L'ANCORA settimanale di informazione [VAI ALLA PRIMA PAGINA] - [MONOGRAFIE] |
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Quando andare in treno era davvero magnifico |
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Da Acqui a Molare nel 1892
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Il ponte sul fiume Bormida
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"Visone ci attendeva festante. Peccato che la nuova linea gli passi vicino nel punto meno pittoresco". Scene di giubilo, donne che alzano i bimbi al passaggio del treno, grida all'indirizzo della nuova linea, di Saracco.
Eccoci a Prasco. "La piccola stazione mi piacque assai nel piano, solcato dai binari, bianco di ghiaia nuova, la Caramagna vicina, al di là, sopra una piccola altura, Prasco, di cui non si vedono che poche case, la torre e il campanile sorgente dagli alberi, dirimpetto ad esso il bianco stradale della provincia, questo antecessore della strada ferrata al quale si guarda con un po' di compassione".
Parole che suonano oggi ironiche.
"Poco più di cinquant'anni fa i nostri venditori di polli che andavano a far il mercato di Genova passavano per questi luoghi appoggiati ad un bastone, con una gerla in spalla, e faticosamente risalivano la Caramagna, quando questo piccolo torrentello lo permetteva, e valicavano, su per sentieri da capre, l'alta montagna rossiccia, fredda, spelata, e dopo quella altre ancora, e poi altre ancora, sinché giungevano alla vista del mare e della città sospirata. Poi vennero le prime strade fangose, maltenute. E venne poi il largo e bello stradone provinciale che pareva una meraviglia ai nostri vecchi.
Ma i torrenti e le montagne esistevano ancora. Ecco il genio sempre giovane dell'uomo appare, getta ponti sui torrenti, perfora le montagne, fischia trapassa e va".
Una esaltazione tecnologica, una sconfinata fiducia nelle "sorti progressive" dell'umanità percorre le sei colonne (una pagine e mezzo) del giornale. A Prasco "si cambia": ora sono dodici carrozze a cavallo che risalgono la strada, tra spari di mortaretti, bandiere e donne alle finestre, uomini che si levano il cappello rispettosamente, in un paesaggio che ha "un non so che di esotico" in virtù delle tante case di legno, "improvvisate dai minatori, coi tetti irti di fumaioli".
"Cremolino non fece festa e la cosa produsse in tutti un senso di rammarico. Tutto il paese fu asciutto asciutto: e si capisce dal momento che ne asciugarono la fontana" [non solo: il treno qui non fermerà, niente stazione nonostante le promesse di Saracco (cui oltretutto è stata intitolata una via) e Maggiorino Ferraris].
"Eccoci a Molare. Ecco le vie piene di gente: applausi, evviva, la banda musicale" [ che poi sono due: con quella del paese anche quella di Ovada].
La comitiva scende ancora, più in basso, alla stazione e di qui si reca all'imbocco sud della galleria - sono le 10 e trenta - ornato da nuovi archi trionfali, ove nuovi orifiamma, nuovi spari salutano i visitatori, i luoghi circostanti gremiti di popolo.
L'interno della gallerie è illuminato da globi e lumicini. Grida echeggiano. "Una corrente di simpatia e d'espansione nuova lega insieme tutte quelle persone che si trovano, piene di vita, festeggianti a cento cinquanta, cento ottanta metri sotto terra".
Mentre la compagnia, sul mezzogiorno, consumerà all'aperto "il lunch" (un pranzo "appetitoso, abbondante ed elegante" servito "in trasferta" dalle Nuove Terme), gli ultimi 80 centimetri di roccia cadranno. Mortaretti e il suono del corno annunciano il successo. Si levano le coppe di champagne (non inganni la dizione: probabilmente è moscato nostrano).
Poi una nuova visita dentro la montagna. "È meraviglioso vedere come quelle punte di acciaio [quelle delle perforatrici Blanchaud, Ferroux e Seguin] si avventano contro la pietra dura e la stritolano, la sminuzzano e la polverizzano e si sprofondano in essa."
Poesia, ma anche rigore scientifico: poche righe e l'articolista riassume i dati tecnici del lavoro: media di avanzamento giornaliero (3 metri, con un massimo di 5 con l'ausilio dei mezzi meccanici), sostanze esplosive (Kg. 82.000) e acciaio consumati (Kg. 27.000), forza disponibile per la perforazione espressa in cavalli vapore (300).
Un treno a carrelli conduce la brigata ad un sopralluogo ad un pozzo d'aerazione "alto 70 metri", il punto più difficile della galleria a cagione dell'immensa quantità di acqua ivi trovata" (gettata in alcuni giorni di 400 metri cubi all'ora! Ecco perché a Cremolino l'acqua non c'è più).
Incanalata a fatica verso lo sbocco nord (verso Prasco), per abbondanza e bontà tal ruscello "fa nascere in molti l'idea di una nuova condotta d'acqua potabile" realizzabile a beneficio della città d'Acqui. [Vista la crisi idrica attuale, ci sarebbe da farci un pensierino anche oggi].
Quando il treno sbuca dalla galleria "scoppia un applauso universale, spontaneo, fragoroso", addirittura fontanelle con getti di vino, l'apogeo della festa, che continua a Prasco e poi, ad Acqui, all'Albergo del Pozzo (Piazza Vittorio).
Nessuno, ma proprio nessuno, lontanamente avrebbe potuto immaginare il tormentato futuro di quel "miracolo di ferrovia".
Giulio Sardi
Pubblicato su L'Ancora del 27 febbraio 20005