormida e nell'Acquese

 

Tesi di Laurea di Lucia Prato

Ricerche sull'emigrazione
di fine Ottocento inizio Novecento
del territorio della Valle Bormida e dell'Acquese

È il titolo di una interessante tesi di Lucia Prato, laureata in Lettere Moderne con votazione 110/110 e lode, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, dell'Università degli Studi di Genova.

Tesi che ci consente di conoscere meglio il nostro territorio e la sua gente.

"Questi posti una volta erano pieni di gente". È un'affermazione che spesse volte si ascolta conversando con gli anziani delle vallate valbormidesi. Il pensiero corre allora malinconico alle cascine con i tetti crollati, i vetri rotti e i muri in pietra invasi da indomabili erbe rampicanti, alle antiche strade senza più sentieri percorribili. La riflessione che ne consegue è conosciuta da decenni: la nostra collina ha perduto l'azione benevola e indispensabile dell'uomo, quella derivata dalla una sua equilibrata convivenza con il territorio.
Ma quando l'abitante di questi luoghi ha iniziato a rifiutare questo rapporto secolare e consolidata con la sua terra?
È noto che il vero e proprio spopolamento delle campagne valbormidesi si attuò nel secondo dopoguerra, quando le campagne del basso Piemonte, come buona parte del monto rurale italiano, vissero il momento epocale della fuga verso i centri industriali del Nord.
Da quel momento, infatti, molte zone agricole italiane ebbero il destino segnato: gli uomini e le donne delle colline, tormentati dalle solite incombenze finanziarie capirono che era molto più semplice vivere guadagnando un salario nelle fabbriche delle città del triangolo industriale. Ma la decisione di un'emigrazione definitiva verso Torino, Genova, Milano, durante gli anni Cinquanta fu in realtà il capitolo conclusivo di un fenomeno di emigrazione dal territorio valbormidese, iniziato già a metà del XIX secolo, protrattosi fino agli anni Trenta del secolo successivo e diretto verso la Francia Meridionale e il Sudamerica.
La storia di queste antiche vicende migratorie è stata argomento di uno studio sulla storia dell'emigrazione di massa dalla Val Bormida di Spigno e dall'Acquese a fine Ottocento inizio Novecento, che si è basato essenzialmente sull'analisi dei movimenti demografici della popolazione residente nei paesi valbormidesi della provincia alessandrina e nel territorio di Visone.
Le ricerche si sono svolte negli archivi storici dei comuni di Spigno Monferrato, per le testimonianze su Spigno e sulle frazioni di Montaldo, Rocchetta, Turpino, e negli uffici anagrafici di Merana, Montechiaro d'Acqui, Bistagno e Visone.
Anche l'Archivio Vescovile acquese è stata una buona fonte di dati soprattutto per la visione del più antico documento su questo tema: lo Stato delle Anime della Parrocchia di Turpino redatto nel 1866 e revisionato nel 1870.
Ma negli archivi locali non è stato possibile reperire pratiche che riguardassero la prassi relativa agli espatri: nessun fascicolo sui nulla osta per il rilascio dei passaporti, nessuna carta per autorizzazioni agli espatri in uso prima dei passaporti. Differentemente sono state analizzate tre tipologie di documenti anagrafici che non riguardavano direttamente i trasferimenti all'estero ma potevano conservarne delle tracce quando gli abitanti lasciavano il comune di residenza. Tra questi di ampio utilizzo sono stati i Registri di popolazione che registravano i residenti in un Comune descrivendo un vero e proprio stato di famiglia: ogni abitante veniva iscritto in base alla località di domicilio e al nucleo familiare di appartenenza, intenso nel senso antico di "fuoco" per cui in ogni gruppo rientravano tutte le persone che facevano capo allo stesso focolare, quindi anche i domestici o garzoni, spesso soggetti di emigrazione perché ospiti temporanei.
Informazioni importanti per la ricerca erano riportate nelle caselle che indicavano il luogo di cambiamento di residenza o dell'ultima abitazione dell'iscritto dove troviamo indicate le località dei soggiorni all'estero e le date di uscita dal Comune.
Il già citato Stato delle anime di Turpino, è molto similare per il tipo di dati riportati ai Registri di popolazione. Il parroco in tutta libertà di compilazione, registrava i parrocchiani, sempre secondo il concetto di fuoco e non mancava di annotare gli eventuali domicili in paesi stranieri dei fedeli. Infine ultima fonte archivistica studiata per l'individuazione di movimenti migratori, è rappresentata dalle liste di leva militare, divenute strumento d'indagine quando segnalavano la presenza di cittadini maschi all'estero mediante lettere private inviate ai sindaci o comunicazioni pervenute dai Consolati. Sono stati inclusi nel campione anche quegli individui dichiarati renitenti, supponendo che l'emigrazione potesse essere stata un valido motivo per macchiarsi del grave reato militare.
Da questi dati, di natura prettamente anagrafica, è stato tratto il campione di popolazione valbormidese che ha consentito di osservare i movimenti di un imponente e duraturo esodo migratorio risultato particolarmente intenso nello Spignese.
Il Comune di Spigno ha, infatti, fornito per il centro e per le sue frazioni un numero considerevole di dati, ricavati appunto dai Registri di popolazione che unicamente in questa sede furono compilati e distinti in due periodi cronologici: l'Ottocento e il Novecento. Quindi, l'intervallo temporale in cui si è potuto osservare il fenomeno è stato piuttosto lungo e ha consentito di elaborare le seguenti ipotesi sulle modalità di sviluppo del fenomeno sul territorio spignese: le prime partenze, anche se saltuarie, si effettuarono già dal 1830, s'intensificarono tra il 1860 e il 1890 e terminarono intorno al 1930.
Dove si diressero gli uomini spignesi alla ricerca di fortuna? Due le destinazioni principali: quella francese e quella americana, anche se nelle carte più antiche è stato difficile rilevare i nomi delle singole località, poiché non furono trascritti.

Entriamo un po' più nel dettaglio: Spigno per l'Ottocento segnala 36 casi diretti in Francia e 6 spignesi, residenti nelle contado, partiti per le Americhe. Montaldo la più grande frazione dello spignese, con un tipo di insediamento sparso nella campagna, presenta, per lo stesso riferimento temporale, una situazione nettamente diversa: 15 persone si diressero in Francia e 17 in America. Sembra che il Continente americano sia stato prescelto maggiormente dagli abitanti del contado, anche se in generale la tendenza a recarsi in Francia o nelle Americhe, procede sempre di pari passo.
Sono necessarie però alcune precisazioni sulle cifre. Esse non corrispondono a quelle ufficiali trasmesse dagli uffici dell'epoca competenti in materia di emigrazione. È sufficiente a dimostrarlo un articolo apparso sulla Gazzetta d'Acqui del 6-7 agosto 1887, che discuteva i dati della Statistica dell'Emigrazione italiana, relativi al Circondario acquese nel triennio 1883-1885. In questo articolo Spigno Monferrato risultava il comune con la maggior quota di emigranti: solo per il triennio gli veniva attribuita un'emigrazione temporanea di 177 individui, in conformità a quanto era stato affermato poche righe prima ovvero che nel Circondario di Acqui l'emigrazione temporanea era più elevata di quella permanente.
La disparità con le 42 emigrazioni spignesi, rilevate nello studio, per il XIX secolo, è chiara, ma le fonti archivistiche in questione, per quanto inadatte a quantificare il fenomeno, sono state però l'unico materiale documentario presente in loco per delineare le modalità di evoluzione del fenomeno sul territorio.
Nel nuovo secolo e su tutto il territorio circoscritto dalla ricerca, esse hanno ancora rilevato un alto numero di partenze per la Francia, fornendo ora anche i nomi delle località più frequentate dagli emigranti valbormidesi: Tolone e centro industriale di Le Seyne, per gli Spignesi e la città di Marsiglia per i trasferimenti d'inizio secolo degli abitanti di Bistagno e Visone. In generale si è poi osservato un incremento delle partenze transoceaniche, che è stato possibile collocare nelle città di Buenos Ayres e Montevideo.
Certamente l'abitudine a dirigersi verso la Francia, almeno nel primo ciclo di emigrazioni ottocentesche, fu motivato dalla ricerca di un espatrio rapido, temporaneo, che rappresentasse un facile rimedio alle periodiche difficoltà in cui la famiglia contadina della collina valbormidese incappava ogni anno.
In questa parte del Piemonte la piccola proprietà contadina, frantumata in minuscoli appezzamenti su terreni poco fertili, non riuscì a divenire un'unità di produzione capace di superare i limiti della semplice sussistenza. Oltre alla povertà e alla necessità di procurarsi denaro, sulla decisione di oltrepassare i valichi alpini, incise anche una considerevole crescita demografica della zona collinare alessandrina, tra il 1860 e il 1870, che esercitò una significativa pressione sulle risorse economiche del territorio.
La Francia aprì le frontiere ai flussi di manovalanza proveniente dalle regioni collinari e montane del basso Piemonte; del resto in questa nazione esisteva il problema opposto: un calo della natalità che rappresentava un handicap per una nazione in piena crescita industriale. In questa fase della storia valbormidese delle emigrazioni di massa, gli emigranti avevano come unico obiettivo quello di risolvere il problema della mancanza di risorse economiche all'interno dei nuclei familiari e svolgevano lavori stagionali proprio in Francia perché vicina e bisognosa di manodopera.
Queste motivazioni resero gran parte delle partenze della seconda metà del XIX secolo, provvisorie, dal momento che non imposero una separazione definitiva dai luoghi d'origine come stava invece accadendo in altre aree d'emigrazione italiane, anche del Nord.
Furono, infatti, esperienze un po' particolari: gli emigranti rifiutarono il taglio netto con il paese d'origine, anzi si servirono dei trasferimenti all'estero per mantenere vivo il proprio legame con la terra madre. Recarsi all'estero durante l'inverno, o soltanto per un periodo di tempo programmato, serviva ad integrare le magre risorse agricole prodotte durante l'estate, apportare eventuali migliorie alla proprietà e acquistare nuovi terreni per aumentare le potenzialità produttive.
Del resto spina dorsale di queste comunità rurali era l'istituzione della piccola proprietà in seno a famiglie contadine numerose nel numero dei loro elementi, che vivevano proprio in virtù della gestione comune della cascina e della terra dalle quali ricevevano beni materiali e riconoscimento sociale e culturale.
Secondo questa prospettiva l'emigrazione, fin quando ebbe un carattere provvisorio non determinò una funzione di disgregazione sociale ed economica del territorio, al contrario produsse un'azione di equilibrio, di conservazione, di quella che in un intervento di Franco Ramella al Convegno Internazionale di Cuneo sulla Migrazione attraverso le Alpi Occidentali, nel giugno 1984, è stata denominata la base rurale, vale a dire piccolo podere di proprietà.
Quando questo scomparirà, eroso da congiunture economiche ormai troppo sfavorevoli, l'emigrazione acquisirà un carattere definitivo e metterà in funzione la sua temibile funzione disgregativa; ma in Val Bormida si dovranno per fortuna attendere gli anni del secondo dopoguerra per avere esiti così devastanti.

Abbiamo già ricordato l'articolo della Gazzetta d'Acqui del 6-7 agosto 1887 che attribuiva al Circondario di Acqui il primato per le migrazioni provvisorie, ma le testimonianze a questo proposito non sono finite. I dati pubblicati sempre dal medesimo periodico nel Novembre 1888, attribuivano per l'anno in corso al Circondario di Acqui, 184 emigranti definitivi e 199 emigranti temporanei, numeri significativi se confrontati con gli emigranti del Circondario di Alessandria che per lo stesso periodo risultavano essere 921 per le emigrazioni definitive e un solo soggetto per quelle temporanee. Ugualmente singolare è il raffronto con Casale, dove si rilevavano 129 corsi di emigrazioni definitive e 3 casi di emigrazione provvisoria.
Quindi nelle fasi iniziali degli esodi di massa, la volontà e la possibilità di ritornare nei luoghi natii rappresentarono una ragione in più per scegliere la Francia e il suo mercato del lavoro.
L'arrivo nelle terre transoceaniche del Sudamerica divenne più frequente con l'avvicinarsi del nuovo secolo; non che i piemontesi non conoscessero questa terra, al contrario la Storia attribuisce la costruzione economica di questo paese al lavoro degli emigranti piemontesi, che instancabili e tenaci dissodarono e lavorarono le sterminate pianure delle province interne.
I contatti tra i valbormidesi e le terre del Nuovo mondo furono forse posteriori rispetto a quelli con la nazione francese ma lasciarono un segno particolare in coloro che li stabilirono. E lì, infatti, che si trovava la Merica, il paese mitizzato dall'immaginario collettivo della gente contadina. Durante le veglie serali, nelle cascine delle borgate, i vicini narravano storie straordinarie vissute da compaesani partiti per quel lontano paese: raccolti abbondantissimi, con quintali di grano, giallo come l'oro, simile ad un dono mandato dal cielo perché si raccoglieva a Natale; campi estesissimi, in cui lo sguardo si perdeva all'infinito, contadini che si muovevano a cavallo tra immense tenute agricole. Il richiamo esercitato dalle terre sudamericane sulla popolazione subalpina fu davvero notevole. Secondo Donato Bosca, studioso della storia dell'emigrazione di massa dal Cuneese, la regione subalpina fornì il più alto contingente di emigranti italiani in Argentina, tanto che nei primi anni del nuovo secolo i piemontesi nella terra della pampa raggiunsero le 116.300 unità.
Ma dove si stabilirono una volta giunti in questa nazione? Le prime zone occupate dagli emigranti furono quelle del litorale intorno alla città di Buenos Ayres, ma gli emigranti dell'Italia del Nord, preferirono intraprendere attività rurali e si addentrarono nelle regioni interne della pampa. Le terre lavorate dai nostri immigrati attraversavano le province di Buenos Ayres, di Santa Fe e arrivavano fino a Mendoza e Cordoba.
Era questo un paesaggio in piena trasformazione, il prato naturale doveva essere sostituito da campi di dimensioni straordinarie, coltivati a grano, mais, lino e cotone. Un'importantissima coltivazione fu quella dell'erba medica per l'allevamento bovino che pose le basi per il mercato delle carni bovine argentine, uno dei più fiorenti e specializzati nel mondo.
I nostri emigranti ingaggiati in questo tipo di attività, inizialmente lavorarono come salariati, ma poterono con facilità divenire fittavoli stipulando contratti spesso con connazionali, che li avevano preceduti o addirittura acquistare terreni. Gli individui più coraggiosi che tentarono le prime esperienze migratorie in Sudamerica, vissero momenti non facili per il duro lavoro e per la pericolosità di quelle regioni, ma poterono divenire proprietari per il basso costo della terra e per le tante agevolazioni che venivano concesse purché venissero popolati i territori più selvaggi della nazione.
Nel Novecento invece, quando tutte le frontiere furono raggiunte dagli emigranti-coloni, possedere un fiorente appezzamento terriero significava disporre di macchinari agricoli e di buone disponibilità finanziarie, quindi fu più difficile fare il salto di qualità per elevarsi socialmente. Ciò nonostante la prospettiva, più modesta, di guadagnare sterline facendo gli operai nelle aziende agricole o nelle fabbriche sudamericane, rimase un invito allettante per i contadini delle campagne valbormidesi.
Almeno questo è quanto è emerso nelle interviste ad alcuni abitanti della vallata, che hanno raccontato le storie di nonni o di zii emigrati. Il nonno del signor Sergio Garbero di Merana, al ritorno da Montevideo in Uruguay, stupì la figlia, che quel ricordo non lo cancellò mai più, coprendo il letto di casa con le sterline guadagnate. E il suocero della signora Maria Briano, sempre di Merana, rientrò da Montevideo, con le preziose sterline nascoste nel sottofondo del baule per sfuggire i controlli della dogana.
Tanti sono stati gli aneddoti e non tutti centrati sulle buone possibilità di guadagno fornite dai paesi sudamericani, ma purtroppo anche sui soprusi subiti dai padroni o addirittura perpetrati per mano di lavoratori di altre nazionalità. Il signor Antonio Sicco, ricorda, per esempio, l'antipatia del padre, emigrato a Buenos Ayres, per gli emigrati spagnoli, con i quali la convivenza sarebbe stata veramente difficile.
Inoltre sono state narrate vicende in cui l'emigrazione oltreoceano non sarebbe stata una parentesi né triste né momentanea ma opportunità per un vero e proprio riscatto e avanzamento sociale. È il caso degli zii della signora Aldina Rapetto, originari di Mioglia, fondatori del primo mercato all'ingrosso a Santa Rosa (Uruguay), che lì si stabilirono per sempre.

L'emigrazione nel Sudamerica, anche se di durata temporanea, non aveva, infatti, carattere occasionale, precario; con questi luoghi ed estenuanti viaggi s'intendeva far fortuna e magari costruirsi un'esistenza diversa. Nelle terre oltreoceano la possibilità di divenire possidente, di impiantare un'attività commerciale o artigianale erano nettamente superiori rispetto all'altra terra di emigrazione considerata dalla studio, ossia la Francia. In Argentina, Uruguay, Brasile, tutto era da fare: le nazioni dovevano essere costruite, economicamente e finanziariamente innanzitutto. L'emigrante conosceva questa realtà e tentò di sfruttarla.
Diverse invece erano gli obiettivi, le aspettative e i destini dell'emigrante valbormidese nelle città oltralpe. La Francia, da sempre era sentita dalle popolazioni piemontesi come una seconda patria. È ancora la signora Rapetto che ci ricorda come ai tempi di suo nonno (fine Ottocento) persisteva l'abitudine degli abitanti delle Langhe di recarsi per alcuni mesi l'anno oltreconfine per svolgere il mestiere dello spazzacamino, del boscaiolo, del cordaio, dell'impagliatore di sedie, del calzolaio. Altra occupazione collegata all'emigrazione francese, curiosa perché coinvolgeva soggetti femminili, era quella della balia. Tante erano le puerpere che affidavano i loro bambini ad altre donne del paese, per fare le nutrici nelle case benestanti di Tolone, Nizza, Marsiglia poiché là questo mestiere era ben pagato.
Ma la Francia rimase per i Piemontesi un grande paese, un luogo dove si viveva bene. Qualcuno degli intervistati ha raccontato che i parenti emigrati sarebbero rimasti là per sempre se a casa non ci fossero stati i "vecchi da guardare", che premevano perché rientrassero ad occuparsi della "terra".
La signora Piera Ghione, ricordando l'esperienza giovanile del marito, stabilitosi a Tolone negli anni Quaranta, afferma: "Diceva che si stava bene. Là faceva tante cose che qui non aveva mai fatto. Andava al cinema. Qui non si sapeva neanche cosa fosse. Si è tolto tante soddisfazioni. Qui non c'era niente...".
L'emigrazione significò quindi anche esperienza di viaggio, conoscenza, crescita personale e, per qualcuno, riscatto sociale e benessere economico, soprattutto quando decise di stabilirvisi definitivamente.
La tendenza a compiere trasferimenti definitivi, sia in Francia che in Sudamerica, fu più frequente dal primo dopoguerra, probabilmente perché qualcosa stava ormai cambiando nel rapporto tra l'abitante valbormidese e la già ricordata base rurale.
Il profilo dell'Italia con un'economia agricola si stava modificando. Le attività rurali della collina offrivano ormai poche garanzie. È proprio in questo momento che prende forma il progetto migratorio del non ritorno.
Negli anni Venti del XX secolo, partì la seconda grande ondata migratoria e anche in questa occasione, Francia, Argentina e Uruguay, ebbero un posto di riguardo nelle loro scelte. La Francia continuava ad aver bisogno di manovalanza, capace e rassegnata come quella italiana e venne nuovamente raggiunta da muratori, cementisti, carpentieri, falegnami, artigiani e operai generici.
Probabilmente rispetto ai momenti iniziali dell'emigrazione francese, alcuni fattori cambiarono: non ci si trasferiva più in maniera impreparata; si conosceva il mestiere da intraprendere poiché l'arrivo era spesso organizzato da parenti o compaesani già presenti in loco o ci si muoveva anche con l'intenzione di aprire un'attività in proprio, magari nel settore artigianale o della ristorazione.
Ugualmente le emigrazioni sudamericane nel nuovo secolo avvenivano in circostanze meno ignote e pericolose, perché nelle mete prescelte vi erano già comunità italiane ben inserite nel territorio, che introducevano e guidavano i connazionali sbarcati consentendo loro di entrare a contatto con una realtà sociale ed economica fidata e positiva.
Questi sono gli aspetti che lo studio sulla storia dell'emigrazione di massa degli abitanti della Val Bormida di Spigno e dell'Acquese, ha maggiormente evidenziato.
I disagi economici che spesso motivarono i trasferimenti all'estero, rappresentarono certamente un'analogia con altre vicende migratorie contemporanee, presenti sul restante territorio regionale e nazionale; tuttavia ci è parso di rilevare una peculiarità nelle partenze valbormidesi dirette all'estero: la condizione del ritorno.
In tutti sopravvive un sentimento comune: l'attaccamento alla terra, vivo e forte sia nei piccoli proprietari che nei semplici mezzadri. Questo vincolo è determinante negli epiloghi finali delle loro avventure perché rafforza il legame con il paese di provenienza che ha radici molto profonde, ramificate da secoli di storia, di relazioni immutate tra questi luoghi e i suoi abitanti creando una dipendenza che è quasi sempre incancellabile.
Lo fu fino a quando l'intera società italiana non cambiò volto e da rurale divenne industriale.
In quel momento la terra che fino allora aveva sempre nutrito, allevato l'uomo valbormidese, pur negandogli la ricchezza e l'evolversi degli stili di vita, venne abbandonata per sempre, poiché il rapporto spesso conflittuale tra abitante e territorio si ruppe del tutto. Nessuno dei due risultò più adatto o adattabile all'altro.
I giovani valbormidesi, allora, intrapresero altri viaggi e questa volta non andarono tanto lontano, fu sufficiente raggiungere le periferie delle grandi città del Nord. Ma da lì paradossalmente, non fecero più ritorno...

Pubblicato sui numeri de L'Ancora del 30 gennaio, 6, 13, 20 febbraio 2005

 

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