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Il diario abissino di un legionario vesimese |
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| Vesime. "70 anni fa, Addis Abeba - il diario abissino di un legionario vesimese" è il titolo di una mostra che Visma allestisce a Casa Brondolo - Gastaldi, via Alfieri 2, da domenica 21 maggio a domenica 4 giugno. E questo è l'orario: 10-12, il sabato e i festivi, oppure su appuntamento: tel. 0144 89079; e-mail: Visma@gmx.net. Scrive Riccardo Brondolo, curatore e ideatore della mostra:
A volte però, a sollecitarla; ad evocarlo con grazia, quel folletto, ci pensano le ricorrenze, gli anniversari: segnati sul calendario della nostra vita o sull'almanacco, al compiersi di quel giorno rompono i sigilli del vaso di Pandora che ci portiamo dietro, individuo o popolo: ed il passato -uomini, immagini, incontri, drammi, amori- comincia a ronzarci vorticosamente intorno. Intendiamoci: son cose che ormai succedono piuttosto ai perdigiorno e ai solitari, a chi è fuori del gran giro delle programmazioni mediatiche e dei turni di lavoro, dei calendari zeppi solo di numeri a scacchiera; a chi sulla data, sui santi e sulle effemeridi che lo accompagnano, si può soffermare senz'esserne schiavo. Succede così che a qualcuno di noi il 5 Maggio, con l' "ei fu" manzoniano ed il mito napoleonico, riporta ancora quel "Il maresciallo Badoglio telegrafa..." che piovve sulle piazze gremite d'Italia giusto 70 anni fa. Allora, la notizia della conquista di Addis Abeba e dell'impero fece sentire molto soli coloro che non erano d'accordo col duce e col fascismo; come ricorda Sergio Zavoli, il sentimento popolare era sincero, l'orgoglio nazionale -abilmente truccato da amor di patria- largamente diffuso e partecipato. Giunsero poi voci sull'iprite, sugli inutili eccidi, e sulle altre nefandezze di cui si macchiano, quasi sempre dall'una e dall'altra parte, tutte le guerre. Ma dovette giungere il Luglio del '43 e la fine ingloriosa della guerra perché, con tutto ciò che era rapportabile al fascismo, anche l'impresa coloniale etiopica bruciasse sulle labbra di chi ardiva rammentarla, come un passato vergognoso: del quale bisognava dannare, con la memoria, anche tutti coloro che vi avevano avuto parte come protagonisti, vittoriosi o vittime che fossero stati. Si sa come vanno queste cose. Chi, come noi, delle memorie fa gran conto quale unica testimonianza dell'esser stati vivi, e ad esse non vuole aggiunger nulla di improprio (la critica storica, la storiografia, accorta o di parte, è comunque altra cosa), associa ed affida quest'anno a questa ricorrenza un documento eccezionale di vita vissuta. Schietto, spontaneo, nato e cresciuto per 18 mesi tra il mare, l'altopiano e il sole africano, tra sudore, sangue, fatica, sete e fame, senza retorica, asciutto e bisunto, il diario di Giuanéin 'd Rudàn-, Calisto Fedele di Vesime, è una delle tante memorie di quella guerra, annotata giorno per giorno on the spot, senza la cultura e il pelo di un corrispondente di guerra, assecondando soltanto il desiderio di salvare, possibilmente assieme alla vita, un poco dello spirito e della polvere di quella avventura. Il taccuino, 110 pagine fitte, era stato conservato con tutto l'amore geloso che una vedova può serbare per una parte ancor tangibile del suo uomo; venutine in possesso attraverso Martino De Leonardis, che da Licia lo aveva ricevuto in legato, lo avevamo presentato tra le tante testimonianze di quel Sogno africano che aveva aperto, dieci anni fa, le iniziative di VISMA. Ma il documento -ne eravamo e ne siamo persuasi- meritava una ben più attenta considerazione: ed è per questo che oggi ne forniamo una trascrizione ed uno studio ragionati, che andranno poi a formare -ci auguriamo- parte cospicua dei due volumi sul sogno africano dei vesimesi che da tempo abbiamo in animo di produrre. Giuanéin- (o Calistu, come anagraficamente risulta) s'era arruolato nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (vulgo Camicie Nere) ed era stato richiamato in vista della Campagna d'Etiopia. Aveva accettato, come tanti altri vesimesi ed italiani, spinto soprattutto da tre prospettive, ben documentate nello spirito e nella lettera del diario, così come dalla corrispondenza che durante la spedizione i "militi" scambiarono con le famiglie e con gli amici.
Dopo qualche mese di addestramento, parte il 3 Novembre 1935 sul Saturnia verso quella meta maliosa e concreta ad un tempo: con lui sono altri vesimesi che saranno accorpati nel suo plotone o che incontrerà via via durante l'avanzata, alle prese più con la logistica, i servizi, le strade che non con i fucili: nell'usare i quali, saranno quasi sempre risolutori -come del resto era logico, al di là degli alalà- i reparti regolari dell'esercito. L'anabasi (e, per qualche verso, la catabasi) di questo oscuro fante, geniere, zappatore, muratore qual di volta in volta ci appare, ha trovato il suo Senofonte nella rozza scansione di fatti ed immagini che la sua stessa penna, la sua rustica educazione gli consentivano: senza enfasi, senza retorica, in uno stile povero, rude e stringato, mai compiaciuto, senza lirismi ma con momenti di forte partecipazione emotiva, Giuanéin- scolpisce col marrazzo e col temperino scenari e figure. Non omnis moriar? Lo fo per non morir del tutto? ma va', queste cose le scrivono i poeti: io quel taccuino l'ho riempito per ricordarmi a me stesso: e basta -sembra dirci ad ogni pagina, in ogni circostanza, allegra o tragica. Sfilano su uno sfondo appena accennato di deserto e di povera agricoltura, di paesaggi alpestri e di mefitiche valli paludose infestate dalla malaria, le figure curiose di uomini ed animali misteriosi: gli uni che, "alla sua moda", danzano, pregano, coltivano la terra sotto la pioggia, o attaccano a tradimento, simulando la resa: non c'è mai simpatia per loro, pietà piuttosto, talora, e talaltra ammirazione (come nei confronti del valore e del coraggio dimostrato dalle guardie imperiali del Negus); gli altri, sciacalli e iene che con i loro versi lamentosi incupiscono la notte immensa e senza luci, muli puzzolenti, scimmie curiose e di specie diverse, enormi tartarughe da fotografare. È tutto un bestiario che s'alterna alle presenze umane sullo scarno paesaggio, di cui condivide l'asperità e l'angoscia, e che s'accende di passione venatoria nei rari momenti di calma. Costante il pensiero della moglie, anche se evocato sulla pagina dalla prosastica numerazione delle lettere e dei vaglia inviati; nessun accenno, ovviamente, alle bellezze locali, che pare tuttavia gli avessero lasciato qualche regalo e qualche strascico non gradito. Scarsi i riferimenti religiosi (Giuanéin- apparteneva ad una stirpe di "anarcucu"), ristretti alle ritualità del Natale e della Pasqua, non degnamente festeggiate con i pranzi della tradizione. La guerra gli scorre accanto; solo in un caso, sull'Amba Aradàm, ne è vivacemente coinvolto: partecipa con silente dolore alla perdita degli amici, si sobbarca di buon grado gli incarichi più pietosi come il trasporto dei feriti e il seppellimento dei morti. La retorica e l'euforia della vittoria lo sfiorano appena: l'annuncio della presa di Addis Abeba è semplice cronaca di una giornata di festa: ben maggiore è l'enfasi con la quale ricorda la sua vittoria in una gara di corsa nel sacco e il premio di una capra subito venduta per 25 lire. E del resto, quando passerà dalla capitale del Negus si limiterà a dire di averci mangiato tardi e male. La penuria del cibo e del vino, e talora dell'acqua stessa, sono note che incontriamo, martellanti, quasi in ogni pagina: le difficoltà dei collegamenti non consentivano lussi e talora nemmeno la distribuzione del necessario: patetico quell'accenno al pane cotto attorno ad una pietra arroventata.
Il diario aggiunge però che era un buon nuotatore, e si rimane presi dal dubbio: che il De Rossi intendesse proprio e per sempre ritornare in Africa? o non piuttosto per sempre affondare in quel mare, alla Virginia Woolf, alla Martin Eden, e qui sommergere certe sue -ora era chiaro- irraggiungibili speranze? Il mistero, come in un romanzo psicologico, riguarda sia l'imperscrutabilità dell'animo umano sia lo scritto stesso di Giuanéin che è qui, in queste ultime pagine, particolarmente scoordinato e tumultuoso. Al diario -fotocopiato, trascritto e commentato- si accostano nella mostra gli ingrandimenti fotografici della decina di foto che Fedele aveva accluso a quei fogli, a documentazione della parola scritta; e delle molte altre che abbiamo raccolto, sia dai carnet dei suoi commilitoni, sia da pubblicazioni d'allora, riguardanti luoghi e itinerari percorsi. C'è poi un'ampia, rigorosa trascrizione della cartografia dell'epoca, che mette in risalto quanto mutò, su quello scenario, in appena due anni grazie al lavoro dei nostri uomini; ci sono carte e schemi dei momenti salienti dell'avventura militare del nostro, ricostruiti con l'aiuto di testimonianze ufficiali; e ci sono poi cimeli, oggetti caratteristici, tratti da quel retaggio piuttosto kitsch che lasciano dietro di sè le epopee spiegate e inflitte al popolo. Non vorremmo poi apparire tra quei semi-analfabeti (come li chiamava E. Cecchi) che di fronte a certe pagine di prosa popolare gridano ad una nuova scoperta letteraria; semplicemente crediamo che questa vicenda abbia soprattutto valore di testimonianza esemplare: un campione, tessera o testamento, di vita vissuta che si staglia ora contro i tramonti dorati dell' Africa del sogno, ora contro certi cieli neri come quelli affrescati dal Lorenzetti, che riempiono il cuore di inquietudine e di angoscia. Sono sentimenti provati allora da milioni di italiani: la cronaca naif di questo diario ce ne ha lasciato una traccia, che ci ostiniamo a credere non si debba perdere con quella della nave che riportò a casa Giuanéin- Calistu Fedele, e con quella che si chiuse sulla malinconia del povero De Rossi". (Riccardo Brondolo) Pubblicato su L'Ancora del 21 maggio 2006 |
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