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Intervista al patrono San Guido
nel millenario della nascita

 
San Guido
San Guido
In occasione del primo millenario della sua nascita, il Patrono della Diocesi, San Guido, ha concesso la sua prima intervista... .
  • Siamo interessati a conoscere le tue origini. Ci puoi raccontare qualcosa su quel tempo tanto lontano e altrettanto difficile da immaginare e scoprire?

I miei antenati erano i "Signori dell'Acquesana", discendevano dai nobili cavalieri venuti in Italia al seguito di Rodolfo II di Borgogna nel 921 e ricevettero dei beni feudali in Acqui e nell'acquese.
I miei genitori erano molto religiosi, oltrechè nobili. La sede da cui amministravano i loro beni era un castello nella diocesi di Acqui, che aveva nome Melazzo: lo avevano ricevuto in dote dall'imperatore.
Ero di fragile costituzione. Rimasi orfano dei genitori e venni cresciuto da un amministratore e da sua moglie, che mi vollero molto bene. E fu lui ad esortarmi a recarmi a Bologna, dove per alcuni anni mi dedicai agli studi con buoni risultati.

  • Quali studi hai seguito a Bologna?

Sono rimasto a Bologna negli anni che vanno dal 1019 al 1029. Era una città molto vivace sia spiritualmente che culturalmente. In quegli anni fervevano i lavori per ampliare e abbellire la cattedrale. Ebbi non solo maestri nel 'trivio' e nel 'quadrivio' [la cultura era ordinata in due corsi: il 'trivio' (grammatica, logica o dialettica, retorica) e il 'quadrivio' (aritmetica, geometria, musica, astronomia o astrologia; nell'astrologia era compresa anche la medicina)], ma pure chi si prendeva a cuore la mia formazione. Tra questi ricordo un abate benedettino. Quegli anni sono stati decisivi per la mia formazione e poco alla volta si tergeva davanti a me la determinazione a vivere fedelmente secondo gli esempi e gli insegnamenti ricevuti da mio padre e da mia madre, che ricordo fedelissima a Dio.
Nella dotta Bologna, inoltre, apprezzai molto l'alacrità della chiesa, cosicché, una volta vescovo, cercai di promuoverla pure in Acqui.

  • A cosa servirono i tuoi studi?

Mi hanno lasciato un forte senso del dovere morale e del rispetto della legge. In quei tempi non vi era molto rispetto delle leggi, il rigore nell'amministrare la giustizia non era di consuetudine. Ebbene, avevo appreso che scrivere un diploma, apporre un sigillo sono funzioni essenziali di governo, perché sigilli e documenti scritti costituiscono gli elementi portanti della società civile, ne rendono possibile l'ordinata convivenza. In quella situazione di diffusa conflittualità, specie tra Romani e Longobardi (in minoranza), era importante precisare per consociare. Direste voi oggi: far crescere il senso civico. Si trattava di riuscire a contemperare nel quadro della legalità la minoranza numerica, ma politicamente imperativa, della parte longobarda e la più antica, culturalmente superiore anche se politicamente inferiore, tradizione romana.
Non era facile governare una siffatta società, scompaginata tra differenze culturali, linguistiche, giuridiche molto profonde, priva del rigore della legge territoriale e imbevuta di diritto personale.
Nella redazione dei testi diplomatici, nell'amministrazione dell'episcopato, della città e della diocesi, portai, secondo il mio ordine mentale ancor più strutturato durante gli studi bolognesi una sistematica regolarità, ben in contraddizione col passato buio dell'alto medioevo.
Talvolta non mi limitavo a formulare il documento da scriversi, ma io stesso vi ponevo mano, come, ad esempio, è accaduto per l'Atto di fondazione di Santa Maria dei Campi.

  • Quale situazione trovasti al rientro nella tua terra?

Mentre ero lontano alcuni prepotenti avevano invaso le mie terre e dopo essere rientrato riuscii con giustizia a riottenerne il possesso. Ma ti voglio raccontare un fatto che mi commosse. Quando giunsi a Melazzo, puoi immaginare quanto fossi stanco. Bussai alla porta della casa del gastaldo. Venni accolto da sua moglie come un semplice pellegrino. Non mi aveva riconosciuto. Come era solita fare con chi giungeva a casa sua dopo una lunga camminata, mi lavò i piedi, notò la cicatrice che fin da piccolo avevo sulla tibia, allora mi riconobbe e fece festa. Per me fu una grande lezione di accoglienza e di servizio verso gli sconosciuti. Quella donna mi riconobbe 'suo signore,' mentre compiva l'umile servizio della lavanda dei piedi ad un foresto qualunque!

  • Come è iniziata la tua 'avventura' ecclesiastica?

Fu il Vescovo di Acqui a chiamarmi al sacerdozio, perché aveva avute buone notizie su di me.
Dopo la scomparsa del vescovo Dudone (1033), i canonici della chiesa di Acqui, mi elessero vescovo. Faticai non poco ad accettare questo ufficio. Assunsi la cattedra episcopale quando ebbi compiuto i trent'anni, l'età allora prevista per tale incarico. Ciò avvenne nel 1034. Gli storici ricordano che era la domenica 17 marzo.

  • Anche a quel tempo non sarà stato tutto rose e fiori. Quali grosse difficoltà ricordi di avere incontrato?

Era una società plurietnica data dalla plurisecolare penetrazione delle tribù germaniche, che erano portatrici di correnti e mozioni individualistiche. La coscienza collettiva era poca e sostenuta dal ceto ecclesiastico che doveva fronteggiare all'esterno il paganesimo naturalistico e all'interno scismi ed eresie.
La società civica era contraddistinta dalla divisione tra Romani e Longobardi, dove i secondi, seppure numericamente inferiori, detenevano posizioni di rilevanza sociale ed operativa ed erano presenti nel mio entourage, nel corpo dei canonici… Ed io di stirpe franco-burgunda operai per la conciliazione delle parti.
Oltre a queste non lievi difficoltà esterne a farmi soffrire vi era il mio stato di salute. Da giovane avevo patito l'emicrania, negli anni 1052-1056 caddi gravemente malato. Dovetti lasciare il governo della diocesi nelle mani fidate di mio fratello Opizzone, vescovo di Lodi.

  • Quale è stato il tuo modello di governo episcopale?

Tenevo il governo politico-amministrativo della città d'Acqui cercando di 'fare' dal punto di vista etico secondo il Vangelo e salvaguardando la lealtà verso gli 'imperatori Romani'. Mi sono stati attribuiti diversi miracoli, ma di questo preferisco non parlare, non volendo dar corda a chi abbina con faciloneria il tempo in cui vissi con la superficialità e la magia. Piuttosto ricordo alcuni interventi di liberazione che conseguì col mio interessamento. Allora era diffuso lo stato di guerra e di violenza e una volta, un certo Monfredo venne preso prigioniero di guerra presso Nizza M.to, così come un altro venne messo in catene a Visone. Non avevano di che pagare il riscatto per tornare liberi. Mi interessai dei loro casi, sì che poterono tornare alle loro famiglie.
La popolazione era in crescita, la produzione agraria, artigianale e commerciale aumentava, ma i poveri rimanevano ed erano la gran parte della popolazione. Le tensioni sociali s'accrescevano. Il sistema feudale era messo in crisi. Non poche erano le rivendicazioni e le usurpazioni di diritti e privilegi, onde diminuire il grande distacco tra i diversi ceti sociali. Come ho già ricordato andavo cercando di operare per la composizione delle diverse parti.

  • Quale era la situazione della Chiesa allora?

Cominciai a svolgere il ministero episcopale in un momento critico della Chiesa di Roma. Nel 1033 venne eletto Benedetto IX [che non tenne una condotta degna del posto occupato, n.d.r.]. Nel 1045 sul solio papale salì l'antipapa Silvestro III che con Gregorio VI si contendevano la cattedra pontificia. Nel 1046 venne eletto Clemente II. Cominciava così la serie dei papi riformatori: dapprincipio tutti tedeschi (Clemente II, Damaso II, Leone IX, Nicolò II) in sostituzione di quelli espressi dalla nobiltà romana. Fu Nicolò II a decretare che il pontefice doveva essere eletto dai cardinali, col successivo consenso del clero e del popolo, svincolando l'elezione alla subordinazione verso le grandi famiglie romane. Il papa tornò italiano con Alessandro II. Sono i papi che ressero la Chiesa durante il mio episcopato. Verso di essi fui molto leale. Ci sono alcuni che hanno ricordato come durante il Concilio che si tenne a Mantova nel 1064 difesi strenuamente Alessandro II. Condividevo e mi impegnavo a prolungare il loro ideale di riforma nella diocesi di Acqui. Essi volevano combattere la simonia, il concubinato. Fu mia preoccupazione promuovere la vita comune del clero, chiedendo che venisse alimentata dalla preghiera comunitaria delle Ore. Diedi queste indicazioni per migliorare la preghiera, modellandola sulla regola benedettina.

  • Come era la presenza della Chiesa in Acqui a quel tempo?

Tra il 991 ed il 1020, la diocesi di Acqui si era costellata di monasteri che rispondevano alla necessità di una ripresa economica e sociale nelle zone devastate e spopolate dalle incursioni saraceniche. Per citare i più importanti ricordo San Quintino di Spigno (991), Santa Giulia in Monastero (sec. X), San Pietro in Acqui (1024), Santa Giustina in Sezzadio (1030). Ed io mi impegnai nel sostenere queste cellule di cristianità, inserite nel lacerato tessuto sociale, bisognoso di contemperarsi e umanizzarsi.

  • Si racconta del vescovo Guido quale grande costruttore di nuove chiese. Che ne dici?

Volli che la nuova cattedrale di Acqui venisse edificata in onore della Madonna. Il nuovo tempio, situato sul colle della Schiavia, venne consacrato il 13 novembre del 1067: prendeva così poco alla volta consistenza il mio progetto di dotare la città di nuovi centri di culto e propulsori dell'evangelizzazione. Nel 1041 avevo provveduto al potenziamento del monastero di S. Pietro, che si trovava nel sobborgo della città e nel 1057 attesi alla fondazione del monastero femminile di S. Maria dei Campi, alle porte di Acqui.
Al sorgere del secondo millennio la bonifica e la colonizzazione delle terre si diffondeva e sorgevano molti piccoli insediamenti. Di essi mi presi cura organizzando il sistema delle pievi e concedendo ai richiedenti di edificare chiese sui loro propri fondi.
Nel 1065 volli donare alla diocesi di Acqui, confidando appieno nella remunerazione divina, buona parte del mio patrimonio terriero: la quarta parte di Melazzo; Cartosio, Castelletto, Bistagno, Strevi, Orsara e la quarta parte di Alice. In precedenza avevo fatto altre cospicue donazioni dal mio patrimonio e diversi signori seguirono il mio esempio.

  • Puoi dirci qualcosa sui tuoi primi anni di vita?

"Perché lasciare gli 'storici' senza lavoro? Perché privarsi delle loro gustose congetture? Quello che conta della mia vita lo conoscete. Se è vero che gli alberi si riconoscono dai frutti pensate -in questo anno dedicato dalla Chiesa particolare di Acqui alla famiglia- quanto ha prodotto di bene in me l'educazione ricevuta. D'altra parte anche di Gesù si sa ben poco sui suoi primi trent'anni di vita, se non che 'andava crescendo' la sua formazione umana, grazie all'educazione che gli veniva impartita".

  • Ci pare di avere trattenuto a lungo il vescovo Guido. Dobbiamo volgere alla conclusione e gli poniamo l'ultima domanda, quella che ci sta più a cuore: "Quale messaggio vorresti lanciare oggi alla tua Diocesi?".

"Ripeterei quello che è contenuto nei miei scritti, non a caso sopravvissuti. Considerateli come mio 'testamento spirituale'".

Ci congediamo da Guido e cominciamo a leggere le sue pagine alla ricerca del 'tesoro' a cui ci ha rimandato. Nell'Atto di fondazione del monastero di S. Maria dei Campi si legge: "[…] ricordando assiduamente la parola divina secondo il salmista: 'il mio bene è stare vicino a Dio' (Sal 72,28) e memori inoltre delle parole del Vangelo: 'Quanti fecero il bene andranno alla vita eterna" (Gv 5,29) [poniamoci ad agire] se poi non riusciremo a completare l'opera intrapresa, giovi almeno l'averla nell'insieme predisposta, secondo il detto del beato pontefice Gregorio: 'Ci sia in noi la volontà di compiere le opere buone, il portarle poi a termine dipende dall'aiuto di Dio'"
Che siano queste parole di speranza e di sprone quelle che l'anniversariato voleva raccomandarci?

I dati storici utilizzati in questo scritto sono stati reperiti nello studio del Ch.mo Prof. Geo Pistarino, Biografia di San Guido, vescovo e patrono d'Acqui, nella storia della Chiesa sul vertice del Medioevo (sec. IX-XI), in Teresio Gaino, Il Vescovo Guido in Acqui medioevale, pp. 231-344, Acqui Terme 2003. Ufficio catechistico diocesano

Pubblicato su L'Ancora del 1° febbraio 2004

 

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