L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]

 

Le grandi botti di Morsasco

 

La giornata di studio di sabato 26 novembre 2005

Morsasco. Continua la programmazione degli eventi promossi dall'Associazione "Alto Monferrato", nell'ambito della rassegna "Castelli & Vini".
Dopo il convegno scientifico di Prasco del 15 ottobre, dedicato al recupero dei vitigni storici dell'Alto Monferrato, dopo l'incontro tenutosi a Silvano d'Orba sabato 16 novembre, che si interrogava sul futuro della grappa di qualità, la tappa di Morsasco ha aperto un'indagine non solo sulla cultura del vino, ma sulle possibilità turistiche delle nostre terre.
Sabato 26 novembre, nell'incontro moderato da Elio Archimede (rivista "Barolo & C.") con la ricerca storica, la definizione di alcune linee strategiche di promozione.

Dal futuro del territorio…

Il recupero integrale del castello - di cui ha parlato l'attuale proprietario, l'architetto Aldo Cichero - con il ripristino dei sotterranei (da eleggere a spazio espositivo e come polo di promozione culturale), del forno (con la possibilità di istituire corsi e magari una vera e propria scuola di panificazione), della cantina e di tutti i suggestivi spazi interni - unito all'allestimento di programmi di visita per i turisti - è parte di un programma di lungo percorso, ma dalle prospettive affascinanti (e che il sindaco Luigi Scarsi non ha mancato di applaudire).
Allo stesso modo le iniziative promosse dall' "Alto Monferrato" in sei anni di attività, presentate da Franco Priarone (poiché il presidente on. Lina Rava era assente impegnato in Emilia per un concomitante convegno) rappresentano un investimento oculato per valorizzare un territorio che presenta la più alta concentrazione di dimore storiche, ben più elevata rispetto a quella della Loira, sulla cui immagine, nelle terre d'oltralpe, è stata impostata una proposta turistica non solo accattivante, ma vincente.
Ecco le ragioni, ben motivate, del consorzio di oltre 100 aziende che, unitamente alle amministrazioni locali, hanno realizzato oltre venti appuntamenti tra maggio e novembre, cercando - soprattutto - il coinvolgimento di "numeri" sempre più significativi di fruitori.
Da Morsasco una conferma: benché la giornata porti l'insegna di incontro di studio, nonostante la lieve "imbiancata di neve" che proietta verso il Natale ancora lontano quattro settimane, la sala in cui sono presentate le relazioni è gremita.
E il pubblico è anche geograficamente eterogeneo: forse che si stia realizzando quell'idea, cara ad Adriano Icardia (Provincia di Alessandria) di un territorio non più frantumato in tanti "campanili", ma unanime, capace di sviluppare sinergie di successo?

Castello di Morsasco - Cantine… al suo passato (in cantina)

"Chiamasi botte un recipiente di legno in forma di due tronchi di cono eguali e riuniti per la base maggiore, fatto con diverse liste di legno, dette doghe, e limitato da due superfici circolari o di altra forma che costituiscono le basi minori dei due tronchi di cono. Ogni botte è munita di un foro superiore detto cocchiume, e di un altro foro in forma quasi quadrilatera e della larghezza quanto possa entrarvi un uomo, situata nella parte bassa del fondo anteriore, detto mezzule [...]. Il legno generalmente adoperato è il rovere o il castagno".
Ecco quanto proponeva alla voce botte il Dizionario enologico Hoepli del 1910, compilato da Alfio Durso Pennini e arricchito da 161 incisioni, che ricorda anche sistemi di lavaggio con vapore e acqua marina (o salata), e suggerisce poi rimedi contro l'odor secco, per guarire il legno "dallo spunto" e dalle muffe, o restaurare i recipienti fessurati ("che gemono") per i quali si usa un mastice da preparare con una apposita ricetta....
Altri tempi rispetto agli attuali: anche la modernità, in cantina, con acciaio inox e vetroresina, ha facilitato di molto le operazioni, che nel passato si potevano equiparare ad un rito che durava tutto l'anno. Se le cantine diventan cattedrali, le botti si propongono come veri e propri altari (e basterebbe ricordarsi del culto di Dioniso, per avere dal Mito ulteriori conferme). Le botti, allora, diventan monumento.

A questo singolare "emergenza artistica" è dedicato l'intervento di Ennio e Giovanni Rapetti.
Ripercorse le origini storiche dell'insediamento di Morsasco (dalle tracce dell'epoca romana e al medioevo, e poi sino ai feudatari delle casate Lodrone e poi Centurione), la loro relazione prende in esame la coltivazione della vite sul territorio.
Ma attingiamo, ora direttamente, allo scritto preparatorio dei due ricercatori.

Tra i filari di Morsasco

"La prima notizia della coltivazione della vite in Morsasco si trova in un documento, riportato anche dalla raccolta dei Monumenta Aquensia del Moriondo, datato 12 novembre 1156. Il papa Adriano IV, dal Laterano, conferma ai canonici di Acqui i diritti della loro Chiesa. In particolare, per quanto concerne la pieve di Caramagna e per quello che hanno in Placiano 'domibus, terris, vineis (case, terre,vigne)'. E se Placiano vale Morsasco [a questa equivalenza è dedicata la parte della relazione - n.d.r.] l'evidenza è che qui, nell'antico paese, si coltivava la vite sin dalla metà del XII secolo.
Non solo. Mauro de Villerio di Placiano, in un atto del giugno 1246, (la fonte è Cartolare Alberto, raccolta di atti oggi conservata presso l'Archivio Vescovile d'Acqui, ed edita da Paola Piana Toniolo), dichiara di ricevere vari appezzamenti in loco, tra cui una vigna, dalla Chiesa maggiore d'Acqui (e quindi di doverle corrispondere ora il quarto, ora la decima). Se analizziamo alcuni toponimi possiamo pensare alla citata località Roncho Gouso come 'Il Roncato' e la vigna in Ullerio/Villerio con la località Aulare o meglio 'Ule' nel nostro dialetto, con la costa Ullerio identificabile come la collina che ancor oggi è posta sopra la cascina Aulare, tra di essa ed il Roncato.
Per avere un'ulteriore prova dell'importanza che la viticoltura ha avuto da tempo immemorabile a Morsasco basta analizzare gli Statuti della comunità. Numerosi articoli, almeno una dozzina, sono riservati a questo tipo di coltivazione. Si specifica che non è consentito attraversare i vigneti sino che non sia conclusa la vendemmia e si parla anche dell'antica consuetudine di tenere legati i cani al tempo del raccolto perché essi non arrechino danni con il loro passaggio sotto i filari facendo cadere l'uva. La coltivazione dell'uva era così importante da indurre gli antichi estensori degli Statuti a redigere un articolo in cui si obbligavano gli abitanti di Morsasco a giurare di non entrare nelle vigne altrui. I Bandi Campestri tutelano anche la qualità dei raccolti. Con gli articoli 97, 98 e 99 si vieta di vendemmiare prima del 15 di settembre (in modo da fare maturare l'uva).

In cantina...

Veniamo, per concludere, alle grandi botti.
Nell'atto di vendita stipulato tra il principe Giulio Centurione ed il marchese Pallavicino, avvenuto il 22 luglio 1916 nel palazzo Pallavicino, posto in piazza Fontane Marose a Genova, si trasferivano tutte le proprietà poste in Morsasco, Cremolino, e Orsara Bormida.
Proprio i signori di Morsasco accumularono, con l'andare dei secoli, un vasto patrimonio in terre, vigne e pascoli: non è un caso che il signore del luogo sia - negli antichi documenti conservati nell'Archivio Storico del Comune - nominato come 'Sua Eccellenza il Padrone'.
Il documento di cui sopra è di una estrema importanza, visto che in esso sono elencate e descritte tutte le proprietà oggetto di cessione: è un elenco sterminato, che registra vigne e campi al 'Cadilucco', a 'Le Ere', a 'La Rossa' al 'Piasano', all' 'Albareta', al 'Caranchio', al 'Moncarlino'….
Oltre a queste sono oggetto di vendita anche le grandi botti, in cui finiva tutta l'uva prodotta".

Arrestiamo qui la lettura della relazione, non prima di aver citato un inventario che contempla tutte le misure, e anche una maxi botte da 400 brente (200 ettolitri), grande aggiungiamo noi, come a mulino a vento. Se, come diceva Hemingway - il vino è uno dei maggiori segni della civiltà del mondo - la cantina diviene ora anche museo e biblioteca, in cui "leggere" un passato davvero eroico.

Dalle anfore di terracotta
alle grandi botti di legno

Qui proveremo, invece, a riassumere il contributo di Gianluigi Bera che, preso lo spunto da due anfore vinarie romane, che ingentiliscono l'accesso alla sala morsaschese, dedica la sua lezione ai vasi di cantina del Piemonte antico.
Dunque prima la terracotta "eterna e fragilissima", poi la botte, nata in ambito transalpino e già attestata nel primo secolo a.C., e capace di sollecitare lo stupore in Plinio il Vecchio, che cita "botti grandi come case" e il prodigio di recipienti smontati d'inverno, e poi ricostruiti, intorno alla massa del vino completamente gelato.
Agli albori della disciplina enologica, quando la cantina non è collocata sottoterra (poiché il diritto romano assegna tale luogo al demanio: la cosa si supererà solo attorno alla metà del XIII secolo, con le sentenze dei giuristi bolognesi che apriranno gli ipogei a Bacco e ai suoi nettari), la botte è ancora di piccole dimensioni (massimo 80 brente) poiché i cerchi sono anch'essi in legno, realizzati con i rami di salice.
Bosco e cantina viaggiano a braccetto: il sapere del falegname contribuisce a creare un ampio corredo di strumenti (bigonce e orbi; tini per la fermentazione, anche alti 4 metri e mezzo per i quali si possono utilizzare cerchi di rinforzo composti da più parti; tutta una varietà di contenitori per movimentare il liquido - garoc, cèberi, brente, nella cosiddetta cantina di elaborazione - o per conservarlo: ecco caratelli, bottali, carrere, vaselle.
Dall'arte bellica un insospettabile aiuto, quando diffondendosi nel Quattrocento le bombarde, è possibile applicare alla botte quei cerchi di ferro che fissano l'arma all'affusto. E così, duecento anni più tardi, la cantina "più munita" del Piemonte diventa la Fortezza di Casale, che deve assicurare una riserva adeguata agli oltre mille uomini della guarnigione. I sotterranei hanno una capacità di cantina di oltre 1000 ettolitri, conservati in 144 "vasi", di cui i più grandi si attestano intorno alla misura delle 125 brente.
Per giungere alle grandi botti (tre volte quelle poco fa citate) occorre il contributo degli imprenditori del secolo XIX, e la rivoluzione introdotta da Francesco Staglieno nel modo di vinificare (non più fermentazioni lunghe, con il sistema della macerazione carbonica, ma con la pigiatura all'inizio del processo, con fermentazione non più nel tino ma nella botte). Ecco allora i Marchesi di Barolo, Camillo Benso di Cavour, i Bosca di Canelli, gli Asinari di San Marzano, e i Pallavicino di Morsasco che si aprono ai grandi mercati, capaci di lavorare in una stagione anche 10 mila ettolitri, e dunque che abbisognano di grandi contenitori per lo stoccaggio.
Poi verranno anche le vasche in cemento, ma il fascino non sarà più lo stesso. Vero che le pompe meccaniche nell'Ottocento eran contemplate nel corredo di cantina, ma la loro assenza dall'inventario di Morsasco (lo conferma Ennio Rapetti) del 1916 lascia presupporre epocali fatiche e sudori per i brentau. Non meno grandi di quelle del falegname Pinen Rocca.

Giuseppe Rocca artigiano

Storie di famiglie e di fatica di una volta

Il castello, la severa, imponente dimora, magnifica nel suo interno. Le immense cantine, le grandi botti. Roba che dall'America e dal Giappone - orfani di tanto ben di Dio - ci invidiano.
Accanto a queste realtà grandiose, eredità dell'esclusivo mondo dei signori, la giornata di studio promossa dal Comune di Morsasco e dall'Associazione "Alto Monferrato" ha tessuto anche l'elogio di "eroi normali" e della fatica. Certo quella di chi lavorava tutto l'anno tra campi, vigne e stalle. Ma anche di chi poi esercitava un'arte indispensabile per la cantina. Quella del costruttore di botti.
È stata Carla Rocca a ricordare - con la voce che tradiva una comprensibile emozione - la figura del nonno Pinen (†1954) cui si deve la costruzione - tra 1896 e 1909 - delle grandi botti, realizzate ora in castagno ora in rovere, di Morsasco, cui il pomeriggio di studi è stato dedicato.
Un pomeriggio d'altri tempi, per contenuti e scenario, con la neve che precocemente imbianca la fine di novembre.

Una storia semplice: Pinen Rocca & le botti

Nato nel 1867 da Ottavio Rocca (1828) e da Francesca Parodi (1836), all'interno di una numerosa famiglia di contadini, mezzadri in una cascina di proprietà della Parrocchia di Morsasco, il giovane Giovanni Pasquale, ventenne, fu anche carabiniere a Macerata, all'indomani della terza guerra di indipendenza.
Al ritorno da quella esperienza divenne in paese "Pinen il mesdabosc".
All'epoca delle grandi botti abitava in casa "principe Centurione" situata in via del Castello 6, su dalla scuderia.
Qui morirono di parto, nel 1897, la sua prima moglie, Edvige Gilardi e suo figlio Ottavio (nel cui nome si coglie la tradizionale prassi di "rinnovare" gli avi).
Qui crebbero e trascorsero l'infanzia Teobaldo (1900) e Rinaldo Rocca (1902), di cui fui madre Nina Viotti, con cui il Nostro si era risposato.
L'arte del legno, come è naturale pensare, passò ai figli (nel 1910 era nato anche il terzogenito Ottavio, detto "Taton", ultimo erede del padre nella professione, da lui continuata sino al momento della morte, avvenuta il 14 marzo 1991 giorno in cui cadde tra i trucioli della sua bottega), che condussero con Pinen l'attività familiare.

Lettera Rinaldo RoccaUn documento eccezionale

Di questa esperienza artigianale (che non è la sola che a Morsasco raggiunse le vette d'eccellenza; ricordiamo che ad inizio Ottocento operava in paese il laboratorio di un'altro maestro falegname e lattoniere che possedeva straordinari saperi nella fisica acustica: l'organaro Francesco Bellosio) è testimone una lettera nella quale lo zio Rinaldo, ingegnere a Bologna, ricorda (siamo nel luglio 1943, la data è del 10 luglio, all'indomani dello sbarco in Sicilia degli americani) le fatiche passate in gioventù quale "garzone" del padre.
La missiva è indirizzata ad Ottavio, soldato ad Alba, e contiene un invito a non disperare riguardo ad una fine, non lontana, della guerra.
Leggiamone, allora, alcuni stralci.

Mi ricordo, sì, mi ricordo…

"Finirà questo stato di cose, e ci metteremo subito all'opera con coraggio e buona volontà". Di questa tenacia viene eletta a simbolo la "grande pialla" ricordo delle "inumane fatiche".
Subito vengon citate "quelle sopportate da nostro padre per guadagnare il pane da sfamarci".
"Io ricordo ancora quando andavo con papà e il povero Teobaldo (mancato nel 1939) ad aggiustare le botti. Ricordo l'estenuante fatica cui ero sottoposto, e che sopportavo stringendo i denti perché non si accorgessero della mia debolezza.
Ricordo quando, alla Cascina Nuova, tenevo quei grossi cerchi da chiodare con le mie mani poco indurite, e che ogni colpo di mazza del povero Teobaldo si ripercuoteva nel mio cervello a squartarlo. E tenevo duro, stringendo i denti, lavorando per 'portare la barca in porto', come diceva papà. Ricordo quando tutti andammo ad abbattere le piante, la fatica, il sudore, il collo scorticato del povero Teobaldo nel portare i tronchi.
Ricordo quando il povero Teobaldo è rimasto intirizzito dal freddo su un albero a Prasco, tutto ricordo.
Mi ricordo quando a quella cascina dei "Lumbord" io e papà, da soli, abbiamo lavorato dal mattino alle quattro alla sera alle sette per mettere insieme due botti con doghe di 70-80 chilogrammi l'una: sono arrivato a casa sfinito.
Eppure tutto si faceva con entusiasmo perché eravamo così uniti ed affiatati come in poche famiglie si verificava".

La moralità della campagna

È questa "la storia di papà". Anzi la nuova, dal momento che la denominazione rimanda al sottotitolo del romanzo (I sanssôssì) di Augusto Monti che, nel 1933 - dunque dieci anni prima della lettera di Ottavio Rocca - licenziò per i tipi di Ceschina la sua famosa "storia domestica piemontese del secolo XIX".
Un libro che può essere letto come il più compiuto, organico ritratto della vita acquese e monferrina nell'Ottocento. E di cui la lettera di Morsasco può benissimo costituire una straordinaria appendice.
Perché, come è stato ricordato nel corso del convegno, l'equivalente della virtus latina (che i nostri avi, analfabeti, certo non potevano chiamar così) si fonda sui concetti di onestà e di lavoro. Questo il binomio della moralità (o, se si preferisce, dell'"uomo giusto") che la società contadina - con il terzo caposaldo, quello della famiglia - ha riconosciuto, in modo sicuro, per generazioni.
Carla Rocca ha raccontato di un nonno che, nei suoi ricordi, sorrideva di rado. Anzi, "quasi mai". Ma - pur in mezzo a tante difficoltà, gli individui immersi in una vita veramente dura - occorre riconoscere che quelle esistenze si potevano giovare su un forte corredo di sicurezze. E queste, proprio perché temprate di continuo, erano in grado di conferire una vera serenità, ignota all'incerto mondo contemporaneo.

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 27 novembre e 4 dicembre 2005

 

Scrivi alla redazione dell'Ancora

L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE]