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Per il museo diocesano di arte sacra
ritornerà il grande mosaico di san Guido?

 
Acqui Terme. Nel proposito manifestato da mons. Micchiardi di voler costituire nel centro Diocesi il Museo diocesano di arte sacra, proposito che si è concretizzato nelle settimane scorse con la costituzione di un gruppo di studio per i primi passi e progetti, sta prendendo sempre più significato il desiderio di veder ritornare ad Acqui Terme i resti del grande mosaico del presbitero della Cattedrale romanica di San Guido.
Se ne è parlato in varie occasioni e ultimamente in concomitanza del ritorno di numerosi reperti di arte antica, da tempo depositati a Torino, nel Museo civico di archeologia intelligentemente restaurato e riaperto al pubblico nel Castello dei Paleologi, nella parte più alta della città termale.
Chi tra gli anni 1960 e 1980 è stato in visita al Museo civico dei beni archeologici lo ricorda esposto in una sala di Palazzo Madama.
Dal 1988 Palazzo Madama è stato oggetto di un radicale restauro e da alcune settimane è stato anch'esso riaperto al pubblico ma con altre finalità istituzionali.
Il grande mosaico in oggetto si trova ora collocato nei depositi del materiale archeologico regionale a disposizione per eventuale riutilizzo espositivo previo necessario restauro.
Nell'ipotesi del Museo diocesano di arte sacra il mosaico del presbitero della Cattedrale acquese costituisce una componente di unica e insostituibile testimonianza storica.
Per approfondire il discorso abbiamo consultato una voluminosa tesi di ricerca sulle testimonianze archeologiche di Storia romana in Acqui e il suo territorio discussa dalla prof.ssa Maria Grazia Rota, all'esame di laurea in Lettere presso l'Università di Genova, nel '70.
Nel capitolo dedicato ai mosaici sono dedicate sei pagine al mosaico del presbitero della Cattedrale.
"Nell'estate del 1845, - si legge nella tesi - quando il capitolo della Cattedrale di Acqui pose mano ai restauri del presbitero per rifarne il pavimento in marmo, venne scoperto un mosaico, del quale parlarono Carlo Promis, nel suo Giornale delle antichità scoperte in Piemonte dopo il 1836, aggiuntevi quelle inedite, disegnate e descritte da Promis, ispettore dei monumenti di antichità nei Regi Stati, il cav.Vico e Ariodante Fabretti.
Promis osservò, nella estensione del mosaico: "ch'esso copriva il presbiterio, e constava di due distinti pezzi uguali in lunghezza (cioè lungo quanto è largo il presbitero), e quasi uguali in altezza, cioè alti ognuno circa la metà della profondità del presbitero". "I due distinti mosaici - si legge ancora nella tesi - appartengono ad epoche tra loro lontane: due frammenti, come si legge nell'iscrizione, risalgono al secolo XI (e cioè al 1067 quando Guido d'Acquesana costruì la Cattedrale romanica), mentre le altre due parti risalgono ad età più antica, sia per il soggetto che rappresentano, sia per la maniera con cui sono stati realizzati.
Vico e Promis sono concordi nell'assegnare a questi ultimi la fine del II secolo: Promis li farebbe risalire sino ai primi tempi del III secolo e Vico all'età dell'imperatore Adriano, quando si introdusse a Roma l'imitazione dello stile vetusto.
Fabretti li ricondurrebbe sin oltre la metà del III secolo.
La differenza d'età dei due mosaici si rivela anche da una osservazione di Vico: il mastice che unisce le tessere era assai più tenace e compatto nei due frammenti più antichi, di quello che nei secondi, nei quali era tanto debole e sottile che, nello smuoverli, si spostavano i dadi all'estremità.
Nel maggior frammento più antico apre la scena, a sinistra, un uomo che sorregge un vaso con un fiore di papavero ed appoggia alla spalla la cornucopia; gli sta dietro un albero e dinanzi una barca con la indicazione di una vela; l'indicazione della barca a vela non trova riscontro in Weerth, che, al suo posto, vede una pantera o un leone morto.
Continuando la descrizione per Fabretti troviamo un genio alato, imitazione del Caronte etrusco, che si affretta nell'incedere a destra , rivolge il capo all'indietro in atto di invito, alla figura prima descritta, di continuare il cammino.
Segue una figura faretrata che ha lanciato un dardo, conficcato nella gobba di un cammello, condotto da un uomo vestito da una stretta tunica ed armato di asta nella mano sinistra, contro al quale si presenta un drago a grandi ali e con la bocca aperta.
Chiude la scena in basso una cornice divisa in due fasce, l'una a dentelli e l'altra a fregio greco, nei cui vani si osservano una figura virile, un gallo, un pesce e un drago".
Il reperto archeologico è di straordinaria importanza perché da una parte ci fa vedere una testimonianza significativa della Cattedrale di San Guido così come egli l'ha voluta e realizzata; nel contempo, inserendo un'ampia parte di un mosaico più antico di ottocento anni, San Guido non soltanto ha inteso valorizzare un'opera di grande importanza archeologica e artistica preesistente sul luogo, ma quasi rivalorizzare quanto restava di romano nella antica Aquae Statiellae.
La tesi ricorda ancora che il cav. Vico ha fatto l'ipotesi che la parte più antica del mosaico risalirebbe ad un tempio di Mercurio, forse il maggiore tempio della città romana, quello stesso che poi nel III secolo dell'era cristiana venne utilizzato per il nuovo culto dei discepoli di Cristo che ad Acqui già si stavano costituendo in Chiesa locale con Vescovo residente.
Se e quando il Museo diocesano di arte sacra potrà essere realizzato nella nostra città e potrà esporre le testimonianze più significative del cammino diocesano di evangelizzazione attraverso l'arte locale dei luoghi di culto, questo reperto archeologico da una parte testimonierà la grandezza della civiltà romana della nostra terra e dall'altra l'intelligente evoluzione dalla pratica religiosa pagana alla nuova fede cristiana.

Giacomo Rovera

Pubblicato su l'Ancora del 29 luglio 2001

 

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