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Quando andare in treno era davvero magnifico

 
L'ing. Pasquale Berizzi
Il cav. Luigi Cauda

Da Acqui a Molare nel 1892
(e la galleria del Cremolino)

Strana la ruota del destino. C'è stato un momento, anche da noi, che andare in treno era davvero magnifico. E gli acquesi riponevano le migliori speranze sulla linea ferroviaria per Genova, in quelle promesse di sbuffi bianchi di vaporiera, in quei binari oggi tanto tormentati, tra frane e incendi, alberi caduti sulla linea, ritardi e soppressioni. Altro che Far West della rotaia. Andiamo agli albori ricordando una "giornata" memorabile di fine Ottocento.

"In vettura, in vettura"

La nuova linea per Genova gli Acquesi la gustavano passo passo; fu così che la caduta dell'ultimo diaframma del traforo del Cremolino divenne l'occasione per un primo "collaudo".
La data? Il 14 novembre 1892. Acqui, ore 8 del mattino. Un convoglio composto da sole vetture di prima classe - eleganti, con morbidi canapè ricoperti da velluto verde - si avvia verso la stazione di Prasco. È la prima tranche di un viaggio che porterà i notabili acquesi e del governo al luogo dei lavori, alla galleria (lunghezza 3410 metri, perforazioni iniziate tre anni prima, per la precisione l'otto ottobre 1889). In testa il Senatore e Sindaco Saracco. Con lui il Comm. Massa dell'Amministrazione delle Ferrovie Mediterranee, il Prefetto comm. Conte, il Sen. Costa, il Colonnello Rogier, il Deputato Borgatta, e tanti giornalisti, di vedetta sulla piattaforma per non perdere l'effetto della campagna circostante. La stampa è rappresentata da "Corriere della Sera", "La "Piemontese", "La Frusta", "La Bollente" e "La Gazzetta d'Acqui" da cui leggiamo questa cronaca (il numero è quello del 19/20 novembre, conservato presso la Biblioteca Civica).
C'è l'occasione, per l'articolista, di contemplare le bellezze che la nuova linea discopre.

Miracoli d'ingegneria

"Il nuovo ponte in muratura, a doppio uso", che unisce le due sponde della Bormida presso la Lavandera è, a parer mio, uno dei ponti più belli della linea Acqui-Ovada. Questo ponte, sorto quasi miracolosamente dalla primavera all'autunno 1891, si presenta già mirabilmente colle sue dodici arcate rosse, tra il verde della vallata della Bormida, a chi lo rimira dalla stazione d'Acqui. Ma, quando ci si è sopra, sia che si guardi verso la stradale di Strevi, sia che si guardi verso il Monte Stregone [...] la valle circostante si rivela in tutto il suo incanto. E l'acqua della Bormida pareva più pura, più trasparente, e il vecchio castello di Acqui pareva più nero, più misterioso, le nostre colline, qui brulle e oscure, là rosse, più in là ranciate, parevano più smaglianti, più affascinanti.

Il ponte sul fiume Bormida

Tra i paesi

"Visone ci attendeva festante. Peccato che la nuova linea gli passi vicino nel punto meno pittoresco". Scene di giubilo, donne che alzano i bimbi al passaggio del treno, grida all'indirizzo della nuova linea, di Saracco.
Eccoci a Prasco. "La piccola stazione mi piacque assai nel piano, solcato dai binari, bianco di ghiaia nuova, la Caramagna vicina, al di là, sopra una piccola altura, Prasco, di cui non si vedono che poche case, la torre e il campanile sorgente dagli alberi, dirimpetto ad esso il bianco stradale della provincia, questo antecessore della strada ferrata al quale si guarda con un po' di compassione".
Parole che suonano oggi ironiche.
"Poco più di cinquant'anni fa i nostri venditori di polli che andavano a far il mercato di Genova passavano per questi luoghi appoggiati ad un bastone, con una gerla in spalla, e faticosamente risalivano la Caramagna, quando questo piccolo torrentello lo permetteva, e valicavano, su per sentieri da capre, l'alta montagna rossiccia, fredda, spelata, e dopo quella altre ancora, e poi altre ancora, sinché giungevano alla vista del mare e della città sospirata. Poi vennero le prime strade fangose, maltenute. E venne poi il largo e bello stradone provinciale che pareva una meraviglia ai nostri vecchi.
Ma i torrenti e le montagne esistevano ancora. Ecco il genio sempre giovane dell'uomo appare, getta ponti sui torrenti, perfora le montagne, fischia trapassa e va".
Una esaltazione tecnologica, una sconfinata fiducia nelle "sorti progressive" dell'umanità percorre le sei colonne (una pagine e mezzo) del giornale. A Prasco "si cambia": ora sono dodici carrozze a cavallo che risalgono la strada, tra spari di mortaretti, bandiere e donne alle finestre, uomini che si levano il cappello rispettosamente, in un paesaggio che ha "un non so che di esotico" in virtù delle tante case di legno, "improvvisate dai minatori, coi tetti irti di fumaioli".
"Cremolino non fece festa e la cosa produsse in tutti un senso di rammarico. Tutto il paese fu asciutto asciutto: e si capisce dal momento che ne asciugarono la fontana" [non solo: il treno qui non fermerà, niente stazione nonostante le promesse di Saracco (cui oltretutto è stata intitolata una via) e Maggiorino Ferraris].
"Eccoci a Molare. Ecco le vie piene di gente: applausi, evviva, la banda musicale" [ che poi sono due: con quella del paese anche quella di Ovada].
La comitiva scende ancora, più in basso, alla stazione e di qui si reca all'imbocco sud della galleria - sono le 10 e trenta - ornato da nuovi archi trionfali, ove nuovi orifiamma, nuovi spari salutano i visitatori, i luoghi circostanti gremiti di popolo.

Viaggio al centro della terra

L'interno della gallerie è illuminato da globi e lumicini. Grida echeggiano. "Una corrente di simpatia e d'espansione nuova lega insieme tutte quelle persone che si trovano, piene di vita, festeggianti a cento cinquanta, cento ottanta metri sotto terra".
Mentre la compagnia, sul mezzogiorno, consumerà all'aperto "il lunch" (un pranzo "appetitoso, abbondante ed elegante" servito "in trasferta" dalle Nuove Terme), gli ultimi 80 centimetri di roccia cadranno. Mortaretti e il suono del corno annunciano il successo. Si levano le coppe di champagne (non inganni la dizione: probabilmente è moscato nostrano).
Poi una nuova visita dentro la montagna. "È meraviglioso vedere come quelle punte di acciaio [quelle delle perforatrici Blanchaud, Ferroux e Seguin] si avventano contro la pietra dura e la stritolano, la sminuzzano e la polverizzano e si sprofondano in essa."
Poesia, ma anche rigore scientifico: poche righe e l'articolista riassume i dati tecnici del lavoro: media di avanzamento giornaliero (3 metri, con un massimo di 5 con l'ausilio dei mezzi meccanici), sostanze esplosive (Kg. 82.000) e acciaio consumati (Kg. 27.000), forza disponibile per la perforazione espressa in cavalli vapore (300).
Un treno a carrelli conduce la brigata ad un sopralluogo ad un pozzo d'aerazione "alto 70 metri", il punto più difficile della galleria a cagione dell'immensa quantità di acqua ivi trovata" (gettata in alcuni giorni di 400 metri cubi all'ora! Ecco perché a Cremolino l'acqua non c'è più).
Incanalata a fatica verso lo sbocco nord (verso Prasco), per abbondanza e bontà tal ruscello "fa nascere in molti l'idea di una nuova condotta d'acqua potabile" realizzabile a beneficio della città d'Acqui. [Vista la crisi idrica attuale, ci sarebbe da farci un pensierino anche oggi].
Quando il treno sbuca dalla galleria "scoppia un applauso universale, spontaneo, fragoroso", addirittura fontanelle con getti di vino, l'apogeo della festa, che continua a Prasco e poi, ad Acqui, all'Albergo del Pozzo (Piazza Vittorio).
Nessuno, ma proprio nessuno, lontanamente avrebbe potuto immaginare il tormentato futuro di quel "miracolo di ferrovia".

Giulio Sardi

Pubblicato su L'Ancora del 27 febbraio 20005

 

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