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Millenario della nascita di San Guido (1)

 

Le parole del Vescovo di Acqui mons. Pier Giorgio Micchiardi

San Guido nel portale del duomo di Acqui.
San Guido nel portale del duomo di Acqui.
"S. Guido: punto di riferimento sicuro per la chiesa di cui fu pastore".
"Fa pensare il titolo del documento dei Vescovi italiani in cui essi indicano le linee pastorali da seguire per il primo decennio del terzo millennio: "Annunciare il Vangelo in un mondo che cambia".
Mi colpisce l'espressione: "… in un mondo che cambia". Mi colpisce soprattutto se penso all'ambiente in cui è vissuto S. Guido, che vogliamo ricordare nella ricorrenza dei mille anni dalla sua nascita. Situazioni molto differenti quelle del tempo di S. Guido, sia dal punto di vista sociale che culturale, che politico. Non è da sottovalutare poi il fatto che il mondo allora conosciuto si riduceva, praticamente, al mondo occidentale.
Allora c'è da chiedersi a che cosa può servire commemorare il millennio dalla nascita di S. Guido, un personaggio indubbiamente grande, ma vissuto in un tempo tanto diverso dal nostro! Certo è sempre interessante conoscere usi, costumi di un tempo e conoscere virtù e difetti di personaggi che ci hanno preceduti. Ma al di là della curiosità che simili personaggi possono suscitare a che pro rispolverare la loro storia?
Pensando a San Guido e, pur prescindendo dalla diversità che connota il suo tempo e quello in cui stiamo vivendo, sono stato colpito da un fatto: in un mondo tanto diverso Guido ha annunciato lo stesso Vangelo che la Chiesa proclama oggi; Guido ha celebrato l'Eucaristia come la celebriamo noi; Guido ha vissuto la carità evangelica che siamo chiamati ad esercitare anche noi.
Semplice ripetizione di una tradizione che stancamente si trascina?
No, si tratta di gesti che continuiamo a ripetere a duemila anni di distanza perché riguardano Gesù Cristo che è "lo stesso ieri, oggi, sempre" (Ebrei 13,8), che è lo stesso salvatore del mondo ("In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini … A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio …" Giovanni 1,4.12).
Alla luce di queste constatazioni S. Guido mi appare allora non un semplice personaggio di altri tempi, ma un anello di una lunga catena, grazie alla quale noi, oggi, possiamo comunicare, in pienezza, con Cristo. S. Guido mi appare come un punto di riferimento importante e sicuro grazie al quale Gesù Cristo è creduto, oggi, ad Acqui e nella Diocesi, come il cuore del mondo.
Per tutto questo ringrazio S. Guido e invito a celebrarne la memoria e a ricordare le realizzazioni del suo zelo pastorale con attenzione e con impegno
Per tutto questo chiedo a lui, vivo nella comunione dei santi in Dio, che ottenga per tutti noi che facciamo parte di quella Chiesa a cui egli pure appartenne e di cui fu pastore, il dono di crescere nella fede e nell'amore per Gesù Cristo, e il dono di continuare ad annunciare e a testimoniare con fiducia e coerenza in un mondo che cambia questa verità: Gesù Cristo è l'unica via che la persona umana ha da seguire per trovare senso pieno alla propria esistenza".

+ Pier Giorgio Micchiardi - Vescovo di Acqui

Le parole di mons. Teresio Gaino

"San Guido a mille anni dalla nascita"
"Tra i Santi e Beati della diocesi acquese un posto di rilievo merita Guido, Vescovo, Conte, Patrono della diocesi e della città di Acqui (Aquae statiellae), antichissima sede episcopale da San Maggiorino (IV secolo) sino ad oggi.
Non è certa la data di nascita di Guido, o Uido come si firma nell'unico autografo pervenutoci.
È certo il luogo: il Castello di Melazzo.
Gli storici ritengono accettabile, anche se non documentata, l'assegnazione dell'anno 1004, fatta per la prima volta dal Vescovo Felice Crova, nella sua biografia in italiano del santo verso il 1640.
Guido, rimasto orfano dei genitori in tenera età (puerulus), si recò a Bologna per gli studi e fu a contatto con un fervido ambiente culturale, che T. Gaino ( Il Vescovo Guido in Acqui medievale, p.64) così riassume: "un decennio trascorso in una città in cui prorompe una rinascita culturale, artistica ed ecclesiale, un decennio che porta un riassetto globale alla vita della Chiesa locale, alla formazione del clero, alla preghiera liturgica, alla formazione della "Schola Cantorum", un decennio che dona alla Chiesa bolognese la dignitosa Cattedrale di San Pietro..." ha certamente inciso in maniera forte sulla giovane personalità del Santo".
Il giovane Guido giunge a Bologna verso il 1019 - 1020 all'età di 15-16 anni circa.
Il biografo Lorenzo Calceato laconicamente dichiara che si propose di apprendere le arti liberali. Desiderosi di approfondire questa nota, che intende riassumere il decennio trascorso dal giovane conte nella città di Bologna, ci siamo recati nel 1976 presso quella sede allo scopo di avere qualche sprazzo di luce.
I documenti riguardanti quegli anni che costituiscono i prodromi dell'Università sono rari. Non mancano però chiare tracce. Per il nostro scopo due fonti ci offrono indicazioni precise e valide:
- Un codice composto a Bologna per la comunità diocesana negli anni vissuti da Guido in quella città. Oggi è conservato nella Biblioteca Angelica di Roma col n. 123 di catalogo: di qui il nome di ''Angelica 123''. Ci fu possibile consultarlo ed ottenerne copie fotografiche per le facciate più interessanti.
- Le conclusioni dei più recenti studi archeologici ed architettonici della Cattedrale bolognese di San Pietro.
Il codice ''Angelica 123'' è prezioso per il nostro intento perché illumina l'attività della chiesa bolognese nei primi anni del secolo XI e permette una verifica dei programmi di studio nell'ambito delle sette arti liberali. Il codice lascia intravedere il forte risveglio degli studi bolognesi che, pur restando ancorati ai sistemi medioevali, sono decisamente orientati verso una nuova era, quella della grande università. È un'occasione per sorprendere in un testimone autentico e qualificato il dispiegarsi di quella Bologna religioso-culturale del secolo XI". Attesta che negli anni di Guido studente Bologna fu una fucina di studi e di fervore di rinnovamento. Anno di intensa attività per Bologna il 1019! La Cattedrale era in cantiere e, forse già funzionante nel 1028 o pochi anni dopo. Ne sono conferma le prove archeologiche e il fatto che i problemi che si riflettono successivamente nei documenti ufficiali sono ormai quelli dell'organizzazione del capitolo, della scuola, della vita canonica negli edifìci annessi alla Cattedrale''.
Siamo nella zona d'influenza dell'abbazia di Pomposa dove risiede il monaco Guido d'Arezzo, l'inventore della scala musicale, e dove l'abate Guido di Ravenna è impegnato nella riforma ecclesiastica.
Guido, studente in Bologna non ha solo maturato la propria formazione, giunto in patria s'impone all'ammirazione dei suoi per un'alta carica di umanità e per la preparazione culturale raggiunta nello studentato di Bologna. Si distingue nel rapporto coi dipendenti per disponibilità e competenza. Viene ben presto invitato al Sacerdozio dal vescovo Dudone di cui sarà successore. San Guido. Vescovo di Acqui dal 1034 realizzò nella diocesi acquese molte iniziative pastorali, parecchie di queste trovano già abbozzo negli anni giovanili di formazione: Guido le aveva già vissute netta realtà bolognese.
La costruzione della Cattedrale, le scuole monastiche ed episcopali, la riorganizzazione della vita diocesana, l'impulso dato al canto liturgico, la nuova fioritura delle Pievi rurali sono solo alcune delle realtà in cui Guido profuse se stesso, senza tralasciare lo studio della Parola di Dio e la preghiera e pur avendo una saIute malferma (maximam capitis infirmitatem - maximam corporis infirmitatem)
Provvede allo sviluppo del servizio liturgico come attestano i Dittici della Cattedrale ''Guido Vescovo stabilì che gli addetti al culto ed al servizio liturgico cantassero devotamente''.
Nell'opera di riorganizzazione della Diocesi non poteva mancare una particolare attenzione all'insegnamento ed alla promozione del canto e della musica. Non è facile per noi comprendere in profondità la forza e l'importanza di questa notizia riferita in forma concisa dai Dittici.
Perché la sua opera di riformatore giungesse a tutta la vasta Diocesi acquese e perché la Parola del Vangelo pervenisse a tutta la popolazione diede un forte impulso alle pievi rurali.
Il vescovo Guido chiede sempre la collaborazione di tutto il popolo di Dio: chierici e laici. Nelle decisioni più solenni esige la presenza di molti rappresentanti delle varie categorie ''perché questo decreto rimanga stabile e immutato, lo sottoscriviamo insieme ai nostri chierici e laici". Con tale dichiarazione solenne conclude tutti gli atti più rilevanti. Guido dà incremento alle opere già esistenti, ne promuove lo sviluppo; le due comunità maschili in cui si studia, si lavora e si prega sono ormai pienamente attive.
Una grave malattia viene a bloccare l'attività pastorale di Guido: il biografo attesta che era una malattia gravissima, che faceva presagire la morte ''de vita desperans''. Dopo qualche tempo ritorna in salute e si accinge a compiere le due opere più rilevanti del suo episcopato.
Sono due momenti particolarmente significativi il 1057 quando redige l'atto di fondazione del monastero di S. Maria dei Campi e il 1067 - 11 novembre - quando procede alla dedicazione della Cattedrale.
Con piena soddisfazione del vescovo Guido arriva il momento in cui può mettere per scritto il documento di erezione del monastero di S. Maria (1057).
Istituire oasi di vita contemplativa fu sempre un suo vivo desiderio. Negli anni di formazione aveva conosciuto e avvicinato uomini di eccezionale statura morale e spirituale come Gualberto di Vallombrosa e forse Romualdo dì Camaldoli, oltre i già citati Guido di Pomposa e Guido di Arezzo.
Un'altra grande impresa di Guido è la costruzione della Cattedrale.
A Bologna era stato spettatore e testimone di ''tutto un risveglio di opere... per la Cattedrale''. In tutta l'Europa c'era una gara per erigere edifici sontuosi in ogni centro Diocesi. Ricordiamo la testimonianza di Rodolfo il Glabro. In Acqui all'inizio del secondo millennio il vescovo Primo aveva edificato la chiesa episcopale, ma era insufficiente ed inadeguata alla solennità del culto. Perché non realizzare ciò di cui fu attento testimone nella città dei suoi studi? I beni ereditati dal padre, che ancora gli restavano, non potevano essere impiegati per un'opera di tanta importanza a servizio della comunità di cui era il pastore?
L'undici novembre 1067 fu un giorno particolarmente solenne per la città e Diocesi. Il vescovo Guido ormai sessantatreenne assistito dai vescovi Pietro di Tortona e Alberto di Genova, circondato dall'affetto e dalla stima del suo popolo in un rito solenne inaugura la Cattedrale.
Ci pare che completi il discorso sull'opera del vescovo, aver donato liberamente e per sempre tutto il suo patrimonio alla Diocesi di Acqui: e questo per rendere gloria e lode a Dio e alla sua Madre per ricordare i genitori, per essere di aiuto ai successori e per i poveri".

Mons. Teresio Gaino

"San Guido vescovo e patrono di Acqui" di Geo Pistarino

La vita di San Guido, vescovo e patrono d'Acqui, si svolge in un periodo centrale della storia d'Italia e d'Europa, quando con l'anno mille si è concluso l'alto medioevo, che ha visto la fine dell'Impero Romano nel 476 con la deposizione di Romolo Augusto Pio Felice, Augusto imperatore (detto poi "Romolo Augustolo" sia per distinguerlo dall'antico sia per la sua giovane età di 16 anni), per opera di Flavio Odovacar (Odoacre): un germano, comandante delle truppe germaniche, che allora costituivano quasi per intero l'esercito romano in Italia. Ed a Magonza nel novembre dell'887 venne deposto Carlo III il Grosso, ultimo sovrano del Sacro Romano Impero, costituito da Carlomagno nel giorno di Natale dell'anno 800 con la conquista e l'annessione di tutta la Germania orientale, rimasta fino ad allora estranea al mondo romano-cristiano.
L'incoronazione di Carlomagno per mano di papa Leone III, nel Natale dell'800, significava, per il pontefice, l'unificazione dei due poteri, religioso e politico, nella Chiesa fondata da Cristo, mentre per Carlo era attivo il concetto che, fermo restando il papa quale capo spirituale della Chiesa, il re doveva esserne, egli solo, il difensore, con intervento anche nelle questioni ecclesiastiche.
Nella Dieta (assemblea legislativa dei grandi dell'Impero) di Magonza dell'887 la deposizione di Carlo III il Grosso pose dunque fine al Sacrum Imperium carolingio, la cui corona, dapprima contesa fra grandi feudatari tedeschi ed italiani, passò infine, dopo complesse vicende, ad Ottone I di Sassonia, incoronato in Roma imperatore dal papa Giovanni XII il 2 febbraio 962. Alla casa di Sassonia subentrò nel 1024 la casa di Franconia. Ma l'Europa centro-occidentale restò divisa nelle grandi aree geografiche dei futuri Stati-nazione (Spagna, Francia, Isole Britanniche, Germania), mentre la restante Europa centro-orientale rimaneva in potere dell'Impero Romano d'Oriente (insorto nel 286 per divisione dell'Impero Romano fra due governanti, a Roma ed a Costantinopoli, per opera dell'imperatore Diocleziano).
L'Impero Romano d'Oriente, che sotto il nome di Impero Bizantino si venne gradualmente grecizzando e separando da Roma, anche sul piano religioso nello scisma del 1054, donde ha tratto origine la Chiesa greco-ortodossa, resse all'urto dei popoli slavi, pagani, che passarono al cristianesimo, poi degli Arabi musulmani, infine dei Turchi, neofiti islamici, che vi hanno posto fine nel 1453 con la conquista di Costantinopoli per opera del sultano Maometto II.
A differenza delle altre maggiori nazioni d'Europa, l'Italia non si organizzò in uno o più Stati nazionali di una certa ampiezza. La conquista longobarda del 568 pose fine alla sua unità, che essa ha recuperato soltanto il 17 marzo 1861 con la proclamazione del regno sabaudo. Il Mezzogiorno, la Sicilia e la Sardegna restarono a lungo sotto il governo bizantino per lo più nominale, mentre i Longobardi organizzarono in regno la nostra area nord-occidentale (l'area nord-orientale, rimasta bizantina, diede luogo alla Repubblica di Venezia) e parte del centro-sud con i ducati di Spoleto e di Benevento, rimanendo a lungo il resto del territorio meridionale sotto il governo nominale bizantino con i ducati di Napoli e di Gaeta, con la Repubblica di Amalfi, e con altre formazioni politiche, anche musulmane come a Bari ed altrove, fino al sopraggiungere, unificatore, dei conquistatori Normanni nel corso del secolo XI.
La Sicilia bizantina nel secolo IX fu occupata dagli Arabi che, passati all'islamismo nel 622 con Maometto, nel corso del secolo VII e del secolo VIII fecero del Mediterraneo un lago musulmano, conquistando tutta l'Africa settentrionale, la massima parte della Spagna e parte della Francia fino a Poitiers, dove essi vennero sconfitti dal Principe dei Franchi, Carlo Martello, nel 733, quando, come dice un cronista, gli Europenses riuscirono vincitori sull'Islam invasore, che cominciò la sua ritirata dall'Europa occidentale, conclusasi totalmente nel 1492 con la fine del Regno moresco di Granata per opera del Regno di Castiglia.
Nel ducato di Roma i pontefici gradualmente sostituirono al governo bizantino il loro governo temporale nella Res publica Sancti Petri (Stato della Chiesa), che con il papa Adriano II (867-872) cominciò a battere propria moneta ed a sostituire l'effige del pontefice a quella dell'imperatore bizantino.
In realtà l'unità nazional-"culturale" della nascente nazione italiana venne mantenuta e favorita dalla Chiesa di Roma, che si sostituì totalmente, nell'Italia del Sud, alla Chiesa greca ed assicurò nel centro-nord la convivenza tra Romani e Longobardi, in quanto la vittoria sui Longobardi, con la conquista italiana di Carlomagno nel 774, importò in Italia soltanto il suo ceto di governo, restando inalterata la configurazione della popolazione preesistente.
Fu questa la situazione nella quale operò, tra vinti Liguri romanizzati ed antichi coloni romani ed i loro antichi vincitori longobardi, il vescovo Guido nella sua diocesi d'Acqui, nel corso di quasi due terzi del secolo XI. È il secolo che segna l'aprirsi del tardo medioevo, in cui la Spagna con la Reconquista si libera dai musulmani, la Germania assume la corona imperiale con la casa di Franconia, poi con quella di Svevia ed infine con gli Asburgo, mentre Costantinopoli tramonta di fronte al Turco.
Nel Papato romano emerge una doppia tendenza: da un lato, con Gregorio V (996-999), Silvestro II (999-1003), Benedetto VIII (1012-1024), Leone IX (1048-1054), Alessandro II (1061-1073) e soprattutto con il grande Gregorio VII (1073-1085) sono coloro che vogliono salvaguardare la Chiesa di Roma nella sua potestà universale; dall'altra, stanno le potenti famiglie romane, come quelle dei Crescenzi e dei Conti di Tuscolo, che intendono fare del papato una propria garanzia di potere politico ed economico: esempio insigne, papa Benedetto IX (1033-1044), più propenso alla vita mondana che al rigore ecclesiastico.
Guido vescovo, discendente di uno dei cavalieri, che nel 921 avevano seguito re Rodolfo II di Borgogna nella spedizione in Italia, appartenente perciò a stirpe franco-burgunda, nato a Melazzo nel 1004 e rimasto orfano di entrambi i genitori in giovane età (conosciamo il nome della madre: Lancea, non quello del padre), dopo un periodo di studi a Bologna, intraprese ad Acqui la vita ecclesiastica e, raggiunto il canonicato, venne eletto dal corpo dei canonici, all'unanimità, vescovo d'Acqui nel 1034, dopo che, alla morte del Vescovo Dudone, la sede era rimasta vacante per oltre un anno.
Si trovò a capo di un episcopato vasto, con la popolazione ancora suddivisa tra una maggioranza di Romani ed una minoranza di Longobardi, i quali, però, antichi vincitori, avevano assunto e ancora mantenevano posizioni di rilievo nell'ambito della città come delle campagne e nello stesso entourage del vescovo. Il quale, non condizionato dalle vicende umane (fu eletto mentre regnava papa Benedetto IX), tenne sempre condotta rettilinea, seguendo attivamente la corrente riformatrice della Chiesa, sostenuta dall'Impero.
Dotato di sentimenti delicatissimi, come risulta dai suoi testi documentari, durante il suo soggiorno a Bologna fu quanto mai sensibile al risveglio culturale e religioso di quella città: eletto vescovo, progettò di attuarlo anche in Acqui. Rigoroso sostenitore della castità nel ceto ecclesiastico, vietò, prima ancora di Gregorio VII, il concubinato ed il matrimonio dei sacerdoti (sul modello della Chiesa greca). Convinto dell'importanza dell'opera del ceto monastico, potenziò al massimo il monastero di San Pietro nell'ambito della città, anche con donazione di suoi beni personali; fondò il monastero di Santa Maria dei Campi, per rispondere alle vocazioni del mondo femminile nella rivalutazione della donna attraverso il culto della Vergine, per meglio organizzare il servizio attivo nella sua Chiesa, per proporre alla città, già al di fuori del sobborgo, una base d'appoggio sulla via per il mare, a favore dei viandanti, dei pellegrini, dei mercanti. Di fronte all'ampiezza della sua diocesi ed alle necessità di darle una coerente struttura, tenne presente e rafforzò l'attività della pieve, lasciandole però una certa autonomia.
Nel governo della città, riconosciuto di pertinenza dell'episcopato acquese dal diploma imperiale di Ottone II di Sassonia del 978, da quello di Ottone III del 996, dal diploma di Enrico II del 1013 e da quelli di Enrico III del 1039 e 1052, volle attuare il binomio, attivo nel suo tempo, di regnum et sacerdotium, proponendosi il governo temporale della città, sotto l'autorità dell'Impero, come una funzione strettamente connessa con l'attività e la disciplina sacerdotale.
La costruzione della cattedrale, già intrapresa dal vescovo Primo II (989-1018), da Guido continuata con profonda modificazione in maggiore maestà, segnò addirittura una nuova, più ricca struttura urbanistica della città episcopale con l'apertura di un nuovo borgo.
Due elementi appaiono soprattutto rilevanti. Dando assai più ampio respiro alla città vescovile, già ristretta su un solo lato del colle della Schiavia, grazie ora all'incremento del Borgo Nuovo, e riaprendo lo spazio della città romana sul fondo valle, oltre il perimetro, raggiunto di recente dallo sviluppo del sobborgo di San Pietro con la fondazione del monastero di Santa Maria, Guido vescovo volle assicurare alla sua città un ordinato vivere sereno, al di sopra delle difficoltà e delle strozzature del sistema feudale, nonostante le avversioni che contro di lui scatenarono i partecipi di quel sistema stesso o anche soltanto parte di mali homines e di cattivi cristiani che il suo operare teneva a freno o metteva al bando. Era per lui, più ancora che una preghiera per il suo futuro ultraterreno, un desiderio di più alta vita per la sua stessa città, secondo il detto del salmista: "Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!". E proprio per questo amore alla sua città, quando intorno al 1055 fu colpito da grave malattia, volle che fosse suo fratello Opizzo, vescovo di Lodi, a sostituirlo con beneplacito imperiale; ma appena possibile ritornò sul solio.
Più ancora. Nel quadro internazionale, italiano ed europeo, Guido vescovo, che nei suoi primi documenti si firma Wido, e nell'ultimo, a noi pervenuto, Guido, dimostra l'insorgere della coscienza italiana nel più ampio quadro della civiltà d'Europa.
"Completò i suoi giorni nel bene, - dice la cronaca - e nella gloria i suoi anni, nell'anno del Signore 1070, il giorno 2 di giugno". "Il suo Santissimo corpo fu posto in un'arca di marmo e collocato con venerazione nella chiesa della beata e gloriosa sempre Vergine Maria, in cui si vede stabilita fino ai giorni nostri la cattedra del vescovo di Acqui".

(prof. Geo Pistarino)

Pubblicato su L'Ancora del 16 novembre 2003

 

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