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Monferrato tra Francia e Spagna
territorio e patrimonio

Intervista a Lucia Carle

  Montechiaro d'Acqui. Nei giorni 26-30 ottobre scorso si è tenuto ad Acqui l'incontro del comitato scientifico del progetto italo-franco-spagnolo Alle radici dell'affinità. Italia-Spagna XVI-XVIII secolo: dinamica ed evoluzione di una compenetrazione culturale. Uno sguardo incrociato sul caso del Monferrato, Stato-chiave europeo.
Abbiamo chiesto a Lucia Carle, presidente del Comitato scientifico e promotrice del progetto - voluto dalla Comunità Montana Suol d'Aleramo, che lo considera strategico per il futuro del territorio - di informarci sui risultati di questi giorni di lavoro. È così nata questa articolata intervista, ricca di spunti.

Dalla scoperta del territorio…

D. Innanzi tutto perché tenere proprio ad Acqui una riunione del comitato scientifico di questo progetto?

R. Questo progetto ha due livelli di indagine: quello più generale, che riguarda gli scambi di ogni genere intercorsi fra gli Stati Italiani e la Spagna fra XVI e XVIII secolo, e quello che concerne più da vicino il caso del Monferrato, uno stato europeo chiave in quel periodo. La visione e il contatto diretto con il paese, da un lato, e la possibilità di considerare concretamente le fonti disperse nei diversi archivi, dall'altro, erano elementi chiave nella programmazione delle fasi esecutive del programma di studi. Inoltre questo progetto vuole svilupparsi, per quanto riguarda il Monferrato, in modo da fornire degli elementi concreti al territorio stesso che possano aiutarne lo sviluppo in un momento delicato della sua evoluzione socio-economica. Quindi inevitabile, oltre che piacevole, vedere e toccare con mano…

D. Quali sono stati dunque i momenti di "contatto" con il nostri luoghi?

R. Pur conoscendone bene la storia, nessuno dei colleghi stranieri era stato ad Acqui o nelle zone vicine. Per diversi di loro, specialisti di storia moderna, il Monferrato è una presenza costante e continua negli Archivi dove hanno incontrato la corrispondenza diplomatica dei Gonzaga, le descrizioni delle azioni di guerra, le corrispondenze in vista degli scambi matrimoniali… ecc. Ma è anche, nella cultura spagnola, per esempio, una sorta di regione misteriosa su cui si può favoleggiare… Acqui e l'Alto Monferrato, che abbiamo percorso, pur in modo parziale, con l'aiuto di diversi studiosi locali ed amministratori, sono stati quindi un'autentica scoperta.

Ponti borgo antico
Il borgo antico e la chiesa di S.Maria Assunta di Ponti.

… alla valorizzazione del patrimonio

D. Qualche reazione?

R. Acqui è una bella città, fondamentalmente sconosciuta. Quindi appare ancora più interessante perché inaspettata. Sul territorio poi la storia si legge, se non agevolmente, senz'altro evidentemente.
In chiave storico-politico, ad esempio, una realtà come quella di Cassine, presentataci dal sindaco Gotta e dall'assessore Arditi, risulta estremamente interessante. Un patrimonio così importante e significativo non si comprende se non all'interno della situazione di frontiera vissuta dal paese per così tanto tempo. E Cassine non è certo l'unico centro a possedere un patrimonio architettonico e urbanistico importante, rivelatore di una storia passata.

D. E il patrimonio ha nel vostro progetto un posto importante…

R. Il patrimonio, inteso in senso lato, concerne tutti gli abitanti di un territorio perché può esserne il motore di sviluppo. A seconda di come è conosciuto nelle sue componenti, vissuto e rivitalizzato può essere fonte di qualità di vita e benessere collettivo. Fonte di ricchezza insomma.

D. In genere il patrimonio risulta piuttosto un peso oneroso per le amministrazioni.

R. Perché una scorretta visione e un inadeguato uso del patrimonio possono ritorcersi contro il territorio stesso.

D. Una cosa che ha colpito i nostri ospiti?

R. L'atteggiamento positivo e aperto degli studiosi locali incontrati. E la voglia di fare e l'entusiasmo di alcuni amministratori. Non si dimenticheranno facilmente del sindaco Alossa di Ponti e del suo coraggioso progetto di ricostruzione della chiesa e del castello del paese, distrutti in anni in cui appunto certe componenti del patrimonio erano viste come inutili o, peggio ancora, brutte. Qualcosa di cui bisognava piuttosto disfarsi in nome di una certa modernità.

D. Il termine patrimonio ha quindi per voi un senso molto ampio.

R. È valida una definizione di diversi decenni fa, di matrice francese, ma che resta universale: il patrimonio si riconosce per il fatto che la sua perdita costituisce un sacrificio e la sua conservazione suppone sacrifici. Questa concezione implica il fatto che l'immobilismo, in fatto di patrimonio, è dannoso quanto l'uso indiscriminato delle ruspe. Vedere Acqui "farsi bella" con tutti i progetti di restauro e riabilitazione, realizzati e in corso, ha destato meraviglia e ammirazione. E poi la componente umana è tutt' altro che secondaria, anche quando parliamo di patrimonio. Gli incontri, insieme alla scoperta del territorio, hanno costituito una componente fondamentale della nostra riunione di lavoro. Al di là della misura dell'ospitalità, calorosa ed efficace, si capiva - nelle persone che ci hanno dedicato non poco del loro tempo - quanta passione e voglia di fare per il loro territorio sottintendessero i loro discorsi.

D. Questo territorio ha quindi le carte in regola per puntare sulla valorizzazione del territorio che utilizzi il suo patrimonio a questo scopo?

R. Ha, diciamo, la materia prima e, cosa non da poco, un atteggiamento, almeno da parte di alcuni dei suoi abitanti, che va in questa direzione. Un buon punto di partenza a cui i risultati del nostro progetto intendono fornire una serie di spunti ed occasioni.

D. Per quando si prevedono i risultati del vostro lavoro?

R. Alcune di quelle che possiamo chiamare "ricadute" dovrebbero già verificarsi nel corso della ricerca scientifica vera e propria. Per quanto riguarda il Monferrato, è nostra intenzione mantenere un filo diretto con il territorio facendo in modo innanzi tutto che vi sia una informazione sul procedere della ricerca.

D. Condizioni di lavoro ideali dunque.

R. Questo lo verificheremo nel corso dell'indagine. Le condizioni ideali di lavoro nella ricerca storica non esistono, anche perché ogni territorio ha le sue caratteristiche e pone i suoi problemi, dal punto di vista della ricerca intendo.
La memoria e gli archivi

D. Che sono per quello che ci riguarda?

R. Lavorare sul Monferrato significa dover consultare diverse decine di archivi in Italia ed all'estero. Non si tratta solo di Acqui, Casale, Asti, Alba, Alessandria, Torino, Genova o Savona… ma, per esempio, di Mantova e Milano, e ancora, di Parigi, Simancas e Madrid, per non citare che gli archivi più noti. Questa è una delle ragioni per cui gli studi su questo territorio, inteso globalmente, non sono mai stati molto numerosi. L'indagine su qualunque argomento, anche molto specifico, comporta la permanenza in diverse sedi. Faccio un esempio prestigioso ed arcinoto ad Acqui. Il lavoro di Gianni Rebora, Giacomo Rovera e Giandomenico Bocchiotti su Bartolomé Bermeio e il trittico di Acqui (L'Ancora, 1987) che ha rivelato l'importanza di questo capolavoro, menziona - aprendo orizzonti di indagine storico-sociale che vanno ben oltre la storia dell'arte - oltre ad una vasta bibliografia, fonti consultate in ben nove archivi diversi. E qui si apre un capitolo che ogni storico di professione conosce come delicato…

D. Cioè?

R. Quello degli archivi appunto, e in particolare della loro collocazione e consultazione. Una parte del nostro lavoro in questi giorni è consistita appunto nella definizione delle fonti, nella loro collocazione e in una prima esplorazione delle fonti acquesi principali, o almeno di quelle che ci apparivano tali. Avevamo già lavorato su fonti monferrine, in particolare per quanto riguarda gli archivi parigini, e conoscevamo le principali sedi di collocazione. Si tratta, in parole povere, di arrivare a capire "cosa sta dove". Per poter programmare una consultazione adeguata. Un intervento di Alice Raviola - autrice della tesi di dottorato Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed élites di un microstato (1536-1708), pubblicata da Olschki nel 2003 - ci ha permesso di farlo, grosso modo, per la maggior parte degli archivi monferrini che si trovano in Piemonte, Liguria e Lombardia e per quello spagnolo di Simancas. È stata poi fondamentale la collaborazione di Angelo Arata - noto per essere assessore alla cultura della Comunità Montana "Suol d'Aleramo", ma soprattutto per il suo lavoro pluriennale di studioso locale e di animatore fra gli altri della storica rivista "Aquesana" - e dei due archivisti don Angelo Siri e Gianluigi Rapetti Bovio della Torre. Hanno risposto alle nostre numerose domande con grande competenza, introducendoci alla consultazione degli inventari dell'Archivio diocesano e dell'Archivio storico comunale. Tutti noi abbiamo avuto l'impressione che si trattasse dell'inizio di una bella collaborazione su di un terreno che ci appassiona in ugual modo. Ma questo inizio di lavoro ha anche evidenziato i punti dolenti.

D. Che sarebbero?

R. Gli archivi monferrini, lo abbiamo già detto, sono estremamente dispersi e quindi una programmazione della consultazione risulterà complessa e onerosa, anche se naturalmente non impossibile. E poi molti di questi archivi sono difficilmente consultabili perché poco o pochissimo aperti al pubblico. Ad eccezione degli archivi di stato, italiani, francesi o spagnoli che siano, gli orari di apertura al pubblico sono limitati a una o due giornate alla settimana, spesso neppure consecutive! E non abbiamo praticamente ancora iniziato l'individuazione degli archivi parrocchiali e comunali, che contengono fonti fondamentali nel tipo di ricerca che faremo. Uno storico non può lavorare senza consultare liberamente gli archivi e la consultazione delle fonti dirette è la prima garanzia di un lavoro di ricerca serio e documentato. Questo aspetto è, direi, la prima "ricaduta" che possiamo offrire al territorio. L'uomo della strada spesso non sa che proprio negli archivi locali - comunali, parrocchiali, diocesani e naturalmente privati (altro capitolo da affrontare…) - sono nascoste le storie dei suoi antenati e in generale di tutto quello che lo ha preceduto per quanto riguarda la vita, intera e quotidiana, di quelli come lui e del suo territorio immediato, e non solo dei "grandi" uomini. Il mestiere dello storico è anche quello di saper leggere e interpretare - letteralmente ma anche in senso lato - documenti che a prima vista sembrano solo aridi elenchi, come le dichiarazioni fiscali, gli atti notarili, o i registri parrocchiali, per non fare che gli esempi più importanti.
Gli sviluppi futuri del progetto

D. Concretamente che cosa succederà?

R. Il programma più prettamente scientifico, prevede, nei prossimi quattro anni, due convegni, una mostra ed un video. Ma ci sono diverse altre realizzazioni che intendiamo mettere in cantiere. Per le ricadute lavoreremo di concerto con gli amministratori locali e non solo. Giulio Sardi

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 27 novembre e dell'11 dicembre 2005

 

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