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La festa e la città - San Guido negli appunti dell'Ottocento

 

Luminarie, fuochi, corse di cavalli e nei sacchi

Acqui Terme. Cronache dalla storia di una festa: quella di San Guido. Può capitare, cercando d'altro nell'Archivio Storico Comunale, di imbattersi per caso, nell'imminenza della ricorrenza, proprio in un faldone, il 24 della Sezione II, serie XXI, Spettacoli pubblici, festeggiamenti, teatri (1785-1910) nel quale, pur in modo disorganico, con evidenti lacune, sono descritti i modi della celebrazione collettiva di un giorno solenne e, indirettamente, i costumi dei nostri avi.
Dunque, senza pretesa di esaustività, proviamo a collazionare alcune fonti, attratti dagli appunti più curiosi che ora mani ordinate e capaci, e ora altre più tremolanti e insicure han tracciato sulle carte.
San Guido nel duomo di Acqui.
San Guido nel duomo di Acqui.

1792: quando Acqui viveva la crisi

San Guido vuol dire "fuochi di gioia", spettacoli pirotecnici. L'equivalenza era in vigore anche nel secolo XVIII, anche se non si devono trascurare "le assenze", ovvero gli anni in cui prevalse una politica di assoluto rigore. Da una lettera indirizzata agli amministratori della città da certo Capriata (da lui redatta in data 30 aprile '92: dovrebbe ricoprire il ruolo di Intendente, o immediato sottoposto: ringrazio Gian Luigi Rapetti Bovio per la segnalazione), sappiamo che "la giustizia gradirà indubitamente che il denaro pubblico il quale si spenderebbe per le spese dei fuochi artificiali e della musica si impieghi a sanare il debito di qualche creditore che soffre e sclama". Lo scontento, dunque per il mancato allestimento di fuochi e per il silenzio della musica (e questo, apprendiamo, "per vari anni successivi precedenti all'ultimo") "debbe considerarsi prodotto da irriflessione e forse anche da un principio di pietà malintesa", da sostituire con una colletta, "atto pietoso, o sia una limosina, pienamente spontaneo e non già involontario".
La rinuncia ai fuochi è l'indizio evidente di una crisi economica forte che investe le nostre campagne, percorse dalla carestia e da tumulti di cui sono testimoni tanto le carte degli archivi quanto gli studi. Un San Guido "magro" a pochi mesi dalla discesa di Napoleone.
Del suo periodo una carta di Mons. Toppia del 1807 indirizzata al Sig. [la presenza francese si sente eccome, anche nei titoli adottati] Lupi di Moirano, Maire aggiunto, nella quale, in modo laconico, se non addirittura secco, viene dato l'avviso che "i primi vespri cominceranno alle ore sei in punto", mentre "la Messa Grande farsi alle undici precisamente, e al dopo pranzo la si darà principio alla funzione alle ore cinque. Attegà [come dire 'a seguire' ] la processione".

Tornan le luminarie

Passati gli anni napoleonici, giungiamo al 1829: le notizie sono offerte da un manifesto impresso dalla Tipografia Oddicini e sottoscritto dal Cavalier Guido Scati Sindaco.
"Facciamo noto ai nostri amministrati che in occasione dell'imminente festività di San Guido, Patrono Massimo ed Esimio di questa città, Provincia e Diocesi, ricorrente il 2 del prossimo giugno, avranno luogo in quest'anno le seguenti dimostrazioni in onore del Santo:

  1. distribuzione di pane ai poveri nel mattino del primo giorno di detto mese, vigilia della festa del Santo;
  2. illuminazione generale nella sera di detto giorno;
  3. illuminazione generale parimenti nella sera del due suddetto giugno, giorno in cui cade la solennità della festa del glorioso nostro protettore", cui segue la fiera nei giorni 3, 4 e 5.

Non fa notizia il fatto che la festa sia sistemata a giugno, e i "documenti ufficiali" ribadiscono (e lo si potrà leggere nella prossima puntata) che solo dal 1854 la ricorrenza - ottenuti tutti i permessi del caso, attraverso una pratica onerosa che comporterà un esborso di 500 lire - sarà spostata al mese di luglio.

Il Palio di San Guido a cavallo...e a piedi

Ma da un manifesto del 1846 sappiamo che già in quell'anno la Festa di San Guido fu posticipata.
Non solo. L'avviso, che porta il nome del sindaco Conte Blesi di Castelrocchero e la data della solennità al 12 luglio, segnala i contributi dell'Accademia Filarmonica che accompagna "le sacre religiose funzioni tanto ne' primi vespri, quanto il dì della Festa, nella Messa Solenne scritta appositamente da un socio di essa Accademia, [nel] Vespro, [nella] processione generale e [nella] Benedizione col Venerabile".
Questo in stretta connessione con la parte religiosa. "Fuori delle ore destinate ai Divini Uffici vi sarà il popolare trattenimento dell'Albero di Cuccagna, mentre alla vigilia "si accenderanno scelti fuochi artificiali sulla piazza della Chiesa Cattedrale, con generale illuminazione della città".
Altri intrattenimenti durante la fiera, con il concerto - si parla esplicitamente di "musica militare": la prima guerra d'indipendenza non è lontana - dell'Accademia Filarmonica e con la Corsa al Palio. La gara è aperta a "cavalli d'ogni sesso [sic], esclusi gli intieri [sic] arabi e gli inglesi di puro sangue", si corre il mercoledì della settimana della Festa, alle ore sei pomeridiane, "lungo la strada provinciale di Savona detta della Madonn'alta", la cui meta [l'arrivo] è fissata al ponte sul torrente Medrio detto della Trinità [in prossimità dell'odierna via Cavour], "presso il padiglione destinato per la pubblica amministrazione". Quanto ai premi, oltre all'alloro della bandiera in seta, si può leggere di 450 lire destinati al fantino primo arrivato (poiché i cavalli scossi son squalificati), di 220 al secondo, di 150 al terzo.
Ma torneremo più ampiamente nella prossima settimana su questo inedito Palio d'Acqui. Qui dedichiamoci ai divertimenti popolari assai di moda. Cominciando con la corsa nei sacchi.
Una nota del 15 luglio 1872 dà menzione di concorrenti di questo Gran Premio ottocentesco. La loro provenienza può essere buon indizio per comprendere il rapporto tra territorio e centro zona: i "corridori" giungono da Fontanile, Grognardo, Morbello, Rivalta, Melazzo, Terzo, Mombaruzzo, ma anche da Torino (un curante delle Terme?) e S. Marzano Oliveto.
La parte del leone la fecero però gli acquesi: "rimasero vincitori Caslini Tomaso (cui va un 1º premio di 15 lire), Giovanni Gambalunga (2º, 10 lire) e Suetta Pietro (3º, 5 lire).
Un podio senza miss, senza champagne e senza moscato, dopo una gara che, però, infiammò il pubblico non meno di certe finali olimpiche.
Così si divertivano i nostri avi.

Un San Guido (1848) di guerra

Ma cosa succede alla festa in caso di conflitto? Ce lo riferisce Giacinto Lavezzari nel Sunto delle deliberazioni consiliari (1886). Nel 1848 l'amministrazione negò ogni concorso alla celebrazione della solennità credendo "quindi inopportuna ogni festa non dettata dalla Santa Causa Nazionale che tutta assorbe con ragionevole, generale preoccupazione".
S. Guido 1873
Viene annunciato da un maestoso avviso che ricorda le funzioni accompagnate da scelta musica con il concorso di rinomati professori di suono e di canto.
La sera dello stesso giorno della festa (seconda domenica di luglio) si accenderanno nella piazza del pallone (oggi S.Guido) i fuochi d'artifizio preparati da valente pirotecnico. L'attrazione torna ad essere il Palio (che si corre il 16 luglio), con "fantini che vestiranno il costume inglese e potranno utilizzare speroni e frustino".
Per questo evento una documentazione completissima: si sono conservati anche i manifesti. Uno segnala l'ora della partenza e le raccomandazioni a lasciare sgombra la strada; l'altro i nomi e i proprietari dei corsieri (Sefer e Gemma della Cavallerizza Ponzio Vaglia di Torino; Dame Blanche di Giovanni Baccigaluppi, di Milano [i cui cavalli il tredici han corso a Padova] e Libertè dell'astigiano Giuseppe Gavazzi) e le modalità della corsa, articolata in qualifica e finale (a soli tre concorrenti). L'unico dato mancante si riferisce all'esito della gara, che - ovviamente - costituiva tassello di trascurabile valore burocratico per l'amministrazione cittadina.
Ma altre documentazioni (vergate nel maggio 1898) citano anche gli altri divertimenti popolari che andavan di moda: il trapolino (una sorta d'altalena) e il rompicollo (per il quale si allude ad un non meglio specificato prisma) che necessitano di 50 miriagrammi di strame, da stendere con funzioni "ammortizzatrici".
Quanto alla musica, una tradizione che si imporrà sarà quella di riunire i corpi bandistici. Un primo indizio nel 1893, quando la Società Esercenti e Commercianti, attraverso il suo presidente Borreani, chiede al Sindaco la possibilità di occupare il cortile della Caserma d'artiglieria "con accesso al pubblico" per lì sistemare le formazioni che giungeranno dalla provincia d'Alessandria.

San Guido ... dei bachi

Dieci anni più tardi la tradizione del raduno viene confermata: ma il 1904 è un anno particolare e ricco di documentazione. Ricorrono infatti i Novecento anni dalla nascita del Santo. Uno scritto inviato al Municipio dal Capitolo della Cattedrale ricostruisce tutta la pratica dello spostamento della festa da giugno a luglio: fu il Vescovo Carlo Sappa dei Milanesi [† 1835] ad esternare per primo il desiderio di "trasferire - colla necessaria autorizzazione della S. Sede - la Festa del patrono S.Guido... per maggiore convenienza della città e circondario [il problema nasceva dalla gestione delle attività connesse all'allevamento dei bachi da seta]. "Per giusta ragione non si potè allora veder soddisfatto il comune voto", esaudito nel 1853 e concretizzatosi l'anno successivo, essendo vescovo Modesto Contratto. Il cinquantesimo di tale evento (che oltretutto si unisce al già ricordato nono centenario) è così motivo per feste solenni che, con l'ordinario diocesano coinvolgono l'arcivescovo di Vercelli e quelli di Novara e Mondovì. Citato il Solenne Pontificale, e la scelta musica liturgica [i giorni delle celebrazioni sono il 10, 11 e 12 luglio, curiosamente come nel 2005], corre dai Canonici l'invito al Comune, che ha il patronato della Cappella del Santo, affinché prenda "gli opportuni concerti per la compilazione del programma da farsi a suo tempo noto al pubblico". Precocissima la lettera (29 febbraio), seguita da un progetto di intrattenimenti della Società Esercenti e Commercianti che propone (prosaicamente) il Tiro al piccione e alla quaglia, il già ricordato raduno delle bande, il convegno ciclistico, i giuochi popolari e "un premio per la gara del pallone di cuoio".
Quanto ai fuochi, il Comune dovette - come da prassi - richiedere più preventivi per allestire lo spettacolo. Singolarmente i due scritti conservatisi per l'anno 1904 (che prospettano una spesa di lire cinquecento), vergati dalle ditte Carlo Chiabotti (Toino) e Viriglio Andrea (Mondovì), non vennero presi in considerazione poiché giunti oltre i termini fissati per la presentazione.
Ma decisamente interessante è la lettura. Quello di Chiabotti recita per l'introduzione Colpo infernale d'avviso al pubblico e poi grande bomba al color d'oro- novità; quindi quattro parti centrali e un doppio finale (l'ultimo "vulcanico"). Ogni parte declina bombe, ruote, volate, fuochi chinesi, fiori, lampi e tuoni, illuminazioni a bengala, spari di bombe di grosso calibro.
Non è da meno la Ditta Viriglio, che inaugura il programma con 6 colpi di cannone seguiti da 10 parti in cui si distinguono le machine pirotecniche che rappresentano ora il giuoco delle farfalle, ora la stella persiana, gli anelli intrecciati, le serpi del faraone, un quadro a sorpresa con stemma della città di S. Guido, i capricci cinesi.
E davvero provate a immaginare i nostri bisnonni, magari arrivati dai paesi, mentre se ne stanno con il naso all'insù, gli occhi pieni di stupore, addentando l'ultimo pezzo di focaccia con la cipolla che sostituisce la cena.
Chissà quante volte, nelle settimane successive, in famiglia e all'osteria, i fuochi di San Guido sarebbero stati raccontati e riraccontati - c'è da giurarci - come l'ottava meraviglia.

(G.Sa.)

Pubblicato su L'Ancora del 10 e del 17 luglio 2005

 

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