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A chi dobbiamo lo splendore della "pala di san Guido" nel duomo di Acqui?

  La pala di san Guido nel duomo di Acqui TermeNel dicembre 1644 Annibale Sabina, Fabrizio Avellani e Guido Galluzzi, membri di autorevoli famiglie acquesi, nell'ambito di un ambizioso progetto volto a rinnovare la cappella di San Guido della Cattedrale cittadina, commissionarono al pittore genovese David Corte sei tele, due delle quali ancora oggi visibili: una, L'Annunciazione, nella Sala Capitolare, l'altra, La Madonna con Gesù Bambino e San Guido, nella cappella del patrono. Non sappiamo se le quattro restanti, che avrebbero dovuto rappresentare i miracoli del Santo, siano state eseguite o da chi. I preziosi contributi di M. Castaldi Gallo, D. Sanguineti, C. Manzitti, L. Leoncini, curatori del catalogo della mostra Valerio Castello (1624-1659) Genio Moderno, tenutasi nel 2008 al Palazzo Reale e al Teatro del Falcone del capoluogo ligure, hanno fornito nuovi elementi chiarificatori sulla paternità dell'Annunciazione, ritenuta un efficace autografo del giovane Valerio, ed hanno assegnato alla cerchia di quest'ultimo la pala di San Guido, indicando (Manzitti) l'allievo Bartolomeo Biscaino come il probabile, giovanissimo, autore.
Si ignorano le ragioni per cui Valerio Castello sia subentrato a David Corte (figlio del pittore Cesare) con il quale aveva, comunque, condiviso un periodo di frequenza presso la bottega di Domenico Fiasella. La causa del passaggio di consegne potrebbe ricercarsi nell'impossibilità, da parte di Corte, di far fronte, nei tempi previsti, agli impegni assunti, che, tra l'altro, fissavano per il 1645 l'esecuzione del quadro di San Guido.
Bartolomeo Biscaino, nato a Genova nel 1629, morì nel 1657, stroncato dalla peste che sconvolse la città e fece numerose vittime anche fra gli artisti. Egli, talento straordinariamente precoce, ricevette i primi insegnamenti dal padre Giovanni Andrea, pittore meno modesto di quanto riportino le fonti, per entrare, poi, nella bottega di Valerio Castello, dove affinò la buona maniera di operare diventandone presto, in più occasioni, valido collaboratore. Disegnatore sciolto e brioso (come testimonia il biografo contemporaneo Raffaello Soprani che ricorda le sue esercitazioni giovanili sui grandi capolavori di Guido Reni, Giulio Romano e su modelli dal vivo), Bartolomeo, nella sua breve stagione artistica, rivelò insoliti valori creativi e spiccata personalità che ben si coniugavano con i significativi riferimenti al suo Maestro, dal cui repertorio lessicale, se il destino non fosse stato così avverso, si sarebbe senz'altro svincolato. Si aggiungano le intense suggestioni vandyckiane e il fascino che su di lui esercitarono le opere di Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, del quale probabilmente non frequentò la bottega, ma studiò certamente le opere. La sua rara abilità come acquafortista gli ha riservato un posto di rilievo tra i più illustri incisori del Seicento.
La pala di San Guido rappresenta la Madonna, con il Bambino in braccio, avvolta da una luce dorata, seduta su nuvole dense, attorniata da vivaci putti celesti e da un arcangelo estasiato a Lei rivolto: l'ovale delicato del volto, gli occhi abbassati, danno al suo aspetto un'intensità meditativa. Gesù, dall'aureola raggiante, è un bimbo vero, naturale nella spontaneità del gesto. L'espressione di sentimenti semplici avvicina ai fedeli le immagini sacre, ideali e terrene al tempo stesso. Il gruppo mariano sembra affacciarsi dal Paradiso per accogliere le intercessioni del Vescovo Guido, la mitra adorna di gemme in testa, genuflesso e supplicante. Il viso del presule è caratterizzato, in conformità all'immagine privilegiata dalla Controriforma, da una lunga barba bianca, riportata alla luce dal restauro del 1999. Il lato sinistro della tela è delimitato da una colonna sostenuta da un alto piedistallo e coperta, nella parte superiore, dalla tenda di un sipario aperto che ci fa immaginare un ipotetico boccascena teatrale in cui sono collocati gli attori principali. A terra, accanto al Santo, il pastorale, come a voler sottolineare che il potere vescovile si inchina di fronte alla maestà della Regina del Cielo, e un libro aperto che ne ricorda il ruolo di colto evangelizzatore. Da qui, sotto i nembi e un'atmosfera plumbea, la composizione si apre su un riconoscibile scorcio della città, protetta dalle preghiere imploranti del patrono durante gli assedi del 1613 e 1643.
La qualità pittorica è eccellente ed è possibile ammirare l'eleganza cromatica di cui il quadro è intessuto. Dolci luminescenze concorrono a infondere alla scena un senso di poetica malinconia, impregnando le figure e creando un prezioso cangiantismo. Il pittore si sofferma a sottolineare la grazia e la dolcezza della Vergine, di Gesù e degli angeli: proprietà che, nota Daniele Sanguineti, si ispirano a Valerio Castello e sono affascinate dalle invenzioni castiglionesche. Questi caratteri rimandano a diversi dipinti di Bartolomeo, in particolare alla Madonna con Gesù Bambino fra i Santi Erasmo e Leonardo di Limoges (Cavi di Lavagna, Genova, cappella di San Leonardo) e alla Madonna con Gesù Bambino e San Ferrando (Genova, Museo di Sant'Agostino). Altri motivi stilistici concorrono all'attribuzione, come la particolare espressione del volto del Santo, con gli occhi sgranati, emblema di vivacità intellettuale, che esprime la singolare abilità nel conferire alla figura, con pregevole sensibilità psicologica, grande tensione morale e spiritualità. L'armonioso atteggiamento delle mani scarne rende ancora più accorata la sua invocazione. La rarefazione dei colori, che, a tratti, sembrano assorbiti dall'atmosfera, contribuisce a valorizzare le stoffe pregiate dei paramenti. La resa del rosso nel risvolto del raffinato piviale bianco è accordata con quella della tunica della Madonna e del bordo dell'ala dell'arcangelo. L'artista, con acuta e vitalistica emotività cromatica, tende ad un suggestivo effetto d'insieme che colpisce l'immaginazione col contrasto di chiari e di scuri, di sbattimenti di ombra e di bagliori, accompagnati da una linea movimentata e sinuosa.
È una pittura che si avvale di immagini semplici, conformi alle esigenze della Chiesa post tridentina e alla missione religiosa, pedagogica e didattica, dell'arte: immagini coinvolgenti che hanno la capacità di stimolare la pietà e la fede.

Arturo Vercellino

Pubblicato su L'Ancora del 12 luglio 2009

 

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