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L'organizzazione ecclesiastica nel tempo di San Guido
Antichità ed istituzioni nel secolo XI
Acqui Terme. "San Guido, dunque, partecipò attivamente al movimento di Riforma della Chiesa, secondo un programma che si svolgeva in piena collaborazione con l'imperatore, al quale era legato come molti altri vescovi della Langobardia, per l'esercizio della giurisdizione temporale": da questa frase, suggello al saggio S. Guido, un vescovo e una città durante la Riforma, che Romeo Pavoni elaborò per il convegno del 1995, si può convenientemente cominciare per proporre qualche pensiero dopo la conclusione delle due giornate destinate allo studio della Organizzazione ecclesiastica nel tempo di S. Guido. Istituzioni e territorio nel secolo XI (Sala conferenze del Seminario, 17 e 18 settembre 2004).
In effetti, molti dei contributi di quel primo convegno (Francesco Panero si dedicò al consolidamento della proprietà ecclesiastica; Angelo Arata ai monasteri; Luigi Provero esaminò la realtà dei distretti e dei poteri comitali; Maria Celeste Meoli e Sara Negarville considerarono le pievi; Aldo A. Settia il rapporto con gli Aleramici) vengono a costituire il primo elemento (che la recente pubblicazione degli atti rende largamente fruibile) di un dittico che ha trovato nel settembre 2004 il necessario completamento. Non è compito de "L'Ancora" fornire un resoconto capillare degli interventi, complessi e articolati (il che richiederebbe più pagine; e non avrebbe senso ridurre ognuno a poche righe). Proveremo a cogliere qua e là qualche suggestione, scusandoci sin d'ora con i relatori che non citeremo, e soffermandoci in particolare su quei contributi che, in apertura e in conclusione, hanno indicato la cifra complessiva dei confronti.
Nel labirinto dei poteri
Così, il prof. Giuseppe Sergi - rilevato il passaggio dell'approfondimento scientifico da una forte concentrazione locale (Il tempo di S. Guido, studi nel 1995, come già ricordato) ad un tema generale, che si allarga ad Italia centro settentrionale e Francia meridionale - ha sottolineato, prendendo avvio dalle ultime iniziative di ricerca prodotte dal territorio, la valenza della cosiddetta storia locale (pur nei limiti che ad essa vengono dalle difficoltà nell'aggiornamento dei metodi) che "molto ha da insegnare" (testuale) - si pensi al reperimento delle fonti, alla toponomastica - alla medievistica professionale. Quindi, proposta l'idea di una Riforma da intendere come progetto e non come rimedio, Sergi ha poi scandito in sottotemi l'oggetto del discorso organizzazione ecclesiastica: il problema del reclutamento e della provenienza dei vescovi, il rapporto tra ruolo temporale e spirituale (ribadendo i limiti con cui è da intendere l'accezione vescovo-conte), osservando il ruolo dei Pastori nei confronti del primo Comune (con un vescovo che arretra poi di qualche posizione, ma che conserva ruolo carismatico, clientele vassallatiche e immunità), e delle relazioni del mondo monastico con la cattedra vescovile. E proprio a questo tema ha rivolto la sua attenzione Cristina Sereno, che prendendo in considerazione comparativamente i casi delle diocesi di Acqui, Torino, Asti, Ivrea, monitorando fondazioni laiche e vescovili (che si traducono in chiare attestazioni temporali) ha mostrato nella eterogeneità delle situazioni il vero filo conduttore: nell'XI secolo in alcuni territori (Asti) il dominio episcopale è incontrastato; in altri (Ivrea) viene fortemente limitato dai laici; nella diocesi di Torino sono tre le "chiese" (quella episcopale, quella marchionale, e quella rappresentata dai poteri antichi della Novalesa e di S. Michele della Chiusa); in quella di Acqui Aleramici e religiosi rafforzano le proprie posizioni senza particolari interferenze. Dunque, la difficoltà più grande appare quella di dirimere la matassa del groviglio dei diritti e dei doveri, in un intrico che sembra essere complicato sia "dall'alto" che dal basso. Guardando al di là della regione subalpina, il contributo di Florian Mazel ha offerto l'esempio di Arles, capace di imporre una vera e propria egemonia episcopale che oltrepassa i confini della diocesi e si irraggia in tutta la regione provenzale (almeno sino ai tempi di Gregorio VII). Guardando alle valli cuneesi (controllate dalla Chiesa torinese) si giunge, per converso (la relazione è quella di Giampero Casiraghi) alla identificazione di una nuova figura, quella dell'arcidiacono, in grado di esercitare diritti simili al suo superiore, ma anche di entrare con lui in collisione.
Le pagine delle fonti materiali
Come già accadde nel convegno del 1995, ai contributi della medievistica (negli indirizzi che si devono ai fondamentali studi di Giovanni Tabacco) si sono affiancati quelli dell'archeologia. Insomma accanto alle fonti scritte (che vanno pazientemente interrogate, per scoprire quanto, in effetti, risultino veritiere: Mauro Ronzani, citando il caso della Tuscia, ha ricordato l' "ottica di parte" delle "belle" fonti vallombrosane; identicamente capita a Genova con la Cronaca del Caffaro), va computata l'evidenza di quelle testimonianze materiali, che pure dispiegano altrettanti interrogativi. Se nel 1993 era stata la cattedrale acquese oggetto di scandaglio, in questa occasione è stato il palazzo vescovile genovese (promosso da vescovi imperiali, in presenza di una curia locale filoromana) a sollecitare l'interesse di Aurora Cagnana e di Stefano Roascio, cui si deve una investigazione sui rinvenimenti di Collina di Castello (dongione) e del chiostro dei Canonici di S. Lorenzo (palatium). Questi hanno permesso di identificare proprio nell'XI secolo una fase edilizia che presuppone massicci investimenti. È soprattutto il monumentale palacium, in posizione strategica, in corrispondenza di una porta; tutto costruito con pietra di cava, spianando il preesistente, tanto simile a quelli di Parigi, Beauvais, Senlis, Eger etc. anche per tipologia - con un piano terreno riservato all'esercizio di affari pubblici, di cui sono indizio proprio gli strumenti rogati dai notai; e uno superiore privato - ha fatto ipotizzare una qualche partecipazione diretta dell'imperatore all'impresa.
Dopo le conclusioni di Paola Guglielmotti, di ordine contenutistico (la disomogeneità che impone cautela nella elaborazione degli schemi generalizzanti: agli esempi sopra citati c'è da aggiungere il dato delle differenze per quanto concerne gli aspetti della cura d'anime tra Levante e Ponente ligure) e metodologico (benvenuta la varietà di approccio, applicata ora ad un ambito subregionale, ora a grandi città come Arles o Genova), dopo un ringraziamento non formale, ma sentito, agli organizzatori per l'occasione scientifica di confronto offerta al mondo della ricerca universitaria (oggi assai sofferente) la riflessione finale è stato offerta da S.E. Mons. Micchiardi.
La parola del Vescovo
Se la chiesa "è primizia dell'Umanità redenta", risulta - dopo il convegno - in tutta evidenza, la fatica della edificazione di tale chiesa, e anche la necessità - auspicio del Santo Padre - di purificare la memoria, nei passaggi più tormentosi, con la richiesta di perdono. Da qui una interpretazione della storia come magistra, capace di maturare una reale presa di coscienza delle radici della Diocesi, e l'auspicio di dar seguito alle giornate di studio (da non intendere come isolato episodio) con nuove lezioni che potranno utilmente essere inserite nell'ambito delle attività della Scuola di Teologia.
(G.Sa)
Il prossimo appuntamento culturale del Millenario di S. Guido è fissato per sabato 13 novembre. In quella occasione sarà presentata, presso la Biblioteca del Seminario, l'edizione del manoscritto del Cartulare del Vescovo Guido d'Incisa (1350-1371) curata da Paola Piana Toniolo per i tipi EIG.
Pubblicato su L'Ancora del 26 settembre 2004
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