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Il mulino medioevale di Vesime: la storia umiliata ed offesa

 
Mulino di Vesime
Mulino di Vesime
Mulino di Vesime
Mulino di Vesime
L'esterno e l'interno
del mulino di Vesime.
Moulin de Cougnaguet
Moulin de Cougnaguet
Il "moulin fortifié de Cougnaguet"
del 14° secolo, monumento storico
Ah, la Francia del Sud-Ovest, quel sopravvivere fermo (che qui è "vivere ancora") di paesaggio, tradizioni, opere e spiriti antichi, dall'Ardèche al displuvio atlantico pieno di luce e di pietra, di verde e di acque incorrotte! L'attraversavo anni fa, mescolando rabbia e stupore, ancorato com'ero al rimando e al confronto con la mia valle Bormida, una terra tanto simile e tanto stravolta da far montar la collera nella strozza, a guastarmi il benefizio...
Tanto simile che i trovatori, mill'anni o giù di li, fuggendo guerre e sdegni di principi, vi trasposero così agevolmente i loro umori e le loro rime, adattandole appena ai nomi e ai toponomi, tanto quella luce e quei siti risultavano loro familiari ed aperti.

Il moulin fortifié di Cougnaguet

Fu così che, masticando amaro, tra Périgord e Quercy, vicino a Rocamadour, mi imbattei quasi per caso in un vecchio mulino: isolato, in una vecchia bastide fortificata, su di un'acqua verde che le scorreva sotto le fondamenta ad arco. Il sito, presentato come monumento storico del XIV secolo, era stato eretto a museo: l'ingresso e la visita, a pagamento come è giusto che sia per ogni opera che richieda sorveglianza e manutenzione, comprendeva anche una dimostrazione di macinatura. Entrato all'interno, la struttura del locale e le forme dei manufatti mi fulminarono istantaneamente il rimando -tanta la somiglianza- al mulino del mio paese, a quel mulino e a quelle acque che proprio in quegli anni conoscevano un doloroso travaglio, a seguito dell'alluvione del 1994.

Il mulino di Vesime

Il moulin fortifié di Cougnaguet e il mulino di Vesime, costruiti entrambi prima del 1300, avevano avuto storie e hanno sorti diverse: nati in regioni contigue e tanto simili per lingua e civiltà, si son trovati a spartire le vicende di una nazione, la Francia, e di uno stato, l'Italia, che diversamente considerano e valorizzano la tradizione e, con essa, l'attaccamento alla propria storia. La Francia ha fatto la rivoluzione, sovvertendo duecent'anni fa ogni ordine costituito, ma non c'è villaggio francese che non tragga spunto da una pur minima patria memoria a farne oggetto di culto e ragione di orgoglio; in questo nostro sciagurato paese, che ricicla e non muta istituti e costumanze deteriori, troppo spesso il bello e il valido del passato è avvertito con disaffezione e trattato con noncuranza, quasi si trattasse di un orpello inutile e fastidioso. E purtroppo nei piccoli centri e nelle campagne, dove la coscienza civile e la cultura sono superficiali o assenti affatto, quest'attitudine è più diffusa e i suoi effetti sono nefasti. Sono sotto gli occhi di tutti gli splendidi manufatti in pietra dei terrazzamenti distrutti negli ultimi anni, le chiese deturpate, il tessuto architettonico dei borghi stravolto, l'ignoranza presuntuosa reggendo coscienze e istituzioni.

È proprio di questi giorni una querelle sul nostro benedetto mulino: c'è voluta un'ispezione sanitaria perché ci si rendesse conto dello stato miserevole in cui si trovano i suoi locali: e, va detto subito, di questo degrado non è tanto responsabile l'attuale proprietario quanto le istituzioni e la società civile che di quel patrimonio sono indirettamente responsabili. È chiaro infatti che una struttura idromeccanica plurisecolare (documenti olografi testimoniano che si tratta di quella stessa attestata avanti il 1300) non può funzionare oggi, producendo reddito, se non attraverso una diversa economia di lavoro ed una più attenta normativa: attenta, intendo, alle sacrosante esigenze dell'igiene, ma altresì intesa a salvaguardare e tutelare gli strumenti e le strutturazioni ambientali esistenti. Di questo non si può far carico a un privato, cui non si può logicamente richiedere una capacità di valutazione e una preparazione culturale che, appunto, competono alle istituzioni. E, soprattutto, non si può pretendere che questi investa senza costrutto remunerativo, e lavori in perdita.
Insomma, gli ispettori sanitari hanno certamente le loro buone ragioni, i cultori del patrimonio culturale giustamente si sentono allarmati, le istituzioni sacrosantamente parlano di patrimonio dell'umanità... piemontese in pericolo: ma, mi chiedo, dov'erano e cosa facevano tutti questi signori fino a ieri, pardon, fino a quindici giorni fa?

Sette anni orsono, chi scrive produsse attraverso VISMA- cultura e memorie vesimesi, una mostra che, attraverso la presentazione e il commento ragionato di 35 documenti raccolti in archivi e biblioteche, focalizzava la storia e il conseguente, scottante problema della manutenzione del mulino di Vesime e della sua bialera, il canale di alimentazione derivato dalla Bormida: documenti di grandissimo interesse, che si collocano tra il 10 Marzo 1300 e gli anni Cinquanta del secolo scorso. La mostra, ignorata al solito dalla stampa laureata, o relegata in qualche trafiletto, e solo ripresa con attenzione da questo foglio, destò qualche interesse tra la gente ma lasciò il tempo e la disposizione mentale che aveva trovato nelle alte sfere delle istituzioni comunali, della comunità montana, della provincia, della regione e dello stato: le quali continuarono a ignorare il problema, il lavoro di chi si era seriamente preoccupato di stabilire origini, sviluppo e circostanze storiche di un così ragguardevole monumento, lasciando in tal modo che la struttura si deteriorasse ulteriormente. L'acqua della bialera non raggiungeva più le pale, e il proprietario del mulino, che -ironia della sorte!- per cinquant' anni aveva fornito anche corrente elettrica nella valle, fu costretto ad allacciarsi all'Enel.

Nel frattempo, uno studio tecnico locale, spinto dalle istanze dei proprietari fondiari frontalieri del canale, che si vedevano privati dell'unico mezzo di irrigazione dei fondi stessi, e sulla base della documentazione storica da noi fornita, intraprese un'azione che portò all'assunzione da parte della Regione delle spese per il ripristino del canale stesso: ma il problema del mulino, con tutte le problematiche del deflusso e del governo delle acque nel tratto urbano, e della revisione dell'apparato meccanico e delle strutture interne, venne completamente ignorato.
Ed io son qui con voi, amici lettori, a chiedermi come mai, qualche centinaio di chilometri oltreconfine, un mulino così simile al nostro non solo continui ad esistere, a macinar frumento, a mantenere intatte le sue strutture lignee di travi, parquet, contenitori di caduta e scorrimento, paramacine e cassoni, salvaguardando così una testimonianza storica essenziale, ma addirittura a farsi citare sulla Michelin e a rendere in biglietti d'ingresso e in prodotto venduto ai visitatori; mentre da noi quella stessa meravigliosa officina viene considerata burocraticamente come una struttura obsoleta da rimodernare (sic: si arriva a questo!) o da chiudere: sì che in breve la si vedrà distrutta e ridotta a res nullius, la variante italica più comune alla res communis omnibus.

Certo, oculati ed occhiuti speculatori privati ne potrebbero trarre partito per una operazione commerciale che -s'è visto altrove, non lungi da qui-, potrebbe risultare azzeccata: con le mode gastronomiche imperanti, lasciando sopravvivere qualche parvenza arcaica, stravolgendo in realtà materia e filosofia antiche, imbellettando i prodotti e facendoli strapagare, si "salverebbe" il mulino di Vesime; o magari lo si potrà trasformare in trattoria o bistrot, con qualche malinconica macina -sinistro convitato di pietra- alle pareti. Ma noi siamo convinti che queste macine e quest'acqua che ci giungono dritte dritte dal Medioevo debbano appartenere alla comunità: gestite magari dall'attuale proprietrario, ma da quella tutelate, ripristinate, salvaguardate con appropriati restauri come s'ha da fare con prodotti di altissimo valore storico: e che di questo si tratti, parlando del mulino di Vesime, diamo conto e prova.

Macine del tempo e del grano

"Quegli immani flagelli -scrive Malaparte- con i quali Iddio punisce la superbia e, talora, la saggezza degli uomini; pestilenze, carestie, diluvi, non avrebbero altro effetto in Toscana se non quello di rendere i toscani ancor più superbi e sicuri di loro stessi. Li indurrebbero a non aver fiducia che in se medesimi...". Non so se in Toscana sia ancora così. Certo, quello che egli dice fu vero anche per la nostra gente, che non s'è arresa mai, per sette secoli, al fiume, ed ha imbrigliato la natura al severo dominio delle sue leggi morali, prima ancora che a quello delle leggi fisiche, rivisitate e corrette via via ad ogni intoppo, ad ogni sconvolgimento.
Una gente, la nostra, che per due millenni, dopo il melting pot di liguri celti e romani, ha saputo trarre partito dall'inclemenza e dalle provocazioni della natura, inventando una morfologia del paesaggio che è una delle più serene, consolanti, poeticamente ordinate del mondo. E tutto ciò fidando solo su se stessa, nel proprio ingegno e nella propria caparbia volontà, fatta di abnegazione e di bruciante sarcasmo nei confronti dei potenti. Scrivevo nel maggio del 1997, nel pamphlet introduttivo alla mostra "La bialera: un'acqua dal medioevo - Storia ed immagini del canale di Santa Lucia in Vesime": "Ma oggi... tutto è stravolto, la gente abdica al suo passato, è stanca, rinunciataria: all'ironia sferzante s'è sostituita la furberia compiacente, al fare operoso ed orgoglioso di sè l'attesa neghittosa dell'aiuto altrui, i sussidi, i miliardi rubati, l'indifferenza morale... E così il cemento cancella l'acqua, le pietre e l'erba. Maledirla, la mia gente, verrebbe da dire con Veronelli. Non maledirla, salvarla. Ma è così tardi... e solo la memoria, forse, può operare il miracolo".

Più pessimista - e pour cause- di sette anni fa, nei miracoli ci spero ancor meno, specie quando non richiedono tanto la mediazione divina quanto il ripensamento e il riscatto dell'uomo. E tuttavia, ripercorriamolo insieme questo tratturo della memoria: e, come il sentiero che accompagna la bialera, risaliamo alle origini del mulino di Vesime.
Il primo documento che ce ne parla è l'atto di vendita del castello e del paese di Vesime da Alberto del Carretto a Bonomo Asinari, conservato nell'archivio parrocchiale (APV, 1), datato 10 Marzo 1300: si accenna quivi esplicitamente a fumos et molendina che si trovavano ai margini del recinto murario del borgo, esattamente dove ancor'oggi sta il mulino e si collocano i confini tra burg véi e burg növ. Queste strutture, specie in quell'epoca, non sorgevano certo da un anno all'altro: facile dedurre quindi che sia il mulino che il forno ad esso annesso risalivano al secolo precedente, se non addirittura all'ultimo quarto del XII secolo, epoca cui, presumibilmente, risale la prima fabbrica del castello carrettesco e la formazione del sottostante borgo.
Il secondo attestato dell'esistenza del nostro mulino lo troviamo in un documento del 20 marzo 1413 (APV, 3), riguardante la spartizione del feudo di Vesime tra Asinari e Scarampi. In esso è descritta compiutamente anche la collocazione toponomastica dei fabbricati, che non lascia dubbi sull'identificazione del mulino di allora con quello di oggi: "apud villam inferius deversus Burmidam...molendinum cui coheret bidalle e via": e la via, che con il bidalle e la Bormida segna i confini della clausa o ciosa signorile, comprendente il mulino, era la via di santa Lucia: che, passato il ponte romano menzionato dal Casalis, immetteva nel borgo, riprendendo forse il cardo dell'antica mansio romana.

Non ci soffermeremo qui, stabiliti i termini a quibus, sugli altri documenti proposti nella mostra del 1997; citeremo solo quelli più importanti al nostro assunto, che è quello di qualificare l'interesse storico-documentaristico che la struttura vesimese conserva. Tra questi importantissimo è l'atto (APV, 46, 28 novembre 1573) che testimonia del tentativo del duca di Mantova, il quale, a mezzo del dr. de Levo di Acqui, tenta di prender possesso di Vesime: l'emissario, portatosi nell'orto signorile dietro il mulino, ne raccoglie verdure in segno di possesso; indi, (traduciamo il latino per comodità di chi legge) "ritornando da detto orto passò per il ponticello della Bidaleria vicino ai rostri e ai canali delle ruote di detto mulino, tre delle quali [quelle tuttora esistenti e funzionanti] servivano a macinare e una a preparare l'"arbasio, toccò i legni di detti rostri, aperti i quali girarono le ruote del mulino"". È interessante notare come, accanto alle tre ruote per macinare, si ricordi qui la gualchiera per la follatura dell'arbasio, (o arbascio, o albagio), un panno di lana grossolano, la cui utilità era speculare a quella fondamentale della farina che usciva dalle altre macine. Il mulino presiedeva dunque a due delle opere di carità fondamentali, almeno per quei tempi in cui si ignoravano anoressia e nudismo: dar da mangiare agli affamati e vestire gli ignudi. E questo era tanto più importante visto che a quell'epoca (APV, 65) non esistevano mulini sui confini di Cessole e Perletto. In un altro atto (APV, 70, 5 Settembre 1585) si parla dell'obbligo imposto dai feudatari Biandrate all'affittuario De Angeli di costruire un secondo mulino a una ruota "al secondo ponte ove passa la roggia che scorre dalli molini già fatti", a testimoniare dell'importanza di questa funzione nell'economia locale.

Fondamentale è poi, tra tutti, il documento (APV, 73) del 20 Aprile 1589, col quale la contessa Giovanna Roero Biandrate si impegnava al restauro della chiusa (ficca) e della bialera: infatti, se la Bormida avesse rovinato il condotto, "la contessa avrebbe pagato due scudi per ogni trabucco di lunghezza, larghezza ed altezza purchè in buon fabbricato di pietra e calcina". Questa stipula verrà rinnovata al locatario nel 1601, con la clausola che lo stesso avrebbe dovuto lasciare la chiusa sul Bormida completamente rinnovata, "ben lignamata et incatenata con ferri necessari che pigli dall'una all'altra ripa d'essa Bormida" (notiamo incidentalmente che i pali e i ferri vennero alla luce durante il ripristino della chiusa due anni fa). L'affittanza verrà confermata nel 1669 e nel 1672, sempre confermando il Biandrate, feudatario di Vesime, di impegnarsi a riparare le rotture della bialera che intervenissero a causa di tempeste e inondazioni. Ne consegue direi, attestata ab antiquo ed in modo lapalissiano estensibile all'oggi, la responsabilità dell'autorità costituita (a quei tempi il feudatario appunto) per quanto attiene le riparazioni della bialera: e se le autorità di allora si facevano carico delle spese riguardanti il canale, a maggior ragione se ne può evincere la stretta responsabilità delle stesse riguardo la conduzione ed il buon uso del mulino, di cui la bialera era ed è appendice ed elemento accessorio.

Lascio comunque la questione alle interpretazioni e alle argomentazioni dei giureconsulti: potendo esser questi, costituzionalmente, di parte, ne può sortire una bella e dotta querelle, degna in tutto e per tutto del dotto vulgo del bello italo regno, pardon, repubblica. Io, per me, son certo di aver reso un certo servizio alla verità e ad un pezzo non trascurabile della nostra storia. Sento parlare oggi di accomodamenti, per cui le normative igieniche potrebbero esser superate agevolmente con il declassamento del mulino a funzioni di molitura di prodotti per animali; ne sento parlare, e mi sento cascar le braccia. Altri, per fortuna, parlano invece di un doveroso rispetto alle funzioni storicamente attribuibili a quell'acqua e a quelle macine.
Sfogliando altri documenti seicenteschi vediamo poi come accanto al mulino il signore si fosse costruito la peschiera, e come Benedetto Rizzolo abbia ottenuto in affittanza l'acqua dello scarico per un suo orto: e nulla ci vieta di supporre che di quel diritto un discendente omonimo si sia valso per alimentare lì presso le macchine della sua officina piranesiana, fino a qualche decennio fa. Nel 1701 si parla di un "molino con due rote et un paratore", designandosi così il locale dove si stendevano i panni di albagio per la follatura; poi, coll'avvento dei Savoia, inizia un periodo di degrado che si concluderà coll'annessione di Vesime alla Francia: sotto il maire Dogliotti, nel 1802, infatti, il mulino è di nuovo a tre mole come due secoli prima. E gioverà ricordare che l'uso della bialera a fini irrigui è sempre condizionato all'obbligo di non recar danno al mulino.

Tra la fine dell'Otto e l'inizio del Novecento l'importanza della bialera e del mulino cresce vertiginosamente: la grande filanda di Vesime si giova della forza motrice fornita da quelle acque, mentre le turbine poste sotto il mulino fanno sì che si aggiunga, nella scritta alta e a severi caratteri, la dizione di officina elettrica. Per cinquant'anni l'illuminazione di Vesime e di alcuni paesi vicini corse per 1200 chilometri di fili partendosi e dipendendo dalla condotta forzata ricavata nei locali del nostro mulino; poi, la politica scellerata delle nazionalizzazioni forzose, le inutili lotte di Cesarein- Sugliano per difendersi dalle inondazioni e dalle tasse, fino alla sua morte l'anno passato, fino al triste epilogo di questi giorni.

E pensare che, mentre si favoleggia di energie alternative come quelle eoliche, destinate a sfregiare ancor più il paesaggio, lo sfruttamento delle acque sotterranee della bialera darebbe una resa esponenzialmente superiore a quella di cinquant'anni fa.
Questa, a brevi ma certi tratti, la storia del dugentesco mulino di Vesime (lasciamo ai soliti bene informati la sciocchezza della sua ascendenza seicentesca...). Succeda ora quello che i potenti decideranno. Ma non si venga poi a dire che certe cose non si son fatte, o che se ne son fatte di tali che sarebbe stato meglio non si fossero fatte, solo perchè... non si sapeva.

(Riccardo Brondolo)

Pubblicato su L'Ancora del 1° e 8 febbraio 2004

 

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