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Vesime - Povere cose e grandi simboli: panchina di paese

 
Vesime panchina 1954
50 anni fa (1954)
Vesime pnchina 2005
Oggi (2005)
Vesime. Tra le due foto, mezzo secolo. Sulla prima, scattata a Vesime nel 1954 da mio padre, una magra e schietta impressione (impressione è qualcosa che si imprime, che si fissa, sulla carta o nella memoria) della vita di cinquant'anni fa: quando, finita la guerra e il roboante ventennio, tutto aveva ripreso il suo corso normale, e sulle panche del villaggio gli anziani (vecchio è chi muore) vagliavano, con attitudine assorta o sorniona, le cronache dell'oggi sulla scorta delle loro vaste e multiformi esperienze.
Lo facevano scorrendo le pagine dell'Ancora, della Gazzetta o della Stampa, equamente divise e distribuite tra di loro, mentre le ore del mattino e le rade autovetture passavano pigramente sullo stradone. Il pensionato Tartaglino, un mutilato ospite di una famiglia vesimese; il vecchio fabbro Macario, migrato qui da Monastero 'nt' l'arditâ dei Rizzolio; il macellaio Cichinéin - Bertonasco, padre del mitico Manuéle; e il vecchio Paroldo, genitore del sensale Seraféin -, conosciuto in tutto il basso Piemonte, dalla val Bormida al M. Viso.
Una piccola Spoon River di questo villaggio, che non può offrirci altro, oggi, che la sconsolata immagine di quella stessa panchina, corrosa dal tempo, travolta e scempiata in una notte d'agosto dall'auto di un assonnato migrante nelle notti del sabato. "La notte è vita" recita(va) una réclame di discoteca: eccola qui, infatti. Lo scorrerre animato delle ore, le conversazioni sulla piazza e tra gli usci, i richiami, gli intercalari, le burle, le liti, il richiamo consolatore della campanella dei Batü, le discussioni a cielo aperto, all'angolo o sul mercato, la salmodia delle compagnie che accompagnavano le sepolture, i canti notturni dei giovani a brigata per le vie fatte silenti, l'ammicco furbesco dell'oste sotto l'insegna, le barzellette e le moralità autoctone di qualche bello spirito: tutto, insomma, quel "così riposato, così bello/ viver di cittadini" s'è dissolto oggi, svaporato e rappreso in quell'ultima desolata reliquia che è (era) la banca 'd Serafèin-.
S'avvicina la ricorrenza sacra ai nostri morti, ignorata in questo triste Paese o retoricamente, in fretta allusa sulla stampa e dalla gente: non bisogna contristare l'audience e l'interlocutore con tristi pensieri, in una società cloroformizzata.
In Svizzera, in Europa, ogni anno al giorno dei Morti vengon dedicati editoriali e articoli di costume sui maggiori giornali, e anche da noi fino a qualche anno fa la ricorrenza era seguita con rispetto dai palinsesti radiofonici e televisivi: oggi, è già tanto se in prima serata non compare qualche film pornografico. Del resto, non può esserci rispetto e considerazione per il proprio passato là dove non ce n'è per se stessi (e, ovviamente, vale l'inverso).
Io, per me, vedendo quelle foto, pensando alle mie genti in questi umidi giorni di ottobre, mi son ricordato di una poesia di Thomas Hardy: l'associazione è stupefacente, immediato il confronto. Vorrei dedicarla a quegli spiriti che, credendo alla Comunione dei Santi oppure a qualche recondita via di fuga che i nostri cari ci abbian lasciato per comunicare con loro, possan trarre qui partito da queste immagini e da questi versi per giungere, attraverso la bella traduzione di Eugenio Montale, a stabilire un colloquio coi poveri morti, con gli altri spiriti del villaggio; quelli che "fatti d'aria" si siedono ancora accanto alla stufa, attendendo un piatto di castagne, nella notte del 1º novembre; anche se il campanile non rintocca come una volta i bot, sommessi e ammonitori, fino alla mezzanotte; e non si prepara più il letto degli ospiti coi lini buoni, ma una "panchina stroncata", nella notte piovosa, può dar rifugio a quegli ospiti leggeri.

Vecchia panchina

Il suo verde d'un tempo si logora, volge al blu. Le sue solide gambe cedono sempre più. Presto s'incurverà senz'avvedersene, presto s'affonderà senz'avvedersene.
A notte, quando i più accesi fiori si fanno neri, ritornano coloro che vi stettero a sedere; e qui vengono in molti e vi si posano, vengono in bella fila e vi riposano.
E la panchina non sarà stroncata, né questi sentiranno gelo o acquate, perché sono leggeri come l'aria di lassù, perché sono fatti d'aria!

(Riccardo Brondolo)

Pubblicato su L'Ancora del 30 ottobre 2005

 

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