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In mostra il mosaico pavimentale dei tempi di San Guido

Acqui città dei mosaici

 
Mosaico cattedrale di Acqui
Mosaico cattedrale di Acqui
Sopra due particolari del mosaico acquese, sotto l'impressionante somiglianza con alcuni particolari del fregio e dei volatili raffigurati nella cattedrale di Novara.
Mosaico cattedrale di Novara
Mosaico cattedrale di Novara
Acqui Terme. La città nata dalle acque. Delle Terme e delle fontane. Della Bormida, ovviamente. O del vino. La perla del Monferrato. La città che si identifica negli archi dell'acquedotto romano. O con la Bollente.
Quante definizioni per la nostra città.
Dal 26 giugno Acqui diventa anche la città dei mosaici. E se l'esposizione della testimonianza musiva che si lega alla costruzione della primitiva cattedrale (l duomo di S.Guido. Il mosaico medioevale: allestimento presso la Chiesa di S. Caterina, prospiciente la zona absidale del Duomo, 26 giugno) è l'indubbio eccezionale motivo di attrazione, non si devono però trascurare ulteriori localizzazioni.
Sono infatti molte (e insospettabilmente ricche) le testimonianze acquesi dell'antica arte delle tessere.

Ubi Aquae calidae sunt

Si comincia, come è ovvio, dalla romanità. Tutti gli acquesi conoscono (perché esposto sotto i Portici Saracco) il mosaico di marmo bianco, con fascia nera e iscrizione ugualmente scura, scoperto in piazza Bollente nel luglio 1898. Fu il Marchese Vittorio Scati, Regio Ispettore dei monumenti pel Circondario d'Acqui, a seguire questi lavori con la supervisione di Alfredo d'Andrade, ipotizzando una lunghezza di oltre 7 metri del locale pavimentato, ritrovato alla profondità di 2 metri e mezzo sotto il piano di calpestio della piazza. E fu sempre lo Scati a proporre di sciogliere come segue l'iscrizione, così integrandola: L[ucius] Ulattius P[ubli] f[ilus] L[ucius] Valeriu[s]… d[ecreto] d[ecurionum] cameras pavimenta tect[a fecerunt]; L[ucius] Valerius M[arci] f[ilius] cu[ra]tor pro[bavit]. Una formula abbastanza comune, che indica le responsabilità "costruttive" di due personaggi (al primo l'onere della coordinazione dei lavori, al secondo il collaudo) che con ogni probabilità sono da ascrivere alle magistrature cittadine, il che induce ad inserire l'opera musiva all'interno di un edificio pubblico, facile pensare a un bagno termale.
Sempre nella Piazza della Bollente, ma nel 1988, un nuovo ritrovamento con fregio a "cane corrente", di tradizione tardo ellenistica, che ha un singolare andamento circolare, forse per racchiudere la bocca della fonte (per questo frammento di mosaico rimangono però solo fotografie e rilievi).
Altre testimonianze romane erano però già state scoperte nel lontano 1836 in Piazza Addolorata, sotto Palazzo Roberti (tessere nere in campo bianco dicono del benefattore M[arcus] Octavius Optatus, che d[e] s[uo] d[edit]: il mosaico, strappato, si può ammirare al museo civico), e poi nel 1911, in via Carducci, quando si scavarono le fondamenta del Palazzo Ivaldi (fu Carlo Chiaborelli, uno delle più prolifiche "penne acquesi" tra fine XIX e inizio XX secolo a seguire questo ritrovamento).
Ed è un peccato che ci rimanga solo la documentazione fotografica di una trama a losanghe nere in campo bianco, disposte a stelle di otto punte, interrotte da quadrati con motivi decorativi (si riconosce anche una croce uncinata), il tutto incorniciato da una fascia marginale a triangoli sovrapposti bianchi su fondo nero, che dovrebbe datarsi al I-II sec. d.C.
Nulla è rimasto, invece, di un altro mosaico rinvenuto nel 1963, in via Mazzini, che presentava figure allegoriche a tessere rosse su fondo bianco.

Ai tempi di Guido

"Un caronte etrusco, un arciere che colpisce un cammello guidato da uno che impugna una lancia a difesa di un orribile drago": è questa la lettura che Oliviero Iozzi propose nel 1895, in una dissertazione presentata davanti alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia, ricorrendo il cinquantenario della scoperta.
Ma - tra le "figure" maggiori - si può notare anche un uomo con cornucopia sulla spalla (o è una faretra?) che regge fiori di papavero, mentre nei riquadri del fregio sottostante - che è poi una "greca" - si identificano un pesce, un cervo, un drago, e una figura supina. Un icaro in volo e due uccelli compaiono in un secondo frammento, in cui si inneggia a Guido.
Ecco "il famoso mosaico d'Acqui" (così il Barone Antonio Manno, nel 1888, nella sua Bibliografia Storica degli Stati della Monarchia di Savoia) che gli acquesi potranno contemplare a partire da sabato 26 giugno.
Sarebbe interessante chiedersi quanto la tradizione "romana" della nostra città abbia potuto influenzare la nuova realizzazione dell'XI secolo. E tale domanda implicitamente se la posero anche Carlo Promis, Vincenzo Promis (che inserì il suo saggio sul mosaico acquese in un'opera stampata a Berlino nel 1877 in onore di Theodor Mommsen, per il 60 compleanno del paleografo cui si devono il Corpus Inscriptionum Latinarum, i Monumenta Germaniae Historica, e che poi conseguì il Nobel nel 1902) e il Cav. Giovanni Vico a metà Ottocento, che datarono una sezione musiva addirittura al III secolo d.C. E, anche Giacinto Lavezzari, nella sua Storia d'Acqui (1878) dà credito all'acquese Vico, "egregio nostro concittadino" (che dal vero, con matite a carta lucida, produsse tutte le tavole oggi conservate presso la Biblioteca Reale di Torino) e alla sua ipotesi "che pria dell'era cristiana, al posto ora occupato dal Duomo, sorgesse un tempio pagano dedicato a Mercurio".
Romano (ma già dal 1909 gli studiosi scartano questa datazione) o "romanico", il mosaico sembra tacere molte delle sue verità. Il che sembra poter assimilarlo a due realizzazioni non lontane nel tempo e nello spazio.
1030, Santa Giustina di Sezzadio: data cronica e data topica conducono al mosaico della cripta, in cui si ricorda il Marchese Oberto. E proprio nella sottoscrizione di tale mecenate Francesco Perono Cacciafoco ha identificato recentemente una iscrizione-crittogramma (cfr. L'iscrizione musiva di S. Giustina di Sezzadio ed il quadrato magico, Alessandria, Amministrazione provinciale, 2004).
Perché questo confronto? Là un labirinto di parole, qua, ad Acqui, di simboli che vanno ancora esplicitati.
Ma ancora più interessante è il confronto con il mosaico della Cattedrale di S. Maria, in Novara, datato 1130-1140. L'identità, nel fregio e nella raffigurazione di due volatili che sono prossimi ad una figura geometrica (che ad Acqui racchiude Icaro, a Novara il fiume Phison) suggerisce forse la presenza di uno stesso maestro posatore. Come spiegare allora la distanza di quasi sessanta anni tra le due realizzazioni?
Una soluzione si potrebbe ottenere tanto anticipando le fattura del litostrato novarese, quanto postdatando le tessere acquesi oltre la data 1067, che è legata all'episcopato di Guido. E, a supporto di tale eventualità, può esser utile rammentare come sia prassi comune, per la Chiesa Mediovale, attribuire ad una figura carismatica (si veda l'esempio del rapporto tra S. Gregorio Magno e canto cosiddetto gregoriano) realizzazioni posteriori, tali da determinare anche palesi anacronismi.

I mosaici del Conte Ottolenghi e della Pellegrina

Del XX secolo le ultime testimonianze musive acquesi, che al pari delle precedenti, possono sempre entrare nel novero - ristretto - delle opere d'arte.
Merito, ancora una volta, del Conte Arturo Ottolenghi che, terminata la guerra, dotò la Cappella del Ricovero di una decorazione realizzata dalla Scuola del Mosaico Vaticana, sotto la guida del direttore Cassio (la cui bottega è ancor oggi tra le più prestigiose della Città Eterna).
Questi trasferì sulle volte dell'abside e sulla sua parete un soggetto ideato dal sacerdote Virginio Bongioanni.
La figura ieratica del Cristo, che appare con veste candida e regale, ponedo in evidenza il cuore raggiante, abbraccia dalla croce l'umanità. Sull'archivolto due cherubini lo adorano, orando, mentre altri quattro arcangeli rappresentano la sintesi dell'istituzione eucaristica, mentre bianche colombe simboleggianti le anime dei fedeli, si levano in volo.
Ma è nella cripta del Mausoleo di Monterosso che è possibile ammirare le meraviglie del ciclo del Giudizio Universale (ovviamente rispettoso dei canoni spaziali medioevali: destra e sinistra, bene e male si fronteggiano) realizzato cinquant'anni fa da Ferruccio Ferrazzi. Le scene, rese dalle centinaia di migliaia di tessere collocate dalle Scuole del Mosaico del Vaticano (nel 1933) e di Ravenna (dal 1935) su una superficie di oltre 90 metri quadrati, sono ulteriormente valorizzate dalle luci disposte su progetto di Vladimir Todorowsky (Parigi). Ed è un peccato che questo spettacolo (opera davvero colossale, che abbraccia - causa la guerra - vent'anni di lavoro) non possa essere offerto ai turisti presenti nella nostra città.
A questi si può convenientemente segnalare un altro "museo" del Mosaico assai accessibile.
Il Santuario delle Madonna Pellegrina (portato a termine nella primavera 1958) infatti, già nel progetto originario dell'architetto Giuseppe Cento, "non prevede pitture, ma ricchezza di marmi e mosaici".
Con quello che ritrae il Cristo sul Giordano (Battistero), segnaliamo il ciclo preparato dal pittore Dalle Ceste poi collocato dalle maestranze Odorico di Torino nel presbiterio. I soggetti raffigurano il peccato di Eva, la moltiplicazione dei pani, e scene dalla vita e devozioni di Maria (annunciazione, scena del calvario, assunzione, "Maris Stella").
A distanza di quarant'anni dal precedente intervento, nel 1998 una nuova realizzazione musiva (8 metri per 8) è stata ideata dal prof. Luigi Scapini (posa in opera curata dalla GIBO di Verona).
L'immagine del Cristo Pantocratore (cfr. Ezechiele, 10,14) rivela una chiara ispirazione bizantina (ma con tratti chiaramente cattolici: si noti la dolcezza del volto del Cristo, le piaghe sulle mani, la veste semplice); si possono poi notare alla base del trono i simboli degli evangelisti, mentre gli arcangeli Michele e Gabriele e altri dodici cherubini trovano collocazione sulla fascia più esterna.
E, come è puntualmente illustrato sulla Guida al Santuario (alla quale rimandiamo per ulteriori interpretazioni iconologiche), il merito più grande è consistito proprio nel saldare intimamente vecchie e nuove scene in una visione d'insieme che abbina la coerenza alla profondità dei contenuti.

(Giulio Sardi)

Pubblicato su L'Ancora del 27 giugno 2004

Un contributo relativo al mosaico acquese di San Guido curato da Giacomo Rovera
è stato pubblicato su L'Ancora in data 29 luglio 2001.

 

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